Omissioni storiche PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Garuti   
Martedì 02 Giugno 2015 02:40

 

OMISSIONI STORICHE   

 

Ci è giunto, quasi per caso, grazie ad una copia custodita in Britannia, un testo molto importante scritto in latino, in età Imperiale, e risalente all’epoca di Augusto. Si tratta del famoso trattato in dieci libri, praticamente integro, intitolato De Architectura (L’Architettura), di Marco Vitruvio Pollione, (80 a.C.-15 a.C.), letterato ed architetto romano. Scritto con ogni probabilità nel terzo decennio avanti Cristo, l’opera è dedicata all’Imperatore, impegnato in una complessa opera di risistemazione dell’edilizia pubblica.

 

 

 

Nel testo si citano dati architettonici, sistemi di costruzione, stili, si analizza l’architettura greca, ovviamente ben conosciuta, si parla addirittura anche dei Persiani, si approfondisce lo studio di luoghi ed edifici pubblici quali templi, basiliche, acquedotti, fori, teatri, porti, bagni, si citano strumenti di misurazione ed utensili e si compie quindi una approfondita analisi di tutto ciò che, a livello di edilizia, era ben conosciuto all’epoca.

E qui la stranezza, che va colta proprio al fine di porsi qualche interrogativo, soprattutto sulle cronologie. Stranamente non si parla di piramidi, non si parla di strutture colossali come quella di Baalbek-Heliopolis in Libano, non si fa alcun accenno alla straordinaria edilizia sarda; in pratica si omette qualsivoglia commento o considerazione od analisi su manufatti particolarissimi, su cui ancora oggi si discute dopo più di 2000 anni e che, soprattutto, erano visibilissimi ed in ottimo stato di conservazione. Lo sono oggi, figuriamoci oltre venti secoli fa.

 

 

 

La cosa è davvero strana: un manuale di architettura, che non tiene conto di edilizia situata in territori sotto l’influenza o il controllo diretto dei Romani. Plausibile pensare che non si sia stati in grado, allora come oggi, di ricavarne né cronologie, né sistemi di edificazione, né strumentazioni necessarie e sufficienti, né scopi evidenti e né autori. Proprio il caso della Sardegna è in tal senso emblematico: secondo le cronologie ufficiali gli ultimi nuraghi sarebbero stati edificati in età molto tarda, addirittura il terzo secolo avanti Cristo. L’isola entra (sebbene mai del tutto) nella sfera di influenza romana nella prima metà di detto III secolo a.C. Possibile che nessuno avesse visto edificare tali edifici, o che nessuno conoscesse o ricordasse le tecniche utilizzate, gli scopi per cui venivano edificati, gli strumenti di misurazione e gli utensili necessari? Eppure si tratta, senza alcun dubbio, di manufatti particolarissimi, ancora oggi straordinari.

 

 

 

Anche assai emblematico il caso di Baalbek-Heliopolis, nell’attuale Libano. Il più grande tempio di Giove (detto Eliopolitano) viene costruito proprio qui, e quindi né in Grecia e né a Roma, sfruttando una base di appoggio letteralmente colossale (come si può evincere dall’immagine allegata). Non se ne parla, non si sa come si sia riusciti a spostare pesi di oltre un migliaio di tonnellate, non si sa chi lo abbia fatto e soprattutto come. Esattamente come oggi. Il tempio viene edificato riutilizzando una base preesistente e la cosa passa sotto silenzio. Ovvio che con l’utensileria dell’epoca una simile impresa sarebbe risultata impossibile, per cui si omette completamente l’argomento.

 

 

 

Per quanto attiene alle piramidi di Giza, incredibilmente non citate in un’opera di architettura, la non menzione è da ascrivere a quanto già detto.

Va comunque apprezzato il fatto che lo scrittore e architetto romano abbia preferito non citare e non considerare manufatti inspiegabili ed inintellegibili, piuttosto che formulare assunti illogici e francamente insostenibili. Agli scalpellini miracolosi, alle funi “magiche” in grado di reggere decine e centinaia di tonnellate di peso e ad altre amenità del genere, Vitruvio non ha affatto creduto.

Aveva ragione, infatti. Non ci si può credere!

 

Fabio Garuti

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