Semplicemente donna PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariano Grossi   
Mercoledì 17 Giugno 2015 01:18

SEMPLICEMENTE DONNA di CINZIA BALDINI

 

Se a tutta prima e a una lettura superficiale e veloce (il romanzo si legge tutto d’un fiato!) la prima opera di Cinzia Baldini lascia il lettore (che conosce lo sviluppo thrilleristico della sua esperienza di scrittrice) interdetto su un cambiamento così radicale dagli empiti delle storie d’amore alla passione spiccata per il giallo, una più attenta analisi dei caratteri fondanti di ”Semplicemente donna” induce a trovare una sostanziale contiguità ed uno sviluppo quasi naturale e succedaneo negli interessi letterari di Cinzia.

Intendo dire che le sue opere successive vibrano, più che di thriller, della sofferta e intima partecipazione alla vicenda della protagonista di turno e le Giulia, Alexia e Nur dei gialli scritti dopo “Semplicemente donna” sono, a mio giudizio, estremamente consanguinee all’anonima protagonista della prima performance letteraria. Costei è la capostipite di quelle “eroine” umanissime e pregne di energia positiva, tutte identicamente intrise di ribellione ai pregiudizi sessisti e votate ad uno spirito di servizio alla verità in maniera compattamente uniforme.

Ma v’è di più sul piano delle somiglianze: anche in “Semplicemente donna” la figura del deuteragonista maschio è un membro di un Corpo Armato dello Stato, a ribadire l’ansia androgina della scrittrice di trovare nell’altro sesso non un nemico, vittima di preconcetti e ristrettezze concettuali sul ruolo muliebre, ma un alleato, un fedele sostenitore dell’anelito di verità, conoscenza e trasparenza.

Ed anche l’ambientazione della storia d’amore tra i due protagonisti, nel suo vitalismo carnale travolgente, brilla di analogie con altre opere ed altri personaggi dell’autrice. Come non riconoscere nella torre saracena riattata da rudere a nido d’amore il parallelo del capanno rustico e spartano in cui si amano, in identità topografica, sulla riva del mare la Giulia e lo Stefano de “Il veleno di Circe”? Il mare, passione immarcescibile ed incoercibile dell’ideatrice di tali storie, simbologia della sua identità indomita ed in continua emersione, costante fil rouge negli appassionati amplessi sia dei protagonisti anonimi di ”Semplicemente  donna” che di Giulia e Stefano ne “Il veleno di Circe” o Alexia e Stefano in “Non nobis, Domine!

Superata la teoria analogica, cercando di radiografare più dettagliatamente il tessuto compositivo di ”Semplicemente donna”, è interessante intravedere proprio nella simbologia usata dalla Baldini gli impulsi riformatori del sessismo e dell’ipocrisia dilaganti nell’epoca d’ambientazione del romanzo. La riga che brandisce la maestra alle elementari, a mo’ di propaggine appendicolare delle sue stesse braccia, rappresenta la cosificazione della semantica del potere: “Ero convinta che, se un giorno l’avesse smarrita, avrebbe dimenticato tutta la sua cultura, ogni suo sapere”. Dice la Bibbia: “La verità è proclamata sulla bocca dei vecchi e dei lattanti!”: agli occhi dei bambini i sovrani appaiono sempre nudi e la foglia di fico della riga-scettro è troppo esigua per coprirne le verecondie!

Vi è un’altra peculiarità che rende davvero originale e diversa questa prima opera: l’uso di figure retoriche riuscitissime come metafore, apostrofi e similitudini. “Istigata dalla sfida che mi accingevo a lanciare alle vecchie tradizioni che mi sentivo cucite addosso troppo strette, come panni non miei, serrai i pugni e promisi solennemente a me stessa che non mi sarei fermata lì” è una riuscitissima  similitudine sartoriale che fotografa perfettamente i pregiudizi e i luoghi comuni sessisti di un tempo sui target culturali delle donne: femmine costrette dalla rigida corsetteria dell’imposizione maschilista nell’istruzione come nella moda! ”In quel periodo buio, tra quelle mura avevo trovato il conforto e la forza per andare avanti. Là ritornavo a leccarmi le ferite. Mi bastava uscire dalla tenda ospedale e alzare gli occhi per vedere la sua sagoma scura svettare in lontananza: solida, sicura, ammiccante e protettrice”: la torre saracena diventa quasi metafora di un amante capace di denudare l’intimità della protagonista le cui divise da lavoro, con il lerciume delle grida dell’ospedale da campo, paiono un vestito oppressivo ed opprimente.

Un discorso a parte va riservato all’apostrofe: essa rappresenta un unicum nelle opere dell’autrice, questa figura retorica per la quale il narratore interrompe la forma espositiva per rivolgere direttamente la parola a soggetti assenti o scomparsi. E’ una mirabile variazione stilistica usata quasi omericamente dalla Baldini (l’avevamo già definita così per la formularità delle scene erotiche ne ”Il  veleno di Circe” e in ”Non nobis, Domine!”): il poeta greco la usa spesso per rivolgersi alle figure più semantiche della sua epopea, come Eumeo nel XIV canto dell’ “Odissea”, ed è significativo pensare a Dante nell’ VIII canto del “Purgatorio” con Nino Visconti. E qui mi piace commettere un peccato di superbia  rassemblando Eumeo, Nino Visconti e il Sottufficiale della Marina Militare protagonista di questo romanzo con le parole di Giuseppe Giacalone in calce al passo dantesco sopracitato: ”Dante sente simpatia per i giusti … per i vinti e gli umiliati dalla vita”. L’apostrofe è la spia semantica dell’afflato che l’autore crea con lo sconfitto di turno e tali sono negli esempi citati i personaggi “apostrofati” da Omero (Eumeo), da Dante (Nino Visconti), da Cinzia (il deuteragonista di ”Semplicemente donna”).

 La similitudine traspositiva a pag. 57-58 dell’amore e della gelosia nell’esempio botanico dell’uva è poi davvero struggente: ”La sofferenza, il dolore, le privazioni ancora non erano riuscite ad insegnare al genere umano come la vita andasse assaporata e come tutti i suoi elementi, aspri o dolci che fossero, andassero lentamente sorseggiati e degustati nella loro completezza, fino in fondo. Fino all’ultima goccia. Prima di dover assistere, impotenti, al suo svanire tra le dita. Così come lo splendore dorato dei dolci e succosi acini di un grappolo d’uva moscatella che, maturati lentamente alle premurose carezze d’amore del sole d’agosto, sono cancellati in un battere di ciglia dalla meschina gelosia della grandine di un temporale estivo” Una sacralità di nuovo, oserei dire, omerica: la classicità, del resto, è un sostrato imprescindibile nella scrittrice (si apra “Il veleno di Circe” e si scopra che passaggi dell’ ”Odissea” ella vi ha citato in incipit e desinit d’opera!)

Così come costituisce pagina di purissima poesia la metafora proporzionale mare : maschio = sabbia : femmina a pag. 81: “Seguivo la linea immaginaria dove le onde si chinavano a baciare, in un eterno corteggiamento, la sabbia cristallina. Essa, affascinata, cercava di trattenere tra i suoi mille granelli quell’umore vitale per ridonarlo sottoforma di sospiro, in un estremo gesto d’amore, al mare”, a riprova che tutto è impulso vitalistico e androgino nell’autrice, soprattutto la natura, che per lei è specchio costante della dualità uomo/donna. E la similitudine torna freneticamente alla pagina successiva: ”Mentre erano ben visibili le fiammeggianti esplosioni di colore delle buganvillee e dei glicini in fiore che come vecchi e consumati amanti intrecciavano i loro rami in intricate composizioni”, in una sorta di onirico kamasutra naturale.

E altrettali brividi sotto pelle fornisce l’immagine dell’8 settembre che equipara sinistramente la ritirata delle truppe dal terreno di battaglia e quella supposta dell’amante dalla vita a due.

Siamo davvero in una storia d’amore d’altri tempi, intrisa di passione purissima, ma con scaturigini di solidarietà umana disinteressata e gratuita come soltanto l’esperienza ultimativa della guerra può dare; ed è entusiasmante notare come l’uomo e la donna, fratello e sorella nel dramma reciproco, fremano fisiologicamente del naturale impulso completivo androgino. Sono note che la scrittrice conosce benissimo e che poi modulerà sempre meglio nei suoi romanzi successivi. Direi che su questa vicenda vaga l’eco dolcissima e suadente dell’analoga storia di Juri e Lara nel ”Dottor Zhivago” di Pasternak!

Vi sono passaggi in cui la Baldini non lesina esternazioni del suo naturale anelito carnale e sensuale, scevro da ogni morbosità e compiacimento, pregno bensì del suo vitalismo perdutamente innamorato dell’esistenza più vera e più intima; significativo in tal senso leggere a pag. 85: ”Era immobile, ma sapevo, perché sentivo il suo sguardo attraversarmi il corpo, che era attento ad ogni mio movimento”. Insomma, una struggente locomotiva di vita e d’amore questo semplice primo romanzo dell’autrice; in esso traspira la forza, la pazienza, la temperanza, la purezza e la trasgressione di una creatura nata femmina, ma che non s’è mai piegata ai diktat dell’ipocrisia sessista che attanaglia la società a misura di maschio. Riecheggiano le note e le parole della splendida “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini in un messaggio benaugurante per la ricerca di un compagno scevro dai vincoli egoistici della massa degli uomini, significando che l’amore-donazione reciproca può sconfiggere tutte le paratie del quotidiano tetro, conformista e maschilista!

Non vale la pena stavolta soffermarsi sui colloquialismi che andiamo elencando di opera in opera. Ci sono e costituiscono, con buona pace del purismo di chi legge e scrive, una caratteristica degli scrittori d’oggidì. Anche Riccardo Valla, traducendo Dan Brown, uno che gioca in un campionato diverso da quello di Cinzia, viola sovente la regola del relativo che dovrebbe essere obbligatoriamente riferito al termine che immediatamente lo precede, o del congiuntivo tassativamente da usare nelle interrogative indirette e nelle dipendenti dai verbi di percezione, ignorando finanche la legge dell’anteriorità e i modi ortodossi nel periodo ipotetico: ce ne mitridatizzeremo!

Adelante asi, Cinzia!!!

 

 

Mariano Grossi

 

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it 

 

http://www.libreriauniversitaria.it/semplicemente-donna-baldini-cinzia-linee/libro/9788862470032?a=415021

 

 

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