La tana del Fajetto PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariano Grossi   
Martedì 28 Luglio 2015 09:06

 

LA TANA DEL FAJETTO di NINO GRECO

 

Una gratuita e altruistica volontà pittorica del mondo dell’andragathia pervade il romanzo di Nino Greco in un intento quanto mai fotografico ed oggettivo che rende perspicuo e cristallino il sostrato interiore di  una società intrisa di principi distorti, ma veraci, di onore, dignità, orgoglio e ribellione al  sopruso. Quando scriviamo gratuita abbiamo in mente le parole critiche di Giorgio Bocca quando descriveva  il mandarinismo  di Giovanni Falcone di fronte all’interlocutore settentrionale che gli chiedeva lumi sulla civiltà mafiosa: ”Che cosa può capirne Lei, Dottore, che non l’ha vissuta, che non è nato qui?”.

Nino Greco è scevro da questa innata spocchia e ogni sua parola si fa tentativo di traduzione di quel mondo per i non indigeni, per coloro che non ne hanno annusato l’aria fin dalla nascita, con l’anelito di spiegare quella civiltà grondante di valore sacrale della famiglia, ma soprattutto della propria dignità incoercibile fino all’autolesionismo, nell’aderenza più intima all’etimo di quel termine che ricorre sovente nell’opera: rispetto. Gente di rispetto è qualcosa che si connette intimamente con il verbo fondante del vocabolo, il latino respecto, composto dall’intensivo frequentativo di specio, specto (guardare a lungo) in composizione con la particella re- che nei composti indica lo spiralizzarsi dell’azione del verbo semplice; la gente di rispetto, in tal senso, è quella che può sostenere a lungo e reciprocamente gli sguardi di chi ha di fronte, diversamente da ruffiani e spie! L’autore ne dipinge dettagliatamente i contrasti e le contraddizioni interne in un’attitudine mirabile e versatile sia ai tratti analitici che alle pennellate di sintesi mirabili dei concetti basilari di quel mondo.

Avremo modo di analizzare tali passaggi alternati non prima però di aver reso doveroso omaggio allo stile e alle capacità linguistiche di un autore perfettamente a suo agio nelle strutture più ortodosse della lingua italiana come nei passaggi volutamente gergali e colloquiali che egli dosa in un mix riuscitissimo, quasi a scandire le turnazioni al microfono tra narratore esterno e interprete compartecipe di un mondo che parla con la morfosintassi dei protagonisti calabri.

Sorprende, innanzitutto, chi come l’estensore delle presenti note è infastidito dagli stupri all’ipotassi orditi dagli scrittori contemporanei, la disinvoltura dell’autore nell’uso delle interrogative indirette, divenute oramai terra di nessuno, orbe come si presentano, nel confezionamento dei giovani romanzieri, del canonico congiuntivo imposto dalle regole della lingua dei padri latini. Valga a riprova questo sintetico excerptum relativo al predetto abuso in Riccardo Valla, traduttore di Dan Brown; dal ”Codice Da Vinci”:

-                    pag. 104: “si chiese se Langdon era sopravvissuto”;

-                    pag. 121: ”non sapeva che cosa si era aspettata di trovare”;

-                  pag. 254: ”non poté fare a meno di chiedersi se era una scoperta per cui valesse la pena”;

-                    pag. 267: “ho anche chiesto ad Harvard se mi volevano assumere”;

-              pag. 267: “chiedendosi se era tornata indietro nel tempo o se era finita in un manicomio”;

-                    pag.302: ”a volte mi chiedo chi è il padrone e chi il servitore”.

Greco si mostra ortodossamente conforme ai dettami dell’evoluzione linguistica, circoscrivendo l’uso dell’indicativo solo ai casi elencati nel lavoro di Ulrich Wandruszka, “Frasi subordinate al congiuntivo” (dipendenza dal verbo sapere nella forma affermativa o da un verbum declarandi).

Altrettanta precisione e ortodossia nell’ipotassi si nota nell’uso del periodo ipotetico, nel future in the past e in dipendenza di verbi, aggettivi e sostantivi che esprimono opinioni, sentimenti, desideri e volontà personali. Uno scrittore, insomma, che ha dimestichezza (in maniera decisamente anomala per i tempi che corriamo linguisticamente parlando!) con congiuntivo e condizionale, nonché con alcune forme verbali e nominali volutamente antiche e tendenzialmente obsolete:

-                    angustiare (per rattristare);

-                    nuove (per notizie);

-                    contare (per narrare);

-                    solitare (per aver l’abitudine);

-                    chiosare (per commentare)

-                    celare (per nascondere);

-                    parare (per presentare);

-                    aggrondato (per aggrottato);

-                    recondito (per nascosto);

-                    dire (per descrivere);

-                    muffo (per ammuffito);

-                    tagliare (per deprimere);

-                    riportarsi (per richiamare);

-                    chiama (per chiamata),

così come stilisticamente avvezzo a figure retoriche pregevoli, quali sinestesie (“respiravano quegli stenti, li vivevano. Erano graffi nell’anima”), metafore (“Era la conferma che i ragazzi s’erano morsicati la lingua”), ossimori (“le sue venivano giù lente e accompagnavano le preghiere. la più gridata nel suo silenzio era di poter ritrovare suo figlio”, “urla silenziose”), similitudini (“Veloce come il rojo in discesa, come l’acqua di quella fiumara, quando in pieno inverno diventa travolgente e imprevedibile”). E accanto alle pregevolezze c’è il dosaggio stupendo ed originalissimo (questa, a mio giudizio, la peculiarità strutturale della prosa di Nino Greco) dei colloquialismi e gergalismi che graffiano e incidono nello spessore del racconto rendendone il lettore partecipe e interessato; innumerevoli sono in tal senso gli anacoluti, figure retoriche certo stilisticamente meno levigate, ma necessarie, direi indispensabili, quando il livello rappresentativo-drammatico s’innalza:

-                    “il canto del pitturussu lo udiva quando era già con i buoi ad arare”;

-                    “Angelo quel sentiero lo conosceva bene”;

-                    “Le anguille “pescate”, poi donna Caterina le impanava e friggeva per tutti”;

-                    “La legna da carbone la vendeva ai carbonai”;

-                    “ad Angelo, da Boscaino, gli era arrivata una sola lettera”;

-                    “uomini che per ricordare il piede con cui battere il passo occorreva cumbiare la gambala destra”.

E sintomaticamente attigui agli anacoluti sono i dosaggi morfosintattici tra prosa italiana accuratissima e gergalismi calabri, in quella specie di alternanza, già accennata, tra fase narrativa più asettica ed esterna e fase mimetica altamente partecipativa da parte dello scrittore; là, in quel chiaroscuro lessicale e sintattico, Nino Greco crea una splendida zona cuscinetto strutturale tra il corsivo dei termini espressi in dialetto calabro e i passaggi sintattici con influsso dialettale digitati come il resto dell’opera riservato alle strutture italiane ortodosse. Così si spiegano i:

-                     “verso a”;

-                     “andò a trovare a Ntoni”;

-                     “li hanno portati fino a qua”;

-                     “viveva la famiglia aiutando, insieme alle altre sorelle, la madre …”;

-                     “era rifiuto mentale, rigettava immaginare l’uomo e l’amico attore di un’azione indegna”;

-                     “e amava le sfide quando c’era di fare qualcosa oltre il lecito”;

-                     “Le malelingue lo dicevano come chi riusciva a piazzare bestiame di provenienza incerta”;

-                     “Timori fugati in rapidamente”;

-                     “in base di quanto aveva fatto vedere..”;

-                     “nello spiazzo davanti casa

-                    “Donna Caterina aveva pregato Vincenzo a prendere parte, almeno, al rito in chiesa”;

-                    “Gli pesava ancora la visita avuta da parte Carabinieri”;

-                    “Nino faceva in modo per catturarla viva”;

-                    “e non vi sono palpebre capaci proteggere gli occhi”;

-                    “nell’anticamera attigua l’ufficio del maresciallo”;

-                    “certo che li pensiamo, molti sono nostri amici ed anche noi siamo stati di guardia notte di Natale”;

-                    “Nella parte destra due carabinieri badavano Angelo e Ntoni”;

-                    “quel pezzo di cielo che i due amici riuscivano scrutare”.

Reso omaggio alla sapienza linguistica e stilistica dell’autore, andiamo a scandagliarne i messaggi contenutistici che la vicenda di Angelo vuol rappresentare.

Le scelte di vita del protagonista del romanzo sottendono un destino ineluttabile, sintetizzato dall’aforisma calabro che egli ripete come un mantra: “A mal’erba nun mori mai!”. Opzioni da pagare a caro prezzo con la perdita degli affetti più cari e sacri: madre, padre, fratelli, la famiglia, vincolo indissolubile per un uomo dell’andragathia. Ma il destino è così beffardo da aver gratificato Angelo dell’appartenenza ad una famiggh’i pecuri da cui non può che separarsi, visto che i parametri deontologici che ha preferito son così distanti dalla loro logica da non permetter loro neppure di apprezzarne i riverberi positivi nella vita famigliare: è attraverso la valentizza che Angelo recupera i buoi rubati ed ottiene la Spicata, è grazie alla picciotteria che procura al padre un’altra gabella, è in ragione di un’insubordinazione da andragathòs che egli riguadagna un figlio a sua madre a compensazione della perdita del più piccolo.

Quest’epopea trova nella narrazione altamente drammatica dell’autore, pur nell’asciutto intento fotografico, squarci di mirabili affreschi lirici, specie nei tratti in cui viene descritto il rapporto madre-figlio. E son proprio questi passaggi a sublimare la narrazione di Nino Greco e a renderla avvincente quant’altre mai. La separazione di Angelo dal nucleo famigliare non recide il cordone ombelicale affettivo con la genitrice, solerte nella lisciviatura della biancheria del figlio prelevata e depositata settimanalmente sotto la ficara russeja: “Il tronco piegato della ficara russeja, ripostiglio naturale, era testimone silente del suo dolore costante e profondo”: in un mondo ormai orientato verso la separazione e l’assenza di comunicazione é coinvolgente l’immagine della natura unica confidente del dispiacere di una madre.

E quel cordone onfalico resiste e diventa drammaticamente presente proprio all’atto del distacco definitivo quello per la partenza per la naja ed una frase letta sui muri della camerata lo ridesta violentemente: ”Mamma, mamma, chi l’ha la chiama e chi non l’ha la brama”; l’Angelo avulso dal nucleo famigliare riscopre in sé il ribaltamento della verità di quella rima, non orfano com’è della madre, bramoso di lei, eppure incapace di chiamarla! Questa riflessione disperante rappresenta, a mio giudizio, uno dei momenti di più amaro lirismo del prosatore.

Ma altrettanto disperanti solo le uniche parole che la madre di Angelo pronuncia pensando al figlio soldato: “Cristu affliggi e no abbanduna”, mirabile sintesi della fidelizzazione silente ad una divinità di cui si accetta il mistero nell’antitesi tra afflizione e sostegno cagionati dalla medesima entità soprannaturale!

Accettazione silente che caratterizza Donna Caterina anche nei riguardi del marito, la divinità terrena cui è fidelizzata :“… celava il suo dolore di madre nel rispetto della scelte fatte dal marito, ma il suo volto era segnato da un’inconfessata e profonda afflizione”, sublimata, quest’ultima, con un ossimoro che lascia  senza fiato, nel passaggio della processione dell’Annunziata (”L’immagine della Madonna e il vedere Angelo fu una combinazione deflagrante per il suo animo dolorante. Non dovette giustificare le lacrime né tacerle, tante piangevano e si battevano il petto al passaggio della Madonna. Le sue venivano giù lente e accompagnavano le preghiere, la più gridata nel suo silenzio era di poter ritrovare suo figlio”) ovvero con un’atrocemente drammatica contabilizzazione delle lacrime, all’apprendimento della notizia della sospensione dei congedi illimitati per l’imminente conflitto (“La notizia si diffuse e, com’era prevedibile, arrivò alle orecchie di Donna Caterina . Si chiuse in sé e pianse. Sommò le lacrime a quelle già versate”).

Se è vero che le pagine dedicate al rapporto madre-figlio si caratterizzano di momenti analitici profondi ed emozionanti, l’effetto partecipativo e adesivo del lettore non si decolora in quei tratti già accennati dianzi in cui lo scrittore si rivela brillantemente e psicologicamente sintetico nella descrizione del mondo in cui il protagonista è nato.; il contrasto tra padre e figlio ha momenti altamente intensi e tratteggiati con una rapidità penetrantissima: ”…con mio figlio non si può ragionare, la sua testa forma codice e il suo codice non è il mio”..”quelle erano le uniche considerazioni di compare Peppe. Affetto di padre e netto conflitto. Amore e rigetto. Istinto e ragione …. Avrebbe voluto Angelo come suo figlio Vincenzo, così non era stato. Vincenzo: ubbidienza e lavoro. Angelo: anarchia errante. Diavolo e acqua santa. Due mondi dello stesso universo: posatezza e ribellione”.

Ed altrettale capacità sintetica rivela l’autore nel dipingere i rapporti tra il Barone Ruffo e i suoi coloni, all’atto della richiesta di aiuto da parte di Angelo per ottenere il consenso paterno al suo matrimonio da minorenne, intervento che il nobile concretizza con l’offerta di un’ulteriore gabella al padre del ragazzo: ”Due mosse e due benefici. Concessioni e benefici. Un favore accordato per fidelizzare Angelo. Uno straccio di terra donato per strappare una firma. Tutto nella logica del dare per avere, e governare”.

L’autore condensa l’analisi dei tratti psicologici e prosopici dei protagonisti di quel mondo con una maestria ragguardevole; si pensi all’orgoglio di rimbalzo del neosuocero di Angelo, Sarvaturi Caselli: “fu il più raggiante. Aveva esaudito il desiderio di avere un figlio maschio. Lo reputava così, come un figlio e ne era orgoglioso per ciò che lui aveva fatto in quegli anni. Godeva i riflessi del rispetto che accompagnava Angelo e non perdeva occasione per ostentare una valentizza non sua. Era affetto e ruffianeria. sentimento e debolezza

Sacralità dei concetti di famiglia, obbedienza, appartenenza, omertà, opinioni della gente in doverosa considerazione, astio ed incompatibilità coi rappresentanti della legge, rifiuto del concetto di servilismo ed infamia in un mondo eterodosso alle regolamentazioni della giustizia, al punto tale da considerare motivo d’orgoglio l’esser stati oggetto di perquisizione da parte delle Forze dell’Ordine: tutte nozioni mirabilmente sincretizzate nell’assortimento delle massime ed aforismi, repertorio dei protagonisti di quel mondo di gente di rispetto:

-                    cornuto cu si penti!”;

-                    all’omu ‘a parola e o voi i corna”;

-                    u chiumbu livella muntagni!”;

-                    u livu e u ficu trattali da nemicu”;

-                    si rispetta u cani per rispettu du patruni”;

-                    ’mbasciati juncu ca a fiumara passa”;

-                    u malu passu è aundi cadi”;

-                    nun simu né deboli né sprabili”;

-                    A diu e non peju”;

-                    Cristu affliggi e no ’bbanduna”;

-                    A mal’erba non mori mai!”;

-                     “moriri com’e surici ‘nta tagghjola”;

-                    Cu veni appressu cunta i pedati”.

Ma, a giudizio di chi scrive, l’intento descrittivo e fotografico di Nino Greco cede il passo a intelligenti considerazioni che suonano come doverosa presa di distanza dalla logica fascista, nel momento in cui la vicenda di Angelo e del suo amico Ntoni travalica il mondo di Boscaino per sfociare nella realtà metaregionale della naja; è lì che l’autore dipinge con penna mirabilissima le discrasie tra la realtà periferica del mondo agreste della provincia calabra e la falsità orpellistica della retorica promulgata dalla centralità geografica della Roma del ventennio; è in quella sezione di libro che il mondo di Angelo, madido di angoscia per la roba e gli affetti lasciati a casa, in un empito di natura veristico-verghiana, si rivela totalmente estraneo alla tronfia logica propagandistica del Duce: non potranno che scontrarsi deflagrantemente con la rappresentazione dell’aggressione al Sottufficiale, prototipo dell’antipodia della realtà andragathica. Lì, l’autore, seppur silente a riguardo, nella puntuale descrizione della vicenda penale militare del protagonista, urla tra le righe una domanda: chi è il maggior trasgressore delle regole tra Angelo e il Sergente Molin? Il soldato calabrese, cresciuto a pane e ndrangheta, cavallo sbrigliato dalla nascita, o il Sottufficiale, che, ligio al regolamento di disciplina, non dovrebbe mai, per legge scritta nella Forza Armata da lui liberamente scelta, fare discriminazioni di censo, nascita e razza?

Con sintesi ulteriormente notevole, nella descrizione del mutismo della truppa ai discorsi roboanti delle adunate di caserma, l’autore prende le distanze dalla logica del “fare gli italiani” nel panegirico del servizio di leva propagandato dal fascismo: e lo sbigottimento di fronte alla notizia dei congedamenti sospesi nell’imminenza della guerra ribadisce l’iato tra giovani italiani alle armi e progetti imperialisti di Mussolini, penosamente falliti nella tragedia di un conflitto assurdo e incomprensibile!

Il processo, la condanna, la carcerazione e l’evasione col ritorno nella culla madre calabra rappresentano una metafora nitidissima del fallimento di tutte le politiche vacue e falsamente aderenti alle masse, linfa vitale della politica mussoliniana inevitabilmente sconfessata dalle vicende drammatiche dei protagonisti.

Così, in maniera anulare, direi che l’intento pittorico della realtà calabrese, di cui si è detto nell’esordio, si sposa con un parallelo anelito rappresentativo di quella italiana del ventennio, denunciando tutta l’inemulsionabilità dei due poli.

C’è da esser grati a Nino Greco per questo libercolo estremamente sintetico e capace nel contempo di un’analisi puntuale e minuziosa di queste tragedie esistenziali.

 

Mariano Grossi

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it 

http://www.libreriauniversitaria.it/tana-fajetto-greco-nino-pellegrini/libro/9788868222703?a=405021

 

 

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