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Non Nobis Domine - I custodi della verità PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariano Grossi   
Sabato 18 Aprile 2015 02:04
 
NON NOBIS DOMINE - I CUSTODI DELLA VERITA' di CINZIA BALDINI e SIMONE DRAGHETTI 
 

Un intreccio coinvolgente ed una trama sempre viva e sorprendente costituiscono il filo forte del tessuto  del thriller di Cinzia Baldini e Simone Draghetti, in un ritmo incalzante ed ossessivo che, per quanto ha tratto con la coautrice, tradisce l’attitudine alla sceneggiatura, già emersa nell’altra splendida composizione, “Il veleno di Circe”; la sensazione in chi legge è quella di trovarsi di fronte ad uno spartito che si esalterebbe nella realizzazione di un film ovvero di una fiction televisiva, di cui chi è cresciuto, come lo scrivente, a botte di Ubaldo Lay in TV sente enorme mancanza, vista l’impalpabilità e insipidezza di certe rappresentazioni che il servizio pubblico e i media commerciali ammanniscono da tempo!

L’uso del presente storico nell’ordito mimetico e narrativo da parte degli autori è la spia incontestabile di un humus da macchina da presa e la descrizione rapida e ficcante delle emozioni dei protagonisti nei loro tratti prosopici ben si sposerebbe con sapienti riprese cinematografiche da affidare a un ottimo regista.

Nel tratto descrittivo dei personaggi delle opere che l’autrice propone è pur tuttavia agevole ritrovare una sorta di refrain, di filo conduttore rintracciabile già ne ”Il veleno di Circe” e riscontrabile in questo romanzo come pure nell’ultimo ”Elektron”: la figura della protagonista, una donna quasi sempre giovane, volitiva e conscia della comunione di ragguardevoli doti intellettive e fisiche; quella del deuteragonista, un maschio forte, rassicurante e quasi sempre membro di Forze dell’Ordine, in un’ansia di legalità e referenzialità che la coautrice non riesce a sottacere e cui inconsciamente ed istintivamente pare aspirare. La mistione di questi aneliti, diremmo “centripeti”, coincidenti genera automaticamente il topos della unione sentimentale e carnale tra i due protagonisti, maschio e femmina, in una saggia Weltanschauung androgina in cui il mito delle due metà brama ricomporsi in una unità di intenti “metafisici” (in senso etimologico) che non possono non essere naturalmente e coessenzialmente suffragati dalla reciproca attrazione sessuale. E i due protagonisti, liberati da facili aureole eroiche, si rivelano gravidi di terrenità e debolezze che li rendono godibilissimi al lettore, sempre coinvolto nella loro avventura, parola più che mai volutamente etimologicamente omnicomprensiva (da ad + venio: ciò che mi si appressa nella mia vicenda interiore ed esteriore quotidiana).

Per ciò che invece ha tratto con il contenuto del racconto, non sia colto in inganno il lettore dai riferimenti a rigurgiti inquisitivi nella struttura ecclesiastica odierna: sarebbe troppo comodo e superficiale bollare di fantasia eccessiva e di irrealismo il parto dei coautori. Purtroppo, i seguaci di Lefebvre e buone frange dei tradizionalisti della San Pio X sostengono tutt’oggi che l’Inquisizione fosse uno strumento imprescindibile per combattere e purgare le deviazioni eretiche e chi scrive ha avuto spesso contatti con cultori del ripristino della Chiesa delle origini e può garantire che molti di loro grondano nostalgie pericolosissime che sgombrano totalmente, ahinoi, dalla mente di un lettore attento l’idea che gli autori qui abbiano prodotto un’esercitazione di mera immaginazione. L’intolleranza nei suoi riflussi (che fanno il solletico alle atmosfere de “Il nome della rosa” di Eco) appare ancora immanente e recidivante e si ha il sentore di una sorta di messaggio tra le righe da parte degli scrittori. Nelle descrizioni della rinascente cerchia inquisitiva sembra ravvisabile un angoscioso monito al persistere di tali aspirazioni alla visione teocentrica con le conseguenti derive ipostatiche dei cosiddetti divini ministri restauratori dell’antico ordine ecclesiastico. Sono gli stessi interpreti che, a torto o a ragione, contestano la trasformazione antropocentrica post Concilio Vaticano II e battono la grancassa del ritorno al Cristianesimo originario di per sé patologicamente diviso in sette e congreghe, brodo di cultura per i tribunali della Santa Inquisizione. Ma, si badi bene, questi empiti di intransigenza sono presenti in nuce nelle Sacre Scritture, ancorché poco pubblicizzati dalla dottrina cattolica che, col tempo, ha smussato tali spigolosità, optando per una visione omniperdonistica e, come dire, buonista della figura di Gesù Cristo, ma:

 

-                     l’episodio dell’ira verso il fico;

-                     l’intolleranza verso i mercanti del tempio;

 

-                     Luca, 19, 27 (“chi non vuole che io regni portatelo qui da me e sgozzatelo

!”);

-                     l’incenerimento di Anania e consorte in Atti, 5, 1 11;

-                     le acredini di certi passi paolini,

 

 rappresentano una radice niente affatto accomodante e comprensiva della logica cristiana, come ha argomentato Bertrand Russel nel suo libro “Perché non sono cristiano”.

 

Tutto ciò, per fornire a lettore un’impressione autonoma dell’ambito storico-culturale di riferimento da parte dei due autori, sostrato che a chi recensisce, ripetiamo, non pare affatto pura opera di immaginazione. La prova del nove, a mio avviso, si ha a pag. 360 in quel passaggio in cui Monsignor Serrano, alias Sua Santità della Santa Inquisizione, esterna le sue angosce nei confronti del Vicario di Cristo: “L’oggetto del suo furore è il Pontefice attualmente in carica, un uomo, a suo avviso, privo di spina dorsale, che sembra accettare l’avvento delle altre religioni senza battere ciglio, senza fare nulla per contrastarle. I laici avanzano pretese, gli omosessuali vogliono diventare famiglie, gli atei, i musulmani, gli ebrei e i loro falsi idoli vorrebbero soppiantare Cristo e la Santa Madre Chiesa

Orbene, il libro è del 2011: sembrano parole profetiche, poiché basta leggere riviste nell’orbita della San Pio X come “Sì, sì! No, no!” per trovare identici timori ed ambasce nei confronti dell’ottica, oserei dire con loro, buonista, perdonista, ultratollerante e sfrenatamente ecumenica di Papa Francesco I. Sovente i restaurativi (parola volutamente omnicomprensiva) hanno espresso il  timore che il Pontefice possa addirittura andare a prostrarsi a La Mecca!

In altre parole, qui la Baldini e Draghetti paiono fornire un’elaborazione abbastanza realistica e concreta delle fonti, declinandole in maniera meno favolistica rispetto al Dan Brown de “Il Codice da Vinci”, anche se l’effetto choc  appare co-modulato. Questo, per ribadire che a livello editoriale si gioca spesso in campionati di vertice (come Brown) o tra i “dilettanti”, ma un’analisi comparata induce a pensare, a mo’ di puro esempio, alla vicenda del “mitico Villa”, calciatore arrivato a 30 anni tra i professionisti, non si capisce perché, viste le attitudini di base ed i fondamentali niente affatto più scarsi di quelli di certi colleghi ventenni e già ai vertici!

Abbiamo trattato l’opera sotto la facies strutturale, contenutistica e compositiva, ravvisandovi una maturità poietica già riscontrata in altri prodotti artistici della Baldini, il cui merito principale pare proprio quello di trovare nuovi scenari, pur rimanendo in un solco ovvero filigrana che ne costituisce il sigillo di proprietà ed originalità al di là dei coautori che l’affiancano di opera in opera. Resta da dare un controllo alla parte meramente formale: la lingua ovvero, in termine omnicomprensivo, lo stile.

Si è già accennato alla vena sceneggiatrice sottesa in tutti i libri della scrittrice ed il presente storico usato in tutte le sue opere ne costituisce cartina tornasole incontrovertibile. Così si esprime il Roggia a riguardo di tale opzione stilistica:

 

 

Carlo Enrico Roggia

 

presente storico

 

1. Definizione e funzioni

 

È detto presente storico il presente indicativo usato per fare riferimento a eventi anteriori al momento dell’enunciazione. Si tratta di un uso traslato, o metaforico, del presente (Bertinetto 1997), che viene impiegato al di fuori della sua funzione primaria e centrale di esprimere la contemporaneità o la prossimità all’enunciazione. L’effetto è quello di un avvicinamento prospettico e di un’attualizzazione degli eventi narrati, che pur appartenendo al passato vengono presentati come se fossero appunto contemporanei o prossimi all’enunciazione.

Il presente storico è diffuso in tutte le principali lingue europee e nelle lingue classiche; svolge importanti funzioni nella narrazione scritta, in particolare saggistica e letteraria, ma appartiene in primo luogo alla narrazione spontanea:

(1) Quando s’arrivò a Montebuoni / alla chiesa / per salire / c’è le rampe // allora / gli sposi / guardano / fanno venire con la macchina / ma le altre macchine no / non salivano // sicché / allora / facean salire noi // la Ginetta / a battere piedi / aveva diciotto mesi // io zia mia // io zia mia // mi vedea andar via // a gridare / tutto il paese // insomma / ci toccò a metterla ni’ mezzo / a noi // (Cresti & Moneglia 2005)

Caratteristica del presente storico, legata alla sua natura di metafora temporale, è quella di essere un tempo pluriprospettico (Sorella 1983), capace cioè di cumulare effetti di profondità temporale e di vicinanza. Anche a livello aspettuale ( aspetto), il presente storico è un tempo fondamentalmente ambiguo, potendo essere usato con valore sia perfettivo che imperfettivo. Ad es., in (2):

(2) quindi s’arriva su al [/] al villaggio / tutti insieme / stravolti // e in quel momento sorge la luna / ecco / e allora la luna illumina questo piazzale / che è a duemila metri / quasi / siamo lì // sicché era / un’aria fine / era &be // questa luna / queste cose / era anche suggestivo // e poi c’era questo posto / in fin de’ conti / Isaia dice / eeé / dormite qui // da me / dice / nel mio albergo // vado a vede’ le stanze // stamberga // (Cresti & Moneglia 2005)

hanno valore perfettivo i verbi s’arriva, dice e vado, che potrebbero essere sostituiti con dei perfetti semplici; hanno invece valore imperfettivo i verbi sorge e illumina, sostituibili con un imperfetto (ma il primo anche, e forse meglio, con una perifrasi progressiva: stava sorgendo). Analogamente, in (1) hanno valore perfettivo i verbi guardano e fanno, mentre ha valore imperfettivo c’è.

 

2. Nel testo

 

L’uso del presente storico può accompagnarsi a quello del perfetto semplice (equivalente a un piuccheperfetto) a esprimere l’anteriorità, e del futuro (equivalente a un condizionale composto) a esprimere il futuro nel passato, formando un vero e proprio piano temporale autonomo:

 

(3) Stavamo aspettando il treno. All’improvviso giunge trafelato Enrico. Ha appena parlato con il capostazione e dice che il rapido arriverà con molto ritardo. Fu così che decidemmo di prendere l’espresso (da Bertinetto 2001: 68)

Spesso, però, questi rapporti sono espressi con tempi che appartengono al piano del passato: ad es., in (1) l’anteriorità è espressa da un perfetto semplice («Quando s’arrivò […] c’è le rampe»). Più in generale, il fatto di presentarsi in combinazione e spesso in alternanza coi tempi della narrazione al passato rappresenta una delle caratteristiche più tipiche dell’uso del presente storico.

Da questo punto di vista, si può distinguere tra un impiego puntuale, per lo più con valore perfettivo e focalizzante (si parla allora di presente drammatico), e un impiego prolungato, con funzioni più articolate e varie (si parla allora di presente narrativo). Tra gli esempi precedenti, appartengono al primo tipo (1) e (3), mentre (2) è estratto da un testo in cui il presente storico è il tempo dominante: si danno anche esempi (come nel caso di alcune fiabe) di testi interamente al presente storico narrativo.

In generale, queste commutazioni di tempo al presente storico non sono affatto irrazionali, ma rispondono a funzioni ben precise, valutabili: (a) a livello espressivo, relativamente al modo di rappresentazione degli eventi narrati; (b) a livello discorsivo, relativamente alla costruzione del testo.

Le funzioni del primo tipo sono quelle più tradizionalmente sottolineate nelle descrizioni del presente storico, visto essenzialmente come procedimento stilistico: esse si legano alla sua caratteristica capacità di attualizzare gli eventi narrati. In questo senso, uno degli impieghi più tipici consiste nel sottolineare singoli eventi o gruppi di eventi, mettendone in luce il carattere inatteso, drammatico, incalzante:

(4) E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: «è l’Adda!» Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore (Manzoni 1971: 393)

In (4) il presente serve a isolare nella catena narrativa una serie di eventi che costituiscono il culmine di una climax: l’effetto è quello di una messa in rilievo e di una sorta di ravvicinamento improvviso (quasi uno zoom). Nell’esempio appena visto, e in generale, all’effetto di sottolineatura drammatica concorre anche la caratteristica ‘apertura’ del presente, ossia il fatto che a differenza del perfetto esso non visualizza il punto terminale dell’evento descritto dal verbo: l’uso del presente può così servire a ottenere effetti di sospensione. Questo è evidente in (5):

(5) A qualche distanza giungemmo a una barriera, ove mi domandano una piccola somma pel mio passaggio. Metto la mano in tasca, e qual fu la mia sorpresa quando non trovai un soldo nel borsellino dov’io posi la mattina cinquanta zecchini, che l’impresario di Praga, Guardassoni, pagato m’avea per quell’opera! (Da Ponte 1918: 1°, p. 134)

dove il presente introduce appunto azioni dall’esito aperto, mentre per esprimere gli eventi immediatamente successivi, che pongono fine alla sospensione, si passa al perfetto.

Questi impieghi drammatici del presente storico (per una casistica, cfr. Herczeg 1972) sono probabilmente i più diffusi sia nelle narrazioni spontanee che nella narrativa tradizionale: essi non esauriscono tuttavia le possibilità espressive del presente storico, che sono varie e non sempre riconducibili a schemi.

Soprattutto negli usi estesi, le stesse caratteristiche semantiche viste finora possono, ad es., essere piegate a funzioni del tutto diverse, di tipo descrittivo, o perfino straniante, come nel seguente esempio di prosa memorialistica (Bertinetto 2003):

(6) Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscìo dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l’acqua è inquinata […]. Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia (Levi 1997: 16)

In questo caso, l’adozione compatta del piano temporale del presente storico (che si estende poi a buona parte del libro) non ha valore di sottolineatura drammatica nel senso visto sopra: serve piuttosto a mantenere una prospettiva ravvicinata sugli eventi, fino a una sorta di annullamento della percezione della durata temporale analogo a quello sperimentato dal protagonista e dai suoi compagni.

Dal punto di vista della costruzione testuale, invece, le funzioni del presente storico si legano al fatto che ogni commutazione di tempo verbale costituisce un segnale di discontinuità nella narrazione, e come tale può servire a marcare l’articolazione del testo in unità funzionali ( testi narrativi). Questa funzione è stata riconosciuta sia nella narrazione spontanea (Centineo 1991) sia in quella letteraria (Bertinetto 2003), dove si è mostrato come l’adozione di un tempo verbale all’interno di una porzione di testo possa servire a isolare una sequenza funzionalmente omogenea. Anche l’uso puntuale, drammatico, del presente storico può d’altronde svolgere funzioni demarcative, nel senso di sottolineare dei punti di svolta della narrazione, che possono introdurre nuove sezioni testualmente individuate. Ad es., i presenti storici che in (1) interrompono la catena dei perfetti e degli imperfetti introducono la situazione iniziale di una breve sequenza narrativa sostanzialmente completa.

Il presente storico compare presto nella tradizione scritta dell’italiano (Squartini 2010). Lo troviamo, ad es., già largamente usato sia in testi in prosa come il Tristano Riccardiano (fine XIII secolo), sia in testi poetici come la Commedia (Brambilla Ageno 1978):

(7) Allora sì gli mostroe la damigiella lo suo palafreno, e lo cavaliere si andoe e ssì menoe lo cavallo e mise la damigiella a ccavallo; e ppoi sì tornoe lo cavaliere per lo suo cavallo e ccavalca cola damigiella, ed or la dimanda in che parte ella vuole andare. E la damigiella sì gli dicie ch’egli sì la debia menare a uno monisterio, impercioe ch’ella sì vuole servire Iddio e la sua madre (Tristano Riccardiano 1991: 163)

(8) La sesta compagnia in due si scema:

per altra via mi mena il savio duca,

fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca (Dante, Inf. IV, 148-151)

A determinare questa comparsa precoce del presente storico concorrono sia la sua natura di espediente spontaneo della narrazione, sia la continuità col latino, in cui il presente storico, largamente attestato, costituisce anzi una risorsa grammaticalmente e retoricamente ben codificata, tale quindi da fornire una legittimazione e uno stimolo anche per la scrittura linguisticamente più consapevole.

Fa specie, perciò, la rottura dell’unità di misura temporale (mai registrata ne “Il veleno di Circe”, sempre ortodossamente omogeneamente costante nella drammaturgia del presente!) inopinatamente riscontrata nei seguenti passaggi:

-                      pag. 44-45;

-                      pag. 73;

-                      pag. 76;

-                      pag. 186;

-                      pag. 264;

-                      pag. 353;

-                      pag. 369,

laddove gli autori passano all’imperfetto, al trapassato prossimo e al condizionale passato in luogo dei canonici ed ortodossi passato prossimo e futuro semplice; come spiega dettagliatamente il Roggia, l’anteriorità nel presente drammatico rappresenta, con una similitudine meccanica, lo scalare di marcia che obbliga alla progressione.

E’ rintracciabile altresì nel testo una tendenza a passaggi colloquiali, consanguinei alla drammaticità dell’opera e, pertanto, spesso, gli scrittori:

-  surrogano il congiuntivo delle interrogative indirette o delle concessive con l’indicativo;

-  omettono la virgola prima dell’apostrofe, invocazione e avversativa, o tra reggenti e dipendenti in forma implicita;

-  indulgono nelle infinitive piuttosto che nelle completive in dipendenza di verbi di percezione;

-  sovrappongono particelle pronominali in proposizioni già gravide di nome di riferimento ovvero pronome sostitutivo;

-  prediligono il pronome di 3^ persona singolare gli laddove l’ortodossia grammaticale richiederebbe quello di 3^ persona plurale (loro);

-  esprimono qualche “irriguardosità” alla regola formale del pronome relativo e del nome che lo precede immediatamente;

-  transitivizzano a volte verbi intransitivi come assurgere o usano intransitivamente verbi che richiedono il complemento diretto (imboccare).

Ma la Baldini e Draghetti sono perfettamente a loro agio con l’uso di figure retoriche elegantissime ed efficaci come:

-             l’ossimoro (“la barbarie della civiltà” a pag. 125);

-            l’anacoluto (“ma la fede che ha sempre provato la vive con intensità e determinata convinzione” a pag. 181);

-              la litote (“non senza profondersi in mille scuse” a pag. 373).

La tipografia ovvero il digitatore gioca loro qualche scherzo nelle seguenti pagine:

- 165: minimamente trasformato in minimante;

- 172: dittongo teutonico –ei digitato come lo si pronuncia (“hail Hitler”) anziché ”Heil, Hitler!”;

214: ultima sillaba del participio passato “tramandata” desaparecida;

- 223: punto interrogativo  evaporato (“ ‘Dove l’hai trovato?’ chiede il poliziotto”);

246: apostrofo tra particella pronominale e presente indicativo del verbo (c’entra) omesso;

- 293: terza persona singolare del presente indicativo di dare priva d’accento.

Una considerazione encomiastica va riservata, a mio giudizio, alle pagine erotiche che i due autori confezionano, quelle relative all’unione sessuale dei due protagonisti. Sono immagini così coinvolgenti e pregne di atmosfera conturbante eppure gravide di una capacità lirica che quasi aureolizza i passaggi, donando ai brani una purezza di solito inattingibile in circostanze simili e sgombrandoli da ogni indulgenza morbosa. E se ne “Il veleno di Circe” l’accostamento di tali passi ad una vicenda altamente torbida e “mafiosa” come quella dei rifiuti tossici a deturpare la costa realizza un abbinamento impudicizia-purezza più consueto e ripetitivo, stavolta l’accoppiata item “trasgressivi” – vicenda a sfondo spirituale-religioso sfronda le scelte degli autori da ogni sospetto di puritanesimo bigotto.

Il recensore s’interroga incuriosito: “Chi dei due coautori è maggiormente “responsabile” per le attitudini a questa magnifica simbiosi di trasgressione e poesia?” Ecco la risposta, frutto di letture comparate:

-                  pag. 46-47 “Il veleno di Circe”: Giulia esce dal capanno. Rimanendo in penombra, illuminata solo dalla scia di luce proiettata sulle dune della spiaggia dalla porta aperta, infila le mani nelle tasche dei jeans e cammina lentamente. Alza il capo, osserva il cielo fitto di stelle e si lascia sfuggire un profondo sospiro. Si ferma e, cullata dallo sciabordio delle onde sulla riva, con lo sguardo ormai abituato alla semioscurità, ne osserva la bianca spuma che, effervescente, corre a lambire i suoi piedi. Toglie i sandali e lascia che l’acqua le bagni i piedi nudi e i pantaloni;

-        pag. 389-390 “Non nobis, Domine”: invitati dall’aria mite decidono di fare una passeggiata sulla scogliera del vecchio faro ormai in disuso e, inevitabilmente, si ritrovano sulla spiaggia. La luce dei lampioni che spiove svogliata sulla strada lascia in completa penombra l’arenile. Le figure dei due giovani, che camminano parlottando fittamente tra loro, sono rischiarate solo dall’argenteo riflesso della luna. Fabio si arrotola i pantaloni fino alle ginocchia, poi infila le mani nelle tasche ed alza il capo al cielo contemplandone la preziosa trama intessuta di stelle. Alexia, invece, con gli occhi ormai abituati alla semioscurità, è ipnotizzata dalla bianca spuma che lambisce la riva scomponendosi in infinite bollicine frizzanti. Anche lei, incapace di rifiutare quello stuzzicante richiamo e inebriata dall’odore salmastro, toglie i sandali e lascia che l’acqua le accarezzi i piedi nudi;

-         ancora pag. 47 ”Il veleno di Circe”: Giulia, inebriata da quel contatto intimo e sensuale, accarezza i muscoli tesi e guizzanti della schiena di lui, graffiando la pelle accaldata;

-        e ancora pag. 391 “Non nobis, Domine”: la giovane, arrendevole, comincia a gemere e infilando le mani dentro la camicia del poliziotto, gli graffia la pelle accaldata delle spalle;

-           ancora pag.48 “Il veleno di Circe”: le pone le mani sulla schiena e la carezza voluttuosamente slacciandole il reggiseno;

-                 e ancora pag. 391 “Non nobis, Domine”: Stordito, china il volto verso i seni di lei, con consumata perizia, accarezzandole sensualmente la schiena, le slaccia il reggiseno;

-        ancora pag. 48 “Il veleno di Circe”: liberati dalla costrizione, i seni di Giulia sfregano contro il torace dell’uomo che trattiene il fiato e si scosta quel tanto che gli permette di poterli osservare. Turgidi e sodi, senza imbarazzo, si mostrano allo sguardo di Stefano, che con consumata esperienza china il volto per baciarne il roseo e delicato capezzolo, suggendolo in una dolce ed estenuante tortura;

-                e ancora pag. 391 “Non nobis, Domine”: rischiarati dal timido riverbero della luna essi si offrono turgidi e sodi a quello sguardo goloso, mentre il roseo capezzolo spicca sulla pelle diafana con spregiudicata naturalezza e lo invita a suggerne il nettare divino;

-          ancora pag. 48 “Il veleno di Circe”: Giulia eccitata si avvinghia a lui e, sentendone pronta e fremente la rigida virilità, l’accoglie dentro di sé;

-              e ancora pag. 391 “Non nobis, Domine”: Alexia, con movenze sinuose e provocanti sfrega i fianchi contro di lui e, sentendone pronta e fremente la rigida virilità, si toglie la gonna.

Non v’è dubbio! La “colpevole” di tanta frenesia delicatissima è la Baldini, che definirei epica, omerica in questi anfratti di sensualità: luna, mare, notte, sinus muliebres sugendi et mentulae accipiendae. C’è un rituale preciso scandito da versi (sì! non mi sbaglio! non mi sembrano righe di prosa queste!) formulari. E come in un poeta classico, a suo agio nell’ars allusiva, la Baldini fa autoreferenzialità, modulando note identiche di uno spartito intimamente vissuto.

Ci sia consentita una legittima discriminazione. Se qualcuno ha detto che un’attrice come la Incontrada si è esaltata nella recita di un soggetto a mio giudizio fragilissimo come quello che la RAI ha di recente confezionato per la fiction “Un’altra vita”, beh, beati monoculi in terra caecorum! Si diano all’artista iberica i temi de “Il veleno di Circe” e di “Non nobis, Domine” per spiralizzarne il talento! Con tutta franchezza la trama di questi ultimi mi sembra decisamente meno banale ed asmatica!

Da ultimo vorremmo addentrarci in una valutazione di stampo esegetico sul motto dei Templari che dà il titolo all’opera. A mio giudizio esso, alla luce di un’attenta lettura del Salmo 115 cui s’ispira, dovrebbe essere oggetto di attenta riconsiderazione per ciò che ha tratto con la traduzione comunemente accettata e fatta propria dalla CEI. La vulgata latina, mutuata dal motto dei Cavalieri del Tempio di Salomone, così recita: “Non nobis, Domine, sed Nomini Tuo da gloriam!” e così lo si legge sul basamento del prospetto di Ca' Vendramin Calergi sul Canal Grande a Venezia e sulle finestre frontali di Palazzo Zabarella a Padova. Mentre la sola scritta Non nobis Domine non nobis è incisa su una lapide esterna del Municipio di Salò sulla parte prospiciente il lago di Garda. L’exordium del Salmo in poche parole andrebbe tradotto: “Non a noi, Signore, ma al Tuo Nome dà gloria!”. Ma la lettura del cantico nella sua interezza invita ad un’accorta revisione di questo tipo di resa nella lingua  italiana, poiché tutto il passo biblico contrappone la spiritualità e l’impalpabilità divina al lavoro manuale degli idolatri che si inventano rappresentazioni tangibili opera di mano d’uomo. Eccone il testo integrale partendo dalle parole immediatamente successive al già citato incipit:

 

 …………da' gloria, 

per il tuo amore, per la tua fedeltà.

Perché le genti dovrebbero dire:

“Dov'è il loro Dio?”.

Il nostro Dio è nei cieli:

tutto ciò che vuole, egli lo compie.

I loro idoli sono argento e oro,

opera delle mani dell'uomo.

Hanno bocca e non parlano,

hanno occhi e non vedono,

hanno orecchi e non odono,

hanno narici e non odorano.

Le loro mani non palpano,

i loro piedi non camminano;

dalla loro gola non escono suoni!

Diventi come loro chi li fabbrica

e chiunque in essi confida!

Israele, confida nel Signore:

egli è loro aiuto e loro scudo.

Casa di Aronne, confida nel Signore:

egli è loro aiuto e loro scudo.

Voi che temete il Signore, confidate nel Signore:

egli è loro aiuto e loro scudo.

Il Signore si ricorda di noi, ci benedice:

benedice la casa d'Israele,

benedice la casa di Aronne.

Benedice quelli che temono il Signore,

i piccoli e i grandi.

Vi renda numerosi il Signore,

voi e i vostri figli.

Siate benedetti dal Signore,

che ha fatto cielo e terra.

I cieli sono i cieli del Signore,

ma la terra l'ha data ai figli dell'uomo.

Non i morti lodano il Signore

né quelli che scendono nel silenzio,

ma noi benediciamo il Signore

da ora e per sempre.

Alleluia.

Anche esegeticamente e dottrinalmente risulta poco comprensibile una divinità, un essere perfetto e autobastevole che necessiti di autoglorificarsi. Molto meglio sarebbe intendere, come fa la traduzione interconfessionale, a mo’ di strumentali i due Dativi contrapposti (¹mn  e ÑnÒmat  sou)  che il testo greco riporta, vale a dire: “Non per mezzo nostro, o Signore, ma per mezzo del Tuo Nome dà gloria!”. Questa interpretazione, più congrua ed omogenea al dettato concettuale del Salmo, si ritrova nei filmati rintracciabili in rete (p.es.:

https://www.youtube.com/watch?v=_GWUW0W_xY4) della versione cantata del passo biblico stesso e consente un omeoteleuto aderentissimo:

Non nobis, Domine,

sed   Tuo    Nomine,

come succede in tutti gli inni sacri, si pensi al “Pange lingua”:

 

Pange, lingua, gloriósi                        Verbum caro, panem verum

Córporis mystérium,                          verbo carnem efficit:

Sanguinisque pretiosi,                        fitque sanguis Christi merum,

Quem in mundi pretium                      et si sensus deficit,

Fructus ventris generosi                     ad firmandum cor sincerum

Rex effudit gentium.                          sola fides sufficit.

Nobis datus, nobis natus                    Tantum ergo sacramentum

Ex intacta Virgine,                             veneremur cernui,

Et in mundo conversatus,                   et antiquum documentum

Sparso verbi semine,                         novo cedat ritui;

Sui moras incolatus                           præstet fides supplementum

Miro clausit ordine.                            sensuum defectui.

In supremæ nocte cenæ                     Genitori Genitoque

recumbens cum fratribus,                   laus et iubilatio,

observata lege plene                          salus, honor, virtus quoque

cibis in legalibus                                sit et benedictio;

Cibum turbæ duodenæ                        Procedenti ab utroque

se dat suis manibus.                           compar sit laudatio.

 

Mariano Grossi

 

 

 

 

 

Disponibile su

 

Libreria Universitaria.it

http://www.libreriauniversitaria.it/non-nobis-domine-baldini-cinzia/libro/9788862470766?a=415021 

 

Linee Infinite Edizioni

http://www.lineeinfinite.net/portal/narrativa/491-non-nobis-domine.html

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