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Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Martedì 05 Maggio 2009 19:35
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Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria
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(Dal Cap. 3° de IL MISTERO DEL SEPOLCRO DELLA VERGINE MARIA – La verità segreta sul sacro Graal, sul vero padre di Cristo e sulla tomba di Maria” di Graham Phillips – Edizione Mondolibri S.p.a., Milano su licenza Newton e Compton editori s.r.l., Roma 2002) 

 

 

Sepolcro della Vergine

  

 

ECCO UNA VERGINE

Dalla desolata Pianura dello Jezreel, la strada saliva serpeggiando verso le ondulate colline della Galilea. Visto che aveva la settimana libera David Deissmann, un archeologo dell’Università Ebraica, che aveva partecipato agli scavi del tempio di Gerusalemme, si era gentilmente offerto di condurmi su a Nazareth e di mostrarmi i luoghi dell’antica cittadina. Ora eccola davanti a me, aggrappata all’interno di una vasta conca di roccia arida, case bianche con i tetti a terrazza, disposte a gradinata, una fila dopo l’altra, come i posti di un anfiteatro romano. Mi ero aspettato di trovare un piccolo, tranquillo villaggio, con costruzioni arcaiche, strade costeggiate da palme e sabbia, piazze selciate con ciottoli: una comunità isolata, dove la vita tradizionale giudaica si era mantenuta quasi invariata dal tempo di Cristo. Non avrei potuto sbagliarmi di più. Nazareth era in tutto e per tutto una cittadina del XX secolo: niente meno che un luogo di turismo religioso, con strutture prefabbricate, edificate con metodi di costruzione rapida, strade piene di traffico e una popolazione di ottomila persone, che si ingrossava grazie al turismo di massa. Anche le chiese, i conventi e i monasteri, circa una quarantina, erano per la maggior parte costruzioni recenti, che difficilmente risalivano a più di un centinaio di anni prima. Per quanto riguardava la vita giudaica, fatta esclusione per la presenza della polizia israeliana, Nazareth doveva essere la città meno giudaica di tutta Israele. La maggioranza della sua popolazione è araba e quasi tutti i suoi visitatori sono cristiani.

Dopo aver concluso che c’erano abbastanza prove di un’esistenza storica di Maria, dovevo determinare la portata del suo ruolo nell’ambito della nascita del cristianesimo. Mi si prospettavano tre figure di Maria: Maria visitata da un angelo, la donna cui fu divinamente annunciato che avrebbe partorito il figlio di Dio; Maria come una visionaria fuorviata, le cui credenze ispirarono suo figlio ad assumere il ruolo di Messia; Maria come zimbello storico, la cui funzione, nello schema, fu un’invenzione di altri, anni dopo che Gesù fu proclamato il Cristo. E allora: quanta influenza ebbe la Maria storica?

Per lo storico, nell’esame del Nuovo Testamento la difficoltà sta nel tentare di separare i fatti da quelle che sono le prime leggende cristiane o, come minimo, interpretazioni errate. Anche il cristiano più fondamentalista si trova di fronte ad un dilemma, visto che le descrizioni dei quattro Vangeli non possono essere considerate, parola per parola, la verità assoluta. Nel sepolcro vuoto c’erano due angeli o solo uno? Gesù ascese al cielo da Betania o dal Monte degli Olivi? Si infuriò nel tempio all’inizio del suo ministero o alla fine? Sfortunatamente, l’evento nel quale la Vergine Maria ha un ruolo da protagonista, la Natività, sembra essere l’episodio più spurio in assoluto. Non solo è infarcito di contraddizioni, ma, dal punto di vista scientifico, è alquanto incomprensibile: angeli, una stella prodigiosa, per non parlare della nascita da una vergine. C’è qualcosa di storicamente credibile nel racconto della nascita di Gesù? Avevo letto le diverse conclusioni cui erano giunti alcuni studiosi biblici moderni, ma prima di farmi un’opinione volevo riflettere su di esse e volevo farlo nell’ambiente attinente.

Alla fine di Casa Nova Street, fiancheggiata da caffè e alberghi, c’era la Chiesa dell’Annunciazione, la basilica costruita sul luogo dove si dice che l’angelo Gabriele sia apparso alla Vergine Maria. Come minimo, mi ero aspettato che la Chiesa fosse antica. E invece no. Al pari di molti altri edifici religiosi della città, era moderna e risaliva al 1966. L’enorme costruzione, eretta sulle fondamenta di un monastero francescano demolito negli anni Cinquanta, non sembrava un consueto santuario cattolico. Assomigliava piuttosto ad un tabernacolo mormone o a una chiesa evangelica, con la sua architettura postmoderna e la cupola di trentasette metri a forma di un cono gelato girato verso l’alto, che terminava con quella che sembrava la torretta luminosa di un faro.

Come per la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme e per la chiesa della natività a Betlemme, anche in questo caso il luogo fu scoperto dalla madre dell’imperatore Costantino, Elena, agli inizi del IV secolo(1). Sebbene si debba a Costantino la proclamazione del cristianesimo come religione dello Stato, fu Elena che fondò una miriade di santuari cristiani in Palestina. Molti studiosi hanno supposto che, sull’istituzione della Chiesa cattolica, Elena influì molto di più di quanto documentato storicamente. L’imperatore era un cristiano solo nominalmente, al quale necessitava che la religione unificasse il suo impero; la madre, però, era una fervente cristiana, che trascorse mesi viaggiando per la Palestina, nella speranza di scoprire i diversi luoghi associati alla vita di Gesù. Oltre al sepolcro di Cristo e alla grotta della Natività, sembra che Elena abbia trovato la casa dove ebbe luogo l’Ultima Cena, l’Orto di Getsemani, la collina dove Gesù fu crocifisso e molti altri siti. Inoltre, ella sostenne di aver scoperto la croce sulla quale Gesù venne ucciso e l’esatto albero dal quale il legno fu tagliato. Mentre visitava Nazareth l’imperatrice trovò una spelonca che, secondo lei, era il posto preciso dove si trovava Maria quando concepì miracolosamente. La chiesa originaria che Elena ordinò venisse costruita sul luogo, fu distrutta dai persiani, quando questi invasero la zona nel 614 d. C., e anche una seconda chiesa , edificata dai crociati nel XII secolo, fece la stessa fine meno di cento anni dopo. Il monastero francescano costruito nel 1730, fui demolito nel 1955, per far posto alla struttura attuale.

La demolizione dell’edificio francescano rese possibili scavi archeologici su vasta scala, e sebbene i lavori non abbiano svelato niente di nuovo sulla vita di Maria, Giuseppe e Gesù, portarono però alla luce le prove che il luogo era stato continuamente occupato da circa il 1000 a. C. Nazareth, tuttavia, non sembra esser stata una città di qualche importanza religiosa per i Giudei dell’epoca pre-cristiana, dal momento che non viene mai menzionata nel Vecchio Testamento o in alcuno scritto giudaico antico. Viceversa, non era quella sorta di villaggio bucolico che possiamo immaginare oggi, abitato da contadini, pastori e mezzadri. Scavi archeologici condotti nell’area delle rovine di Sefforis, la capitale della Galilea, a soli sei chilometri a nord-ovest, hanno dimostrato che la città fu completamente ricostruita dai Romani, proprio nel periodo in cui nacque Gesù. Ciò portò grande prosperità alla provincia, e Nazareth, che si trovava a meno di due ore di cammino da Sefforis, con ogni probabilità ne trasse benefici economici.

La riedificazione di Sefforis(2) deve aver avvantaggiato, in particolare, la famiglia di Maria: secondo i Vangeli, Giuseppe era un carpentiere, qualcuno la cui abilità era oggetto di continua richiesta durante i due decenni di ricostruzione. Di conseguenza, l’immagine popolare di Giuseppe nelle vesti di un umile artigiano, che arrotondava un magro bilancio riparando occasionalmente carri rotti, quasi certamente non corrisponde al vero. I veri Maria e Giuseppe erano più verosimilmente una coppia di agiati borghesi, che vivevano nella “fascia degli agenti di cambio” di una prospera città cosmopolita.

Nella Chiesa dell’Annunciazione, si può ancora vedere la Grotta, l’antro dove Elena era convinta che l’angelo fosse apparso a Maria. Nel cuore dell’affollata basilica, circondati da un’architettura moderna, con sculture e affreschi che raffigurano episodi della vita dell Vergine, vi sono incongruenti resti di un muro e di un arco antichi in pietra. Più somiglianti alle rovine di una cappella medievale, che si sarebbe armonizzata meglio in un angolo frondoso di un prato inglese, questi sono gli unici resti della chiesa crociata che si ergeva sulla grotta. Ora sono cinti da un’elaborata cancellata nera e sovrastati da un enorme baldacchino di rame, che porta iscritta la frase latina Verbum hic caro factum est: “Qui il Verbo si fece carne”. L’iscrizione si riferisce al passo del Vangelo di Giovanni che parlava di Gesù come di un’incarnazione del messaggio di Dio - «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» -: uno strano verso da scegliere, pensai, visto che il Vangelo di Giovanni non fa assolutamente menzione della Natività o dell’Annunciazione.

Fosse o no questo l’esatto punto cui Luca pensava quando descrisse l’Annunciazione, è certo che l’autore credeva che Gabriele fosse apparso a Maria da qualche parte a Nazareth. La Chiesa cattolica romana sostiene che l’angelo visitò Maria di persona, laddove i protestanti sono inclini a credere che ella ebbe una visione, divinamente ispirata dallo Spirito Santo. Quale che sia la loro religione, gli intimoriti visitatori che affollano l’ampia stanza credono fermamente che il Verbo di Dio si fece carne a Nazareth, duemila anni fa. Storicamente, esistono pochi dubbi circa il fatto che, anche prima che i Vangeli fossero scritti, i primi cristiani credessero che Maria avesse concepito il figlio di Dio. Lo storico latino Svetonio(3), che scrisse intorno al 115 d. C. accenna ai cristiani che vivevano a Roma al tempo dell’imperatore Claudio (41 – 54 d.C.). Ci dice che erano seguaci in “Christus”. Dal momento che questa era la traduzione latina dell’ebraico Messiah, ciò dimostra abbastanza chiaramente che, dopo neanche vent’anni dalla sua morte, Gesù era già considerato il figlio di Dio.

Certamente gli autori dei quattro Vangeli canonici non avevano dubbi che Gesù fosse il Messia ebraico e due di essi, Matteo e Luca, erano parimenti convinti che Maria fosse un elemento essenziale nel progetto divino. Sebbene nessuno dei due autori usi il termine “Cristo” o “Messia” nel racconto della Natività, è chiaro che questo concetto è implicito. Secondo Luca, l’angelo disse a Maria queste parole circa il suo futuro figliolo: 

 

Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’altissimo: il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre (Luca  1,32).

 

Questo è un esplicito riferimento al Messia che si trova nella profezia di Isaia:

 

Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio… e sarà chiamato Prodigioso… sul trono di Davide (Isaia 9, 6 – 7) 

 

Anche il fatto di chiamare il bambino Gesù era in conformità con il nome del Messia, come preannunciato dagli antichi profeti ebraici. Nella descrizione di Luca, l’angelo dice a Maria:

 

Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù (Luca 1,31)

 

Il Vangelo di Luca che è arrivato fino a noi proviene dal Nuovo Testamento della Chiesa Romana. Qui “Jesus” è la traduzione latina dell’ebraico Yeshua(4). Gesù però non è il solo Yeshua che si trovi nella Bibbia ebraica. Ce ne sono molti, come Yeshua il figlio di Nun (I Re 16, 34), Yeshua il figlio di Iozedak (Aggeo 1, 1), e il più famoso, Yeshua il conquistatore di Gerico. Quando, nel II secolo, i libri del Vecchio Testamento vennero tradotti in greco, il nome fu traslitterato e diventò Giosuè. Poiché i primi traduttori dei Vangeli del Nuovo Testamento avevano scelto di tradurre il nome di Cristo come “Iesus” – Gesù -, questo nome rimase come un modo per distinguere nettamente Yeshua di Nazareth da ogni altro Yeshua della Bibbia. Attenendoci quindi alla traslitterazione del nome del Vecchio Testamento, le parole dell’angelo nel Vangelo di Luca dovrebbero leggersi “lo chiamerai Giosuè”. É con il nome di Giosuè che, nel Vecchio Testamento, il profeta Zaccaria si riferisce al Messia:

 

Poi mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, ritto davanti all’angelo del Signore, e Satana era alla sua destra per opporglisi (Zaccaria 3, 1) 

 

Per Zaccaria il Messia sarebbe stato un sacerdote e un re:

 

Esulta grandemente figlia di Sion; giubila, figlia di Gerusalemme: ecco, a te viene il tuo Re (Zaccaria 9, 9)

 

Il passo mostra anche l’importanza della madre del Messia nella profezia, dal momento che era lei la figlia di Sion, la figlia di Gerusalemme: una discendente del re Davide. Ciò da modo di capire quello che altrimenti rimarrebbe un passaggio misterioso sia nel Vangelo di Luca che in quello di Matteo, dove entrambi forniscono, nome per nome, la genealogia di Gesù fino ad arrivare al re Davide (Matteo 1, 6-16, Luca 3, 23-31).

Essi ci dicono che questa è la stirpe di Giuseppe. Ma questo non ha alcun senso nel contesto, che ritrae Maria come una vergine. Secondo gli evangelisti, era Dio il padre di Gesù, non Giuseppe. Perché allora includere la genealogia di Giuseppe per dimostrare che Gesù discendeva da Davide? In origine, la genealogia doveva sicuramente essere quella di Maria, e un po’ di confusione si deve essere creata tra i primi copisti cristiani. In realtà, la profezia di Isaia dice chiaramente che era la madre del Messia – e non il padre terreno – a essere di stirpe reale:

 

Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome (Isaia 49, 1)

 

É dalla profezia di Isaia riguardante la madre del Messia, che nacque veramente il concetto di Maria come una vergine. Quando predice la nascita del Messia, Isaia dice:

 

Ecco, una vergine concepirà e partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele (Isaia 7, 14). 

 

(Emmanuele significa “Dio è con noi”.) É il tema della vergine che Matteo riprende nel suo racconto sulla nascita di Gesù, quando al lettore viene ricordata la profezia di Isaia:

 

Ecco una vergine concepirà, e partorirà un bambino, che sarà chiamato Emmanuele (Matteo 1, 23)

 

 



 

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