Orson Welles fra Quarto Potere e Il Processo Stampa
Scritto da Davide Dotto   
Domenica 03 Aprile 2016 01:14

 

ORSON WELLES FRA QUARTO POTERE E IL PROCESSO di GIORGIO PENZO

 

«Ho avuto più fortuna di chiunque altro. Certo, sono anche stato scalognato più di chiunque altro nella storia del cinema, ma ciò è nell'ordine delle cose. Dovevo pagare il fatto d'aver avuto, sempre nella storia del cinema, la più grande fortuna...»

(Orson Welles) 

                                                                                            

Per chi Orson Welles l’ha solo sentito nominare, il saggio di Giorgio Penzo rappresenta una buona introduzione (peccato solo per qualche refuso), oltre un invito ad approfondire e a colmare ogni lacuna in merito.

A conti fatti è difficile dire chi sia: Orson Welles è Orson Welles e basta, è un nome che alimenta leggende e dice qualcosa anche a chi on ha mai visto un suo film.

È un modello, fa canone a sé insieme ad altri che hanno segnato, con la propria orma, la cultura e la storia.

Giovanissimo si è dedicato allo spettacolo radiofonico, alla scrittura, ha calcato le scene, costruito storie dietro e davanti la macchina da presa.

Nelle sue opere non vi è un solo occhio che guarda, ma una pluralità di punti di vista. In Quarto potere (Citizen Kane – 1941), il regista onnisciente lascia spazio e dà voce alle parole di chi, a frammenti, racconta la storia di Charles Foster Kane: si tratta di dipendenti, della seconda moglie, del maggiordomo, intervistati (se non addirittura interrogati) nel tentativo di capire chi fosse, cosa si celasse dietro l’ultima parola pronunciata prima di morire: Rosabella (Rosebud).

Solo allo spettatore sarà concesso di avere tra le mani il tassello che manca e che completa il tutto: tra le carabattole gettate al fuoco, senza che nessuno se ne accorga, compare uno slittino con la scritta Rosebud, a indicare un’infanzia non pienamente goduta.

Vale la pena sottolineare una certa affinità con Rapporto confidenziale (Mr. Arkadin – 1955) in cui il protagonista:

non ha una sua storia personale, una interiorità… La sua carriera ci è raccontata da altri, egli non può esistere che nel giudizio degli altri.

Il potere rappresenta il tema di fondo che Orson Welles ha affrontato nei suoi film. Molte le sue sfaccettatura: è il miglior antidoto per preservare (o conquistare) la propria individualità e far sì che essa non sia sommersa dalla massa. Affinché ciò sia possibile, l’uomo di potere non fa comunità, né tiene famiglia. È isolato, posto ai margini. È solo.

 

 

 

Seguendo la ricostruzione dell’autore – e trovando conferma nelle pellicole – si comprende che non può essere altrimenti. L’uomo di potere (Mr. Arkadin o il magnate Foster Kane) è il capitano della nave, il pilota dell’aereo, lo stratega che si nasconde nella stanza dei bottoni. È il regista dietro l’obiettivo, colui che non perde mai la visione d’insieme e non tollera che qualcuno si immischi nelle sue decisioni, o interferisca sui suoi progetti.

Per stare bene, per vivere, o per recuperare la magia di un sogno perduto, l’uomo potente si trova al di sopra ma non al di fuori della realtà che costruisce. A suo modo ricompone su di sé il sogno americano: occorre conquistare potere per godere del miglior tenore di vita e di prosperità economica.

A ben vedere questo è il ritratto di Orson Welles artista. C’è il Welles produttore che lascia carta bianca al Welles regista, che a sua volta accorda fiducia illimitata alla sceneggiatura di Welles, sulla quale tuttavia lo stesso Welles attore può dire l’ultima parola. Charles Foster Kane in fondo non fa che questo: costruisce un mondo tutto suo per essere monarca assoluto.

Si può dire di più. Il caso dell’artista è paradossale nella misura in cui risulta essere l’unico soggetto da cui il potere promana senza esserne compromesso, e attraverso il quale costruisce,  mattone su mattone, una scenografia labirintica e incontrovertibile. Si tratta di una realtà finta quanto si vuole, ma che può essere ingigantita, farsi mostro, esibire ingranaggi in grado di schiacciare chiunque vi sia rinchiuso.

L’uomo di potere in quanto tale diviene per definizione vittima degli ingranaggi che adopera, entrando nella partita come un giocatore che è chiamato a subire una condanna senz’appello. Perché a dire l’ultima parola sono il creatore, il regista, il destino, le leggi dell’universo con le quali non è possibile negoziare.

Questa presenza del Fato, che predetermina la vita di un uomo ed è tanto più amara quanto più in alto Kane crede essere salito, bene si accorda con il pessimismo di fondo che sottende gran parte del cinema espressionistico; per quanto l’uomo (Kane) combatta, troverà alla fine che quello per cui ha lottato non aveva, ai suoi occhi, importanza, per cui solitudine e morte sono la sola soluzione al suo dramma esistenziale.

Sono parole che ben si adattano anche alla figura di Mr. Arkadin. 

 

 

 

Se la realtà schiaccia l’uomo comune, anche l’uomo di potere è soggiogato da un mostro di cui ha l’illusione di stringere le redini.

Per sintetizzare, il potere diventa un ingrediente necessario per emergere dalla moltitudine e presentarsi agli altri con nome e cognome. È anche vero che il gioco procede con delle regole che non sono ben conosciute, e fintanto che gli ingranaggi non smettono di funzionare. È il gioco (o la legge) a consentire a Mr. Arkadin o a Charles Foster Kane di essere un super-uomo, e di continuare a esserlo con la necessaria energia vitale. Il gioco può stabilire che il potere, a un certo punto, passi in altre mani. È il caso de L’orgoglio degli Amberson (The Magnificent Ambersons – 1942). Può accadere che chi eserciti il potere e persino chi ne abusi, lo faccia per legittima difesa, per impedire di esserne scalzato alla prima occasione da chi abbia i mezzi per farlo (Rapporto confidenziale – Mr. Arkadin 1955).

A quel punto l’uomo di potere spodestato non avrebbe un destino tanto diverso da Joseph K., posto agli arresti e messo sotto Processo (The Trial, 1962).

Il Joseph K. di Orson Welles non ha avuto l’occasione di divenire un vero e proprio uomo di potere. Non che ne sia privo: è pur sempre a capo di un ufficio ed esercita, entro i confini stabiliti, la sua autorità. È difficile pensare che un uomo comune, immerso nella massa, possa divenire oggetto delle attenzioni del Tribunale o della Legge, a meno che non contesti il Tribunale o la Legge stessa. O non pretenda di conoscere la Legge, come l’apologo che nel film fa da incipit. Per essere più precisi, l’uomo comune in quanto tale è sottoposto alla Legge e al Tribunale senza che se ne accorga o lo trovi innaturale. Ne percepirà i lacci nel momento in cui cominci a contestare, a domandare, chiedere ragione, a indagare sul contenuto della legge che lo riguarda. Inizierà a questo punto tutta una serie di astuzie e di strategie da parte del Tribunale per farlo rinsavire.

Non è facile inquadrare questo aspetto. Joseph K. contesta il potere stesso, la sua esistenza, una legge universale contro cui i custodi e gli esecutori non possono nulla. È impotente l’usciere. Impotenti sono l’ispettore, il cancelliere, l’avvocato difensore, il giudice istruttore. Costoro, essendo parti ritagliate del tutto, non avranno mai l’ultima parola.

La questione, forse, non è rispettare o violare la legge, ma muoversi entro i binari consentiti. Gli abusi di potere di un Quinlan (L’infernale Quinlan – Touch of Evil 1958), le truffe, la ricerca di raccomandazioni, la corruzione, il peculato, tutto avviene nell’alveo della legge, entro schemi prefissati. La vera colpa è chiamarsi fuori, volere uscire dall’edificio. La stessa Leni (interpretata da Romy Schneider) diventa strumento del Tribunale per riportare Joseph K. nei limiti stabiliti e redarguirlo:

Sei troppo ostinato, vuoi metterti nei pasticci per forza… 

Chi rappresenta il potere non verrà mai messo alla sbarra. L’unico che possa presentare una denuncia con qualche fondamento è l’uomo comune. Ma l’uomo comune non può farlo: cesserebbe di essere tale e, allo stesso tempo, non avrebbe le energie sufficienti per prendere in mano il potere, partecipando ai suoi avvicendamenti. In questo caso ci sarebbe sempre la legge a ratificare, legittimare il fatto compiuto. Oppure a schiacciare e a braccare l’individuo che esca dai ranghi o a renderlo invisibile qualora assurgesse al più alto scranno dell’autorità. Ben si comprende, quindi, il senso della frase dell’avvocato Hastler, difensore di Joseph K., impersonato da Orson Welles:

Essere vincolati, qualche volta, è meglio che essere liberi.

 

 

 

La colpa di Joseph K. è indecifrabile, radicale e priva di via di uscita. Non può ribellarsi senza assumere il potere che contesta e senza perdere se stesso un’altra volta: saltando da un ingranaggio all’altro della stessa macchina, rientrando nel labirinto da cui si illude di uscire.

Se la legge è priva di logica e quindi inconoscibile, altrettanto lo è la ribellione che il Tribunale si affretta a reprimere.

Vien da pensare che a dominare su ogni cosa siano i luoghi del potere e i suoi simulacri, (la scenografia di Welles), dove la ragione non ha spiegazioni da dare. Se la ribellione del Joseph K. di Welles avesse una ragione sufficiente e superiore, sarebbe la fine di tutto, si produrrebbe un corto circuito, una sorte di Apocalisse. La scacchiera sulla quale si è giocato fino a ora non esisterebbe più. Con essa scomparirebbero le pedine (Joseph K.) e i giocatori stessi (Charles Foster Kane e Mr. Arkadin).

 

 

Davide Dotto 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it

 

http://www.libreriauniversitaria.it/orson-welles-quarto-potere-processo/libro/9788875881306?a=415021 

 

 

 

 

 

 

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