Tutankhamon PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Domenica 17 Maggio 2009 09:48
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Tutankhamon
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RELAZIONE SULL’ESAME DELLA MUMMIA DI TUTANKHAMON DEL DOTTOR DOUGLAS E. DERRY

 

(Dall’Appendice 1 de "LA SCOPERTA DELLA TOMBA DI TUTANKHAMON – HOWARD CARTER –   Collana: Classici dell’Avventura di NATIONAL GEOGRAPHIC EDITORE: White Star 2005.

Traduzione di Maurizio Vitta – Titolo originale dell’opera: The Tomb of Tutankhamon, Cassel and Company, Londra 1923)

 

Nel Museo delle antichità del Cairo si possono vedere le mummie di alcuni fra i più famosi faraoni dell’antico Egitto, re che hanno lasciato dietro di sé grandiosi monumenti, templi magnifici e statue colossali, e i cui nomi sono ormai divenuti familiari agli orecchi dei moderni quanto quelli dei monarchi contemporanei, sebbene da loro ci separino trenta o quaranta secoli. Nulla, però, lasciava prevedere che un re di oscure origini, con un regno breve e senza grandi imprese, avrebbe un giorno attirato su di sé l’attenzione del mondo intero, e non per sua fama personale, ma solo per il fatto che, mentre le tombe finora scoperte degli altri faraoni furono tutte violate nell’antichità, il suo sepolcro è rimasto praticamente intatto fino ai nostri giorni. Nell’angusto spazio di questa piccola tomba giaceva un cumulo di proprietà regali mai visto prima. C’è da chiedersi come dovessero apparire le tombe di Seti I, di Ramses III o di altri faraoni, nelle quali un solo salone sarebbe bastato a contenere tutte le ricchezze della tomba di Tutankhamon. Purtroppo i sepolcri di quei sovrani furono saccheggiati dai ladri, e non una o due volte, ma a più riprese, finché dei loro sontuosi arredi non rimase più nulla. Persino le bende delle mummie reali vennero tagliate, alla ricerca di gioielli, e in taluni casi fu danneggiato anche il corpo. Per la maggior parte, le mummie vennero nuovamente bendate, almeno una volta, dai sacerdoti, ma infine il continuo ripetersi di furti rese necessario il trasferimento dei corpi di molti re e regine in speciali nascondigli, scoperti solo di recente in seguito ad una ripresa delle ruberie nei tempi moderni. Infine, tutte quelle mummie furono definitivamente portate al Museo del Cairo.

In conseguenza di questi frequenti spostamenti, non c’è da stupirsi se sia sorto qualche dubbio circa l’identità di certe mummie, tolte già una volta dai loro sarcofagi e collocate poi in vari altri feretri.

Salvo una o due eccezioni, non c’è faraone che sia stato rinvenuto nel suo sepolcro originale, e ben pochi se ne sono trovati nelle loro bare; ma nessuno, eccettuato Tutankhamon, fu trovato ancora avvolto nelle sue bende, chiuso nelle bare sigillate nel sarcofago, e nella tomba in cui era stato deposto sin dall’inizio.

Una parola va detta in difesa dell’esame condotto sulla mummia di Tutankhamon. Molte persone lo hanno considerato un sacrilegio, ritenendo che sarebbe stato doveroso lasciare indisturbato il corpo di quel faraone. Da quanto ho detto sopra sulle continue ruberie dai tempi più remoti fino a oggi, dovrebbe essere chiaro che, dopo la scoperta di una simile tomba, con tutte le ricchezze in essa contenute, lasciare qualcosa di valore in quei locali avrebbe significato andare in cerca di guai. La notizia che preziosissimi oggetti sono nascosti pochi metri sotto il suolo, sarebbe un chiaro incitamento a nuovi furti. Per quanto una stretta sorveglianza, nei primi tempi, potrebbe scoraggiare ogni tentativo di saccheggio, alla prima occasione gli oggetti che ora sono per sempre al sicuro nel Museo delle Antichità andrebbero distrutti, mentre altri ricomparirebbero più o meno rovinati nelle mani dei mercanti, per disperdersi ben presto in ogni parte del mondo civile. Per gli scienziati il valore di questa raccolta mantenuta intatta è incalcolabile, e d’altro canto la possibilità di istruire e dilettare il pubblico esibendo queste antiche opere d’arte costituisce di per sé un argomento di grande rilievo e favore della conservazione di quei pezzi in un museo. Lo stresso dicasi per la sfasciatura della mummia reale: in tal modo, infatti, al corpo del faraone sono state risparmiate le brutali manomissioni operate da ladri bramosi di portar via i gioielli profusi su quelle spoglie.

Inoltre la storia ha potuto così arricchirsi delle informazioni ricavate dall’esame anatomico, che in questo caso, come mostreremo ora dettagliatamente, riveste una notevole importanza.

La conservazione dei cadaveri, portata a perfezione dagli egizi grazie alla loro arte della mummificazione, ha sempre suscitato il massimo interesse. Sull’argomento esiste una vasta letteratura, e il professor Elliot Smith(1) ha studiato i metodi seguiti nei vari periodi, esaminando le mummie conservate presso il Museo delle Antichità e quelle di numerosi sacerdoti e sacerdotesse della XXV dinastia(2).

Sulla base di queste e di altre ricerche, disponiamo ora di un quadro abbastanza chiaro del modo in cui si procedeva all’imbalsamazione. La buona riuscita di questa operazione era dovuta in gran parte al clima egiziano, particolarmente asciutto, senza il quale si può dubitare che anche il cadavere meglio imbalsamato, avrebbe potuto conservarsi intatto, come spesso è accaduto, per quasi quattromila anni. Nella maggior parte delle mummie prese in esame, gli organi interni risultano asportati attraverso un’incisione praticata nella parete addominale. In tal modo si eliminavano le parti più facili a decomporsi, e la successiva immersione del corpo in un bagno di sale era a quanto pare sufficiente a garantire il pieno successo dell’operazione. Di recente, però, H. E. Winlock e io abbiamo esaminato una serie di mummie in perfette condizioni, rinvenute in tombe nelle vicinanze del tempio di Mentuhetep, a Deir el-Bahari, e risalenti all’XI dinastia. Orbene, in quei corpi non vi era traccia di incisioni addominali o di altri tagli, da cui potesse essere estratto un organo interno. Una simile perfetta conservazione, senza alcun processo mummificatorio, si rileva anche nei resti di alcuni popoli predi nastici d’Egitto, che però usavano seppellire i loro morti nella sabbia senza feretro: si capisce quindi come ciò abbia dato luogo a un rapido disseccamento, grazie al calore e alle favorevoli proprietà prosciugatrici della sabbia. Il caso delle mummie dell’XI dinastia si direbbe a prima vista del tutto diverso, in quanto accuratamente fasciate e deposte in bare e sarcofagi, e quindi maggiormente soggette agli effetti dell’umidità ristagnante in uno spazio chiuso; eppure, come abbiamo già detto, quei corpi costituiscono i più perfetti esempi di conservazione che finora si siano visti, e un attento esame di tutti i dati sembrerebbe indicare nel clima estremamente secco di quella zona la causa principale di un tale stato di cose.

Sistemi del genere, o meglio l’assenza di particolari metodi di conservazione, sono tuttavia abbastanza rari, e nella successiva XII dinastia, a giudicare dalle mummie di alcuni nobili sepolti a Saqqara, già si praticava l’asportazione delle viscere attraverso un’incisione addominale, secondo un sistema di cui peraltro non mancano tracce nei periodi precedenti. Il modo di conservare i corpi praticato nella XVIII dinastia, al cui periodo finale risale il regno di Tutankhamon, è stato descritto dal professor Elliot Smith nel catalogo accennato, dove si passa in rassegna la maggior parte dei faraoni di quel periodo, fra cui alcuni antenati del giovane re.

Purtroppo sussistono molti dubbi sull’identificazione della mummia detta di Amenhetep III, nonno di Tutankhamon. Smith ha osservato che i metodi usati per la conservazione di questo faraone, e in particolare il curioso accorgimento di inserire varie sostanze sotto la pelle degli arti, del torace, del collo, ecc., per ridare al corpo l’aspetto che aveva da vivo, non venne introdotto prima della XXIII dinastia, e cioè circa tre secoli dopo. È quindi possibile che ci si trovi di fronte a uno di quegli errori in cui si poté incorrere quando, in seguito alle frequenti ruberie nelle tombe e alle profanazioni subite dalle salme, i sacerdoti provvidero a trasferire le mummie e a rifasciarle tutte. La mummia in questione giaceva in una bara risalente a un periodo assai più tardo e recante i nomi di tre re, fra cui quello di Amenhetep III, di qui l’identificazione con questo faraone. È però molto probabile che si tratti di un personaggio vissuto molto più tardi.

La cosa sarebbe confermata dall’esame dei discendenti di Amenhetep, perché non è plausibile che un sistema del genere, introdotto al tempo di questo re, sia caduto in disuso durante il regno dei suoi immediati successori. È pur vero che di suo figlio Ekhnaton non è rimasto null’altro che le ossa, ma se il suo corpo fosse stato fasciato come, secondo la descrizione di Smith, lo fu quello del suo presunto padre, sarebbe certamente rimasta una qualche traccia dell’operazione. Per quel che riguarda Tutankhamon, i metodi adottati furono come vedremo, quelli in uso nella sua dinastia, e del resto si accordano bene alle conclusioni cui Smith è pervenuto esaminando altre mummie, sicuramente identificate, di quel periodo. Dobbiamo quindi purtroppo concludere che finora la mummia di Amenhetep III non è stata individuata.

L’esame delle spoglie di Tutankhamon ebbe inizio l’11 novembre del 1925, con l’assistenza del dottor Saleh Bey Hamdi. Quando vedemmo la mummia per la prima volta giaceva nella bara cui era rimasta saldamente attaccata per qualche sostanza resinosa versata sul corpo dopo la deposizione nel feretro. La testa, le spalle e parte del torace erano ricoperte da una splendida maschera d’oro che riproduceva le fattezze del re, con il suo copricapo e il collare. Anche la maschera era rimasta attaccata al fondo della bara a causa di quella resina, ormai rassodatasi fino a formare una massa dura come pietra. La mummia era avvolta in un sudario tenuto fermo da bende che passavano intorno alle spalle, ai fianchi, alle ginocchia e alle caviglie. Era chiaro, anche a un esame superficiale, che non era possibile procedere a una sfasciatura sistematica, dato che le bende erano divenute estremamente fragili e si polverizzavano al minimo tocco. A quel che sembra, un simile stato di cose era da imputare alla presenza di un certo grado di umidità al momento della sepoltura e alla conseguente decomposizione degli unguenti, che avevano elevato la temperatura dando luogo a una specie di combustione spontanea nella quale le bende erano rimaste carbonizzate. Si tratta di un caso osservato di frequente, tanto che ha fatto nascere l’idea che le mummie ritrovate in quelle condizioni fossero state bruciate. Vi sono d’altronde altri elementi, già indicati da Carter, che testimoniano gli effetti prodotti dall’umidità. Se la tomba fosse stata perfettamente asciutta, quei tessuti sarebbero rimasti in ottimo stato.

Dal momento che tutte le operazioni dovevano essere svolte sul posto, il dottor Carter suggerì di rafforzare gli strati superiori delle bende con paraffina fusa, in modo da poterli poi tagliare e aprire senza comprometterne l’originaria disposizione. Così fu fatto, e, una volta asciugatasi la cera, venne praticata un’incisione lungo la linea mediana della fasciatura, dal bordo inferiore della maschera fino ai piedi. L’incisione era profonda solo pochi millimetri, e i due lembi del taglio vennero rovesciati sui lati. A questo punto apparvero numerosi oggetti che erano stati inseriti fra le bende, e da quel momento fu necessario rimuovere la fasciatura strato per strato, per poter annotare e fotografare, prima di toccarle, tutte le cose che vi erano conservate. Durante questo lavoro, per forza lento, si poté notare che lo stato di deterioramento delle bende aumentava sempre di più. In molti punti la fasciatura era ridotta in polvere, e in nessun caso fu possibile togliere una benda o un panno che fossero anche solo parzialmente intatti. Questo ci impedì di seguire all’inverso il percorso originario della fasciatura, cosa che si può fare con facilità, quando lo stato di conservazione consente di rimuovere regolarmente le fasce, i panni o le vesti eventualmente impiegate nella fase finale dell’imbalsamazione. Per quanto potemmo stabilire, la mummia di Tutankhamon era stata fasciata secondo i principi generali solitamente applicati, e descritti in dettaglio nel catalogo delle mummie reali presso il Museo del Cairo, curato dal professor Smith. Numerosi tamponi di lino erano stati collocati in vari punti per mascherare le protuberanze prodotte dagli oggetti inseriti fra le bende, in modo che l’imbalsamatore potesse agevolmente fasciare il corpo e gli arti del cadavere.

Taluni dei lini adoperati erano simili ad un finissimo percalle, notevoli soprattutto quelli incontrati all’inizio dell’operazione e alla fine, a contatto con il corpo del faraone. Le fasce intermedie erano invece di qualità più ordinaria; a un certo punto apparvero anche alcuni panni di lino piegati e disposti lungo la parte anteriore del corpo, fino alle ginocchia, legati con bende trasversali. A quanto pare, l’usanza di adoperare grandi quantità di tessuto in forma di panni ripiegati era diffusa nel corso della XII dinastia; io stesso ho tolto dalla mummia di un nobile uno di quei panni, lungo diciannove metri e largo un metro e mezzo, e appariva piegato in modo da creare una copertura spessa otto strati. Parlando della sfasciatura della mummia detta di Amenhetep III (vedi sopra) il professor Elliot Smith osserva la presenza di vari panni ripiegati e di «una quantità di rotoli di bende… sulla parte anteriore del corpo, apparentemente lasciati lì per inavvertenza». Questi rotoli potrebbero essere stati usati per riempire i vuoti e gli avvallamenti fra gli arti e il corpo, come è facile vedere nelle mummie di ogni tempo, e secondo lo stesso criterio usato per eguagliare le irregolarità provocate dagli ornamenti funerari disposti sul corpo. Le bende del torace erano state avvolte in strati incrociati e trasversali; nel primo caso passavano su una spalla, poi intorno al corpo, terminando nel giro di ritorno sull’altra spalla.

La disposizione incrociata delle bende era facilmente visibile in corrispondenza dell’inforcatura delle gambe, sebbene fosse alquanto arduo seguire il metodo applicato, sia per la fragilità delle fasce, sia per il fatto che il corpo, in questa fase, non era ancora stato tolto dalla bara.

Gli arti erano stati bendati separatamente prima di essere chiusi nella fasciatura generale. Quelli superiori erano disposti in modo che il faraone avesse le braccia incrociate sul petto: l’avambraccio destro era posato sulla parte superiore dell’addome, con la mano sul fianco sinistro; l’altro era posto più in alto, sulle ultime costole, con la mano posata sul lato destro del torace. Le braccia erano adorne fino al gomito di braccialetti. Le dita delle mani e dei piedi erano bendate separatamente; ciascuno, prima di essere fasciato, era stato racchiuso in una guaina d’oro. Ai piedi, inoltre, erano calzati sandali d’oro, infilati dopo l’applicazione di alcuni strati di bende in modo che la sbarretta potesse passare fra l’alluce e il secondo dito, e anch’essi chiusi nella fasciatura generale.

Quando anche la testa venne portata alla luce, la parte superiore del relativo bendaggio risultò circondata da un doppio cordoncino, simile per certi aspetti alla fune usata dai beduini, ma di diametro inferiore, e composto da due fibre vegetali strettamente attorcigliate. La fasciatura circolare teneva a sua volta un panno che copriva la testa e il volto. Al di sotto altre fasce si incrociavano perpendicolarmente e trasversalmente. Quando finalmente si scoprì il volto, le narici erano chiuse da una sostanza resinosa, di cui uno strato era stato cosparso sugli occhi e fra le labbra.

Aspetto generale della testa. La testa è rasata, con la pelle del cranio ricoperta da una sostanza biancastra, probabilmente del genere degli acidi oleosi. Le due leggere abrasioni visibili sulla parte superiore dell’occipite sono presumibilmente dovute alla pressione del diadema, chiuso nella stretta fasciatura. I tamponi delle narici e il materiale che ricopriva gli occhi risultarono composti, all’esame condotto da Lucas, di un tessuto impregnato di resina. Quanto alle macchie biancastre rinvenute sulle spalle e sulla parte superiore della schiena, si tratta di «sale comune, con una piccola aggiunta di solfato di sodio», un residuo, con tutta probabilità del nitro adoperato per l’imbalsamazione. Gli occhi parzialmente aperti, non hanno subito alcun trattamento, e le ciglia sono molto lunghe. La parte cartilaginosa del naso risulta in parte appiattita per la pressione delle bende. Il labbro superiore, leggermente sollevato, mette in mostra il grande incisivo centrale. Le orecchie sono piccole e ben modellate, con i lobi bucati da un forellino circolare di sette millimetri e mezzo di diametro.

La pelle del volto è di colore grigiastro, con molte crepe e assai fragile. Sulla guancia sinistra, proprio all’altezza del lobo dell’orecchio, si nota una specie di cicatrice circolare, alquanto scolorita sui bordi lievemente rialzati. Impossibile dire quale fosse la causa di quella lesione.

Una volta tolte le bende, la testa è apparsa ampia e un po’ schiacciata sulla sommità (platicefalica), con la regione occipitale piuttosto prominente. Pur considerando il restringimento della parte superiore del cranio e dei muscoli posteriori del collo, questa prominenza resta notevole. Sul lato sinistro dell’occipite si nota una pronunciata protuberanza, mentre la regione post-bregmatica risulta depressa. La forma generale della testa, di tipo molto insolito, è simile a quella del suocero di Tutankhamon. Ekhnaton, ed è più che probabile che fra i due faraoni intercorresse una stretta parentela di sangue. Una simile affermazione, qualora fosse basata su un normale tipo di cranio egizio, potrebbe a ragione essere considerata superficiale, ma la concreta possibilità di un confronto è in questo caso accresciuta dalla notevole forma del cranio di Ekhnaton. Il professor Smith, che per primo lo esaminò nel 1907, arrivò alla conclusione che il re eretico dovesse aver sofferto di idrocefalia. Un esame successivo non ha però confermato questa tesi, soprattutto perché l’appiattimento del cranio di Ekhnaton è manifestamente diverso da quello di un comune idrocefalo, nel quale la pressione del fluido cerebrale spinge sulla parete cranica dando luogo naturalmente a una forma convessa, soprattutto nella regione frontale; caratteristica, questa, decisamente contrastante con l’aspetto del cranio di quel faraone.

Quando perciò vediamo che la testa di Tutankhamon è come la copia esatta di quella del suocero, non solo l’ipotesi dell’idrocefalia cade definitivamente, ma si rafforza l’ipotesi che fra i due faraoni corresse una ben stretta parentela. Una simile tesi acquista un peso anche maggiore confrontando le misure dei due crani. Quello di Ekhnaton è largo 154 millimetri, una misura, come dice il professor Smith, «del tutto eccezionale per un egizio». Eppure la testa di suo genero raggiunge i 156,5 millimetri. Calcolando lo spessore del cuoio capelluto, naturalmente compreso in tutte le misurazioni compiute sul cranio di Tutankhamon e valutato, grazie a uno speciale strumento, non superiore a 0,55 millimetri, tale larghezza diviene di 155,5 millimetri, quindi maggiore di quella del suocero, che come abbiamo visto è «del tutto eccezionale». Le corrispondenti misurazioni dei due crani, per quanto è possibile un confronto, date le diverse condizioni nelle quali l’esame veniva condotto, mostrano una marcata similarità, e rendono quasi certa l’esistenza di una parentela di sangue.

Il volto di Tutankhamon, nella maschera d’oro, è quello di un giovane dall’aspetto raffinato. E in realtà, chi ha avuto il privilegio di osservare il suovero volto può testimoniare con quanta abilità e accuratezza l’artista della XVIII dinastia ne ha fedelmente ritratto le fattezze, lasciando per l’eternità, in un metallo incorruttibile una splendida immagine del giovane re.

La cavità del cranio era vuota, se si eccettua una certa quantità di materiale resinoso introdotto attraverso il naso, secondo il sistema seguito dagli imbalsamatori di quel tempo, dopo che ne avevano estratto il cervello nello stesso modo.

I denti del giudizio di destra erano appena spuntati dalla gengiva, raggiungendo all’incirca metà dell’altezza del secondo molare. Quelli di sinistra non erano facilmente visibili, ma dovevano trovarsi al medesimo stadio di sviluppo.

 



 

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