Stoner Stampa
Scritto da Davide Dotto   
Sabato 05 Gennaio 2019 10:55

 

STONER di JOHN E. WILLIAMS

 

 

  

 

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido.

 

Due i temi fondamentali in questo romanzo americano del 1965 riscoperto negli ultimi anni: l'elogio della persona media (in medio stat virtus, μέσον τε κα ριστον) e l'inevitabile giro di vite dello scontro tra generazioni. In mezzo vi sono i grandi rivolgimenti della storia, in questo caso la prima guerra mondiale e l'uscita degli Stati Uniti dal proverbiale isolazionismo, di cui aveva da ridire lo stesso Henry James.

 

Nell’incipit di Stoner, romanzo dello scrittore americano John Edward Williams è riassunta una vita intera e il senso profondo – nemmeno tanto implicito – di queste pagine. Ciò rivela una scrittura essenziale che va dritto al punto, senza troppi giri di parole.

 

Il protagonista, lieto di lasciarsi alle spalle il mondo contadino da cui proviene, e con esso lo stato di necessità e la vocazione inesorabile al sacrificio, può alla fine abbandonarsi alle illusioni e tirare un sospiro di sollievo.

 

Certo, giunge l’eco di un’Europa in fermento e prossima a scoppiare, per via dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando prima, dell’affondamento del Lusitania poi. Gli Stati Uniti, come è noto, si inseriscono nel conflitto solo nell’aprile del 1917. La guerra così entra nelle aule universitarie insieme al dubbio amletico che travaglia più di un cuore. Se alcuni insegnanti e molti allievi scelgono di arruolarsi, per William Stoner varranno i moniti del professor Sloan, suo mentore:

 

“Ci sono guerre, sconfitte e vittorie della razza umana che non sono di natura militare e non vengono registrate negli annali della storia”.

 

Al riparo dalle minacce del mondo esterno, sono di altro genere le battaglie alle quali viene chiamato.

 

Stoner non è affatto un pavido, né uno scioperato. Il suo ritratto non ha granché a vedere, per intenderci, con l’inettitudine di uno Zeno Cosini, né con la viltà del manzoniano don Abbondio. Anzi. È una persona media, non ha velleità di successo. L'affermazione che ricava è quella modesta e dignitosa (alquanto rara, a dir la verità) dell’uomo comune:

 

"Anche se sai comportarti da figlio di puttana non sei così spietato da esserlo fino in fondo. Non sei certo l'uomo più onesto che abbia mai conosciuto, ma non sei neanche un campione di disonestà. Da un lato sei capace di lavorare, ma sei anche sufficientemente pigro per lavorare meno di quello che il mondo si aspetterebbe da te. D'altra parte non sei pigro abbastanza per imprimere sul mondo il segno della tua importanza...”

 

Lungi dal confondersi con alcuni personaggi decadenti del Novecento europeo, la sua è una figura diversa nella misura in cui lo è la storia che si racconta.

 

La sua esistenza, semplice, ma non piatta, né banale, è costellata di perspicaci atti di coraggio che ne rivelano fermezza e decisione. Se in un primo momento studia, per ovvie ragioni, alla facoltà di Agraria, nel corso di Lettere tenuto dal professor Archer Sloan trova la sua via di Damasco. Grazie a essa “acquista una consapevolezza di sé che non aveva mai avuto prima”. Il suo è un temperamento definito, non ha evidenti cedimenti. Non è un borghese, né un  rigido ben-pensante. Privo di ambizioni, sembra non possedere risorse per imprimere – quando occorra -  una svolta. Difficile dire cosa ne sarebbe stato di lui fuori dall’ambiente accademico.

 

Se ha presto archiviato l’angusta vita delle campagne, non disdegna il sacrificio:

 

"Faceva il suo dovere all'università come alla fattoria, accuratamente, coscienziosamente, senza piacere, né pena”.

 

Abitudine (da “habitus”) che non verrà meno durante la tormentata vita matrimoniale: la moglie Edith fa già parte di una nuova progenie, viziata e più fragile. Non ha conosciuto le ristrettezze ma sente il peso del mondo in cui vive. L'indole è speculare rispetto a quella del marito: il carattere è  indefinito e acerbo, nel suo cammino imperversano molteplici cedimenti. Di mentalità borghese, le sue aspettative sono costantemente frustrate dalla routine della vita coniugale. Isterica e ossessiva, è vittima dell'ansia di primeggiare e di conquistare una vita perfetta (da favola). Ciò la spinge a combattere una guerra preventiva a prescindere, a liberarsi di uno stress opprimente facendosene carico di uno più grande.

 

Volendo, ciascuno rappresenta un volto dell'America moderna, a seconda che sappia o non sappia dove e come incanalare le passioni e le energie in esubero. Lo scontro non è solo personale o di classe, ma soprattutto generazionale: Edith è nata nel 1923, Stoner è del 1891: in mezzo il conflitto e l'uscita degli Stati Uniti dallo storico isolazionismo.

Il trauma conseguente alla Prima Guerra Mondiale è l'occasione di un precedente scontro generazionale. Quello tra il professor Archer Sloan (classe 1860) e un promettente allievo: il primo soccomberà a tempi fin troppo nuovi e ai suoi stessi moniti:

 

"Non si dovrebbe chiedere a un uomo di lettere di distruggere ciò che ha passato la vita a costruire"

 

La storia del secondo inizia dove termina l'altra, quando ne eredita la cattedra.

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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