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Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Martedì 05 Maggio 2009 19:35
Indice articolo
Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria
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(Dal Cap. 3° de IL MISTERO DEL SEPOLCRO DELLA VERGINE MARIA – La verità segreta sul sacro Graal, sul vero padre di Cristo e sulla tomba di Maria” di Graham Phillips – Edizione Mondolibri S.p.a., Milano su licenza Newton e Compton editori s.r.l., Roma 2002) 

 

 

Sepolcro della Vergine

  

 

ECCO UNA VERGINE

Dalla desolata Pianura dello Jezreel, la strada saliva serpeggiando verso le ondulate colline della Galilea. Visto che aveva la settimana libera David Deissmann, un archeologo dell’Università Ebraica, che aveva partecipato agli scavi del tempio di Gerusalemme, si era gentilmente offerto di condurmi su a Nazareth e di mostrarmi i luoghi dell’antica cittadina. Ora eccola davanti a me, aggrappata all’interno di una vasta conca di roccia arida, case bianche con i tetti a terrazza, disposte a gradinata, una fila dopo l’altra, come i posti di un anfiteatro romano. Mi ero aspettato di trovare un piccolo, tranquillo villaggio, con costruzioni arcaiche, strade costeggiate da palme e sabbia, piazze selciate con ciottoli: una comunità isolata, dove la vita tradizionale giudaica si era mantenuta quasi invariata dal tempo di Cristo. Non avrei potuto sbagliarmi di più. Nazareth era in tutto e per tutto una cittadina del XX secolo: niente meno che un luogo di turismo religioso, con strutture prefabbricate, edificate con metodi di costruzione rapida, strade piene di traffico e una popolazione di ottomila persone, che si ingrossava grazie al turismo di massa. Anche le chiese, i conventi e i monasteri, circa una quarantina, erano per la maggior parte costruzioni recenti, che difficilmente risalivano a più di un centinaio di anni prima. Per quanto riguardava la vita giudaica, fatta esclusione per la presenza della polizia israeliana, Nazareth doveva essere la città meno giudaica di tutta Israele. La maggioranza della sua popolazione è araba e quasi tutti i suoi visitatori sono cristiani.

Dopo aver concluso che c’erano abbastanza prove di un’esistenza storica di Maria, dovevo determinare la portata del suo ruolo nell’ambito della nascita del cristianesimo. Mi si prospettavano tre figure di Maria: Maria visitata da un angelo, la donna cui fu divinamente annunciato che avrebbe partorito il figlio di Dio; Maria come una visionaria fuorviata, le cui credenze ispirarono suo figlio ad assumere il ruolo di Messia; Maria come zimbello storico, la cui funzione, nello schema, fu un’invenzione di altri, anni dopo che Gesù fu proclamato il Cristo. E allora: quanta influenza ebbe la Maria storica?

Per lo storico, nell’esame del Nuovo Testamento la difficoltà sta nel tentare di separare i fatti da quelle che sono le prime leggende cristiane o, come minimo, interpretazioni errate. Anche il cristiano più fondamentalista si trova di fronte ad un dilemma, visto che le descrizioni dei quattro Vangeli non possono essere considerate, parola per parola, la verità assoluta. Nel sepolcro vuoto c’erano due angeli o solo uno? Gesù ascese al cielo da Betania o dal Monte degli Olivi? Si infuriò nel tempio all’inizio del suo ministero o alla fine? Sfortunatamente, l’evento nel quale la Vergine Maria ha un ruolo da protagonista, la Natività, sembra essere l’episodio più spurio in assoluto. Non solo è infarcito di contraddizioni, ma, dal punto di vista scientifico, è alquanto incomprensibile: angeli, una stella prodigiosa, per non parlare della nascita da una vergine. C’è qualcosa di storicamente credibile nel racconto della nascita di Gesù? Avevo letto le diverse conclusioni cui erano giunti alcuni studiosi biblici moderni, ma prima di farmi un’opinione volevo riflettere su di esse e volevo farlo nell’ambiente attinente.

Alla fine di Casa Nova Street, fiancheggiata da caffè e alberghi, c’era la Chiesa dell’Annunciazione, la basilica costruita sul luogo dove si dice che l’angelo Gabriele sia apparso alla Vergine Maria. Come minimo, mi ero aspettato che la Chiesa fosse antica. E invece no. Al pari di molti altri edifici religiosi della città, era moderna e risaliva al 1966. L’enorme costruzione, eretta sulle fondamenta di un monastero francescano demolito negli anni Cinquanta, non sembrava un consueto santuario cattolico. Assomigliava piuttosto ad un tabernacolo mormone o a una chiesa evangelica, con la sua architettura postmoderna e la cupola di trentasette metri a forma di un cono gelato girato verso l’alto, che terminava con quella che sembrava la torretta luminosa di un faro.

Come per la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme e per la chiesa della natività a Betlemme, anche in questo caso il luogo fu scoperto dalla madre dell’imperatore Costantino, Elena, agli inizi del IV secolo(1). Sebbene si debba a Costantino la proclamazione del cristianesimo come religione dello Stato, fu Elena che fondò una miriade di santuari cristiani in Palestina. Molti studiosi hanno supposto che, sull’istituzione della Chiesa cattolica, Elena influì molto di più di quanto documentato storicamente. L’imperatore era un cristiano solo nominalmente, al quale necessitava che la religione unificasse il suo impero; la madre, però, era una fervente cristiana, che trascorse mesi viaggiando per la Palestina, nella speranza di scoprire i diversi luoghi associati alla vita di Gesù. Oltre al sepolcro di Cristo e alla grotta della Natività, sembra che Elena abbia trovato la casa dove ebbe luogo l’Ultima Cena, l’Orto di Getsemani, la collina dove Gesù fu crocifisso e molti altri siti. Inoltre, ella sostenne di aver scoperto la croce sulla quale Gesù venne ucciso e l’esatto albero dal quale il legno fu tagliato. Mentre visitava Nazareth l’imperatrice trovò una spelonca che, secondo lei, era il posto preciso dove si trovava Maria quando concepì miracolosamente. La chiesa originaria che Elena ordinò venisse costruita sul luogo, fu distrutta dai persiani, quando questi invasero la zona nel 614 d. C., e anche una seconda chiesa , edificata dai crociati nel XII secolo, fece la stessa fine meno di cento anni dopo. Il monastero francescano costruito nel 1730, fui demolito nel 1955, per far posto alla struttura attuale.

La demolizione dell’edificio francescano rese possibili scavi archeologici su vasta scala, e sebbene i lavori non abbiano svelato niente di nuovo sulla vita di Maria, Giuseppe e Gesù, portarono però alla luce le prove che il luogo era stato continuamente occupato da circa il 1000 a. C. Nazareth, tuttavia, non sembra esser stata una città di qualche importanza religiosa per i Giudei dell’epoca pre-cristiana, dal momento che non viene mai menzionata nel Vecchio Testamento o in alcuno scritto giudaico antico. Viceversa, non era quella sorta di villaggio bucolico che possiamo immaginare oggi, abitato da contadini, pastori e mezzadri. Scavi archeologici condotti nell’area delle rovine di Sefforis, la capitale della Galilea, a soli sei chilometri a nord-ovest, hanno dimostrato che la città fu completamente ricostruita dai Romani, proprio nel periodo in cui nacque Gesù. Ciò portò grande prosperità alla provincia, e Nazareth, che si trovava a meno di due ore di cammino da Sefforis, con ogni probabilità ne trasse benefici economici.

La riedificazione di Sefforis(2) deve aver avvantaggiato, in particolare, la famiglia di Maria: secondo i Vangeli, Giuseppe era un carpentiere, qualcuno la cui abilità era oggetto di continua richiesta durante i due decenni di ricostruzione. Di conseguenza, l’immagine popolare di Giuseppe nelle vesti di un umile artigiano, che arrotondava un magro bilancio riparando occasionalmente carri rotti, quasi certamente non corrisponde al vero. I veri Maria e Giuseppe erano più verosimilmente una coppia di agiati borghesi, che vivevano nella “fascia degli agenti di cambio” di una prospera città cosmopolita.

Nella Chiesa dell’Annunciazione, si può ancora vedere la Grotta, l’antro dove Elena era convinta che l’angelo fosse apparso a Maria. Nel cuore dell’affollata basilica, circondati da un’architettura moderna, con sculture e affreschi che raffigurano episodi della vita dell Vergine, vi sono incongruenti resti di un muro e di un arco antichi in pietra. Più somiglianti alle rovine di una cappella medievale, che si sarebbe armonizzata meglio in un angolo frondoso di un prato inglese, questi sono gli unici resti della chiesa crociata che si ergeva sulla grotta. Ora sono cinti da un’elaborata cancellata nera e sovrastati da un enorme baldacchino di rame, che porta iscritta la frase latina Verbum hic caro factum est: “Qui il Verbo si fece carne”. L’iscrizione si riferisce al passo del Vangelo di Giovanni che parlava di Gesù come di un’incarnazione del messaggio di Dio - «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» -: uno strano verso da scegliere, pensai, visto che il Vangelo di Giovanni non fa assolutamente menzione della Natività o dell’Annunciazione.

Fosse o no questo l’esatto punto cui Luca pensava quando descrisse l’Annunciazione, è certo che l’autore credeva che Gabriele fosse apparso a Maria da qualche parte a Nazareth. La Chiesa cattolica romana sostiene che l’angelo visitò Maria di persona, laddove i protestanti sono inclini a credere che ella ebbe una visione, divinamente ispirata dallo Spirito Santo. Quale che sia la loro religione, gli intimoriti visitatori che affollano l’ampia stanza credono fermamente che il Verbo di Dio si fece carne a Nazareth, duemila anni fa. Storicamente, esistono pochi dubbi circa il fatto che, anche prima che i Vangeli fossero scritti, i primi cristiani credessero che Maria avesse concepito il figlio di Dio. Lo storico latino Svetonio(3), che scrisse intorno al 115 d. C. accenna ai cristiani che vivevano a Roma al tempo dell’imperatore Claudio (41 – 54 d.C.). Ci dice che erano seguaci in “Christus”. Dal momento che questa era la traduzione latina dell’ebraico Messiah, ciò dimostra abbastanza chiaramente che, dopo neanche vent’anni dalla sua morte, Gesù era già considerato il figlio di Dio.

Certamente gli autori dei quattro Vangeli canonici non avevano dubbi che Gesù fosse il Messia ebraico e due di essi, Matteo e Luca, erano parimenti convinti che Maria fosse un elemento essenziale nel progetto divino. Sebbene nessuno dei due autori usi il termine “Cristo” o “Messia” nel racconto della Natività, è chiaro che questo concetto è implicito. Secondo Luca, l’angelo disse a Maria queste parole circa il suo futuro figliolo: 

 

Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’altissimo: il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre (Luca  1,32).

 

Questo è un esplicito riferimento al Messia che si trova nella profezia di Isaia:

 

Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio… e sarà chiamato Prodigioso… sul trono di Davide (Isaia 9, 6 – 7) 

 

Anche il fatto di chiamare il bambino Gesù era in conformità con il nome del Messia, come preannunciato dagli antichi profeti ebraici. Nella descrizione di Luca, l’angelo dice a Maria:

 

Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù (Luca 1,31)

 

Il Vangelo di Luca che è arrivato fino a noi proviene dal Nuovo Testamento della Chiesa Romana. Qui “Jesus” è la traduzione latina dell’ebraico Yeshua(4). Gesù però non è il solo Yeshua che si trovi nella Bibbia ebraica. Ce ne sono molti, come Yeshua il figlio di Nun (I Re 16, 34), Yeshua il figlio di Iozedak (Aggeo 1, 1), e il più famoso, Yeshua il conquistatore di Gerico. Quando, nel II secolo, i libri del Vecchio Testamento vennero tradotti in greco, il nome fu traslitterato e diventò Giosuè. Poiché i primi traduttori dei Vangeli del Nuovo Testamento avevano scelto di tradurre il nome di Cristo come “Iesus” – Gesù -, questo nome rimase come un modo per distinguere nettamente Yeshua di Nazareth da ogni altro Yeshua della Bibbia. Attenendoci quindi alla traslitterazione del nome del Vecchio Testamento, le parole dell’angelo nel Vangelo di Luca dovrebbero leggersi “lo chiamerai Giosuè”. É con il nome di Giosuè che, nel Vecchio Testamento, il profeta Zaccaria si riferisce al Messia:

 

Poi mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, ritto davanti all’angelo del Signore, e Satana era alla sua destra per opporglisi (Zaccaria 3, 1) 

 

Per Zaccaria il Messia sarebbe stato un sacerdote e un re:

 

Esulta grandemente figlia di Sion; giubila, figlia di Gerusalemme: ecco, a te viene il tuo Re (Zaccaria 9, 9)

 

Il passo mostra anche l’importanza della madre del Messia nella profezia, dal momento che era lei la figlia di Sion, la figlia di Gerusalemme: una discendente del re Davide. Ciò da modo di capire quello che altrimenti rimarrebbe un passaggio misterioso sia nel Vangelo di Luca che in quello di Matteo, dove entrambi forniscono, nome per nome, la genealogia di Gesù fino ad arrivare al re Davide (Matteo 1, 6-16, Luca 3, 23-31).

Essi ci dicono che questa è la stirpe di Giuseppe. Ma questo non ha alcun senso nel contesto, che ritrae Maria come una vergine. Secondo gli evangelisti, era Dio il padre di Gesù, non Giuseppe. Perché allora includere la genealogia di Giuseppe per dimostrare che Gesù discendeva da Davide? In origine, la genealogia doveva sicuramente essere quella di Maria, e un po’ di confusione si deve essere creata tra i primi copisti cristiani. In realtà, la profezia di Isaia dice chiaramente che era la madre del Messia – e non il padre terreno – a essere di stirpe reale:

 

Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome (Isaia 49, 1)

 

É dalla profezia di Isaia riguardante la madre del Messia, che nacque veramente il concetto di Maria come una vergine. Quando predice la nascita del Messia, Isaia dice:

 

Ecco, una vergine concepirà e partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele (Isaia 7, 14). 

 

(Emmanuele significa “Dio è con noi”.) É il tema della vergine che Matteo riprende nel suo racconto sulla nascita di Gesù, quando al lettore viene ricordata la profezia di Isaia:

 

Ecco una vergine concepirà, e partorirà un bambino, che sarà chiamato Emmanuele (Matteo 1, 23)

 

 


 

 

Quando guardai, attorno a me, i cattolici romani inginocchiati per recitare il rosario, gli anglicani che tenevano le palme giunte in preghiera e i cristiani avventisti, che alzavano le mani per sentire la potenza dello Spirito Santo, mi chiesi se davvero sapessero quante controversie si fossero appuntate su quest’unico verso.

Nella storia biblica che ci è pervenuta, Dio è raffigurato come vero padre di Gesù per intervento diretto dello Spirito Santo; Giuseppe funge semplicemente da tutore di Gesù. Maria, si è detto, era una vergine quando concepì e partorì Cristo. Quando esaminiamo il Nuovo Testamento, colpisce, considerando l’enormità del postulato, che la nascita da una vergine non sia mai menzionata in due dei Vangeli né negli Atti degli Apostoli o in alcuna delle Lettere di san Paolo. Questo era ciò che turbava il teologo Rudolf Bultmann quando, negli anni venti, egli cominciò a mettere in discussione l’autenticità dei Vangeli(5). Tuttavia, nulla poteva averlo preparato a ciò che avrebbe scoperto. Esaminando la versione ebraica del Vecchio Testamento, Bultmann trovò una cosa tanto pazzesca, da rimanerne ossessionato fino alla morte, avvenuta nel 1976. Ciò che egli scoprì era la prova inconfutabile che la nascita da una vergine era un tema che certamente non poteva aver fatto parte della narrazione originale. Infatti, sembrava che l’intero concetto non fosse stato aggiunto ai Vangeli fino a circa un secolo dopo la nascita di Gesù.

Incredibilmente, l’idea della nascita da una vergine sembra sia stata generata da una semplice traduzione errata della profezia di Isaia. Fino al secondo secolo, i testi giudaici – che in seguito sarebbero stati assemblati per costituire il Vecchio Testamento – erano disponibili solo in ebraico. Intorno al 130 d.C., il crescente movimento cristiano cominciò gradualmente a tradurli in greco e infine in latino. Questo portò a numerosi errori di traduzione, alcuni dei quali sono rimasti nella Bibbia moderna. Un esempio si trova nel nome della distesa d’acqua che si divise per consentire agli Israeliti di fuggire dall’Egitto. Nell’originaria Torah – l’opera giudaica che ora forma i primi cinque libri del Vecchio Testamento – il nome ebraico era Yam Suph. In ebraico, Yam Suph significa “mare giunco” o “mare dei giunchi” e sembra riferirsi ad un lago nella zona nord-orientale dell’Egitto. Fu tradotto erroneamente in “Mar Rosso” e la nozione concernente la divisione delle acque del Mar Rosso divenne parte della tradizione cristiana.

Bultmann scoprì che un errore analogo era stato commesso quando i primi cristiani avevano tradotto il passo di Isaia e precisamente la parola che ora figura come “vergine”. Il testo originale non usa il termine ebraico per “vergine” - betulah – bensì il termine almah, “una giovane donna”(6). Il passo ebraico originale parlava di una profezia,  secondo la quale “una giovane donna” – non una “vergine” – avrebbe concepito e partorito il Messia. Il concetto essenziale della profezia era che la madre del Messia era più importante del padre: lei era della stirpe di Davide, non lui. Il passo, quindi, non aveva nulla a che fare con una nascita da una vergine. Qualcuno aveva chiaramente interpolato il concetto nella narrazione, dopo aver scoperto la versione greca o latina del verso di Isaia, per meglio inserire Maria nella traduzione errata della profezia. L’originaria narrazione di Matteo può avere ricompreso la storia della Natività e l’episodio nel quale Maria apprende che avrebbe dato alla luce il Messia, ma la nascita da una vergine deve essere stata aggiunta un centinaio di anni dopo il tempo di Gesù.

Nelle descrizioni evangeliche originali, Gesù poteva ancora essere considerato il figlio prediletto di Dio, senza che vi fosse la necessità di una nascita da una vergine. Infatti, questo si adatta esattamente alla credenza giudaica concernente il Messia. I testi ebraici che costituiscono il Vecchio Testamento mostrano che i Giudei, sebbene credessero che il Messia sarebbe stato il figlio spirituale di Dio, si aspettavano che egli avesse un padre terreno, proprio come Davide prima di lui.

Quando, quella mattina, lasciammo la Chiesa dell’Annunciazione, ritenni di sapere cosa avrebbero pensato della rivelazione di Bultmann i devoti cristiani che attendevano, in coda, di poter sfilare nella grotta. Al pari dei teologi vaticani che avevano replicato a Bultmann negli anni Venti, essi avrebbero probabilmente creduto che l’errore stesso era stato divinamente ispirato per rivelare la vera natura della nascita di Cristo. Come a Bultmann, tuttavia, mi rimaneva il dubbio che l’intera storia dell’Annunciazione fosse un’invenzione. Maria era stata veramente visitata da un angelo? O lo aveva solo immaginato? Oppure l’episodio era stato manipolato dagli scrittori dei Vangeli?

David e io ci facemmo strada attraverso le viuzze del centro di Nazareth, in direzione della Chiesa di San Giuseppe. Era lì, secondo l’imperatrice Elena, che Maria e Giuseppe avevano vissuto e lavorato. I violi affollati emanavano un caldo soffocante ed erano invasi dal vociare dei turisti che mercanteggiavano con i negozianti locali sul prezzo di qualunque cosa, dalle lattine di Coca-Cola ai cappelli di paglia. Lungo tutte le claustrofobiche stradine, ristoranti e caffè  erano affollati di turisti affamati, mentre nei numerosissimi negozi era in vendita un incredibile assortimento di souvenir religiosi: da ritratti del Papa a bottiglie di acqua santa con le sembianze della Vergine Maria. Malgrado i secoli di contese e guerre che avevano afflitto la zona, Nazareth appariva ora come un luogo turistico che faceva concorrenza a Miami o alla Costa del Sol. Per contro, Sefforis, l’antica capitale della Galilea, era completamente scomparsa dalle carte geografiche. Tutto ciò che oggi rimane di quella che una volta era una splendida città sono poche pietre distrutte del centro romano, le rovine di un castello crociato e un villaggio arabo abbandonato. Ero abbastanza sicuro che Nazareth sarebbe stata totalmente dimenticata dalla storia se Maria e Giuseppe non vi avessero dimorato.

Quando riuscimmo a fuggire dalle folle e ci avvicinammo alla chiesa di San Giuseppe, provai a immaginare come fosse stata la casa dell’infanzia di Cristo. Un edificio bianco di mattoni e fango, forse a due piani, con una scala esterna che conduceva a un tetto a terrazza, dove Maria stendeva il bucato. Accanto, una serie di rimesse, fatte di canna e argilla: il laboratorio di Giuseppe, dove il Gesù bambino premurosamente aiutava il padre nel duro lavoro.

«Siamo arrivati», disse David indicando una cattedrale in lucente calcare che si ergeva davanti a noi: la chiesa di San Giuseppe, eretta nel 1914 sul luogo di un’originaria chiesa romana, costruita nei primi anni del IV secolo. Grazie al cielo, la cattedrale non era affollata come la chiesa dell’Annunciazione e non avremmo dovuto aspettare tanto a lungo per sfilare nella cripta e poter sbirciare in una piccola grotta umida, addobbata con candele tremolanti e immagini scintillanti della sacra famiglia.

«Certamente, Elena aveva una predilezione per le grotte», mormorò David, quando il gruppo si mosse in avanti. «Secondo l’imperatrice, Maria concepì in una grotta, partorì in una grotta e infine si stabilì in una grotta per crescere una famiglia». Cominciò a spiegarmi che quando Elena visitò la Palestina, nel 327 d.C., trovò parecchi mistici cristiani che vivevano come eremiti in grotte sulle pendici delle colline. Molti di essi credevano che il proprio antro fosse in qualche modo associato con un episodio delle storie evangeliche. Sembra che coloro che fornirono un racconto più convincente, si ritrovarono buttati fuori e con una chiesa eretta sulla propria dimora.

Avevo pensato che, visitando l’esatto luogo dove il cristianesimo era cominciato, mi sarei sentito vicino al mondo di Maria. Qui avrei potuto farmi un’idea della donna che andasse oltre la sua immagine prestata a fare da boccetta per l’acqua santa o come statuetta di marmo. Avevo immaginato scavi archeologici dove erano state scoperte le fondamenta di abitazioni del I secolo. Mi ero figurato musei che esibivano manufatti dell’epoca: recipienti, lucerne e utensili casalinghi; spille, anelli e altri gioielli; ornamenti, statue e rilievi: ogni cosa che aiutasse a ricostruire la vita quotidiana di Maria. Invece, mi ritrovai in un mondo plasmato da un’imperatrice romana, che aveva vissuto tre secoli dopo. Come gli stessi Vangeli, Nazareth aveva avuto una fondazione storica, ma la sua evoluzione era dovuta alla fede. E io dovevo ancora scoprire la Maria che stava sotto la copertura della fede. Al pari della verità su Elena e le sue grotte-santuario, solo l’inserimento di Maria in un contesto storico avrebbe consentito l’emergere della sua vera storia.

A quanto sembra, Gesù fu salutato come il Messia una volta che cominciò a predicare: certamente ciò accadde entro pochi anni dalla sua morte. Malgrado quello che ci dice la Bibbia, però, qualcuno credeva realmente che Gesù fosse il Messia quando nacque? La stessa Maria, vergine o no, riteneva di aver concepito il Cristo? Erode, i magi, i pastori o chiunque altro in Palestina, pensavano che il Bambino nato a Betlemme fosse il salvatore dell’umanità? Insomma, c’era qualcosa di vero nella storia della Natività?

É come se l’originaria fonte aramaica dei Vangeli possa aver riguardato solamente gli insegnamenti di Gesù e che i dettagli della sua vita siano stati aggiunti in seguito dagli autori ora ritenuti Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Quanto accurate erano le loro informazioni circa questi eventi? In primo luogo, dovevo accertare esattamente quando erano accaduti i fatti. Dovevo accettare il dato di Luca, secondo il quale Gesù era nato nel 6 d.C.? Oppure quello di Matteo, per cui la nascita era avvenuta nel 4 a.C. o prima?

Oltre al censimento fiscale, Luca fornisce un altro riferimento  databile. Egli ci dice che Gesù cominciò il suo ministero quando fu battezzato da Giovanni il Battista «nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio Cesare» (Luca 3, 1-2). Luca (3, 23) ci racconta che quando Gesù fu battezzato, aveva «circa trent’anni». Si sa che Tiberio divenne imperatore nel 14 d.C., il che significherebbe che il quindicesimo anno del suo impero dovrebbe essere collocato nel 28-29 d.C. Se Gesù fosse nato nel 6 d.C., come suggerisce il riferimento di Luca a Quirino, allora, in quel momento, avrebbe avuto solo ventidue o ventitré anni. C’è evidentemente un po’ di confusione. Se Luca è nel giusto per quanto riguarda l’età di Gesù, il suo ministero non cominciò fino a circa il 36 d.C. Dai Vangeli possiamo dedurre che il ministero di Gesù durò dai due ai tre anni, il che significa che – secondo Luca – egli fu crocifisso dopo il 38 d.C. Questa datazione deve essere sbagliata. Dal momento che le testimonianze romane mostrano che Ponzio Pilato smise di essere governatore nel 36 d.C., non è possibile che Gesù sia comparso davanti a lui, in Giudea, come riferiscono tutti e quattro i Vangeli.

La datazione di Matteo è di gran lunga migliore. Secondo Matteo, Erode il Grande era ancora vivo quando Gesù nacque. Erode morì nel 4 a.C., e se noi procediamo con quest’ultimo dato per collocare la nascita di Gesù, questo avrebbe avuto trentuno o trentadue anni nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio. Ciò si accorda maggiormente con l’asserzione di Luca sull’età di Gesù e con il governatorato di Pilato. Se Gesù fosse nato intorno al 4 a.C., dovrebbe essere morto circa nel 30 d.C., quando Pilato era ancora governatore (fu nominato nel 26 d.C.). Da questo assortimento di prove, ora gli storici ritengono che la data esatta della nascita di Gesù sia da collocarsi intorno al 4 a.C., poco prima della morte di Erode.

Nel 1977, un sostegno a questa tesi venne da un ambiente insospettabile e, straordinariamente, sembrò confermare la storicità di uno dei prodigi della Natività. Un articolo del «Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society», scritto dagli astronomi britannici David Clark, John Parkinson e Richard Stephenson(7), suggerì che la stella di Betlemme possa esser stato un reale, ma raro evento astronomico, che ebbe luogo nel 5 a.C. Nella documentazione del tempo degli astronomi cinesi della dinastia Han, essi trovarono riferimenti a una stella, più luminosa di qualsiasi altra stella o pianeta, che apparve dal nulla e rimase visibile per tre mesi. Gli astronomi della dinastia Han tennero documentazioni meticolose degli eventi celesti a fini astrologici e molte delle loro osservazioni, come la comparsa della cometa di Halley nel 12 a.C., trovano conferma con i calcoli moderni. Secondo Clark, Parkinson e Stephenson, solo un evento poteva combaciare con il rilevamento dei cinesi: una supernova, una colossale esplosione stellare che, se avvenuta nella nostra galassia, abbastanza vicino alla terra, sarebbe apparsa improvvisamente, come dal nulla, e sarebbe rimasta per settimane come uno splendente punto di luce, visibile a occhio nudo. Si sa che nella nostra galassia si sono verificate tre supernovae begli ultimi mille anni: nel 1054, nel 1572 e nel 1604. L’astronomo del XVII secolo Giovanni Keplero descrisse quella del 1604 come visibile anche nella piena luce del giorno.

Shanghai, dove il rilevamento ha avuto luogo, è precisamente alla stessa latitudine della Giudea e, di conseguenza, la supernova sarebbe stata realmente visibile a Betlemme all’incirca nel tempo in cui sembra che Cristo sia nato. Con la datazione moderna, l’evento cinese è collocato nel dicembre del 5 a.C., che significa che dovrebbe esser stato visibile fino a marzo dell’anno seguente. Se questa era la stella di Betlemme, e non ci sono contendenti più verosimili, allora ciò vuol dire che possiamo circoscrivere la nascita di Cristo ai mesi invernali tra il 5 e il 4 a.C. (L’anniversario della nascita di Gesù fissato al 25 dicembre non si basa su alcun resoconto biblico e neanche su un’antica tradizione cristiana. Solo dopo l’istituzione della Chiesa cattolica a opera di Costantino, la ricorrenza fu celebrata in questa data, che era già un’importante festa romana.).

C’è qualche elemento, nella storia della Natività, che si accordi con gli eventi storici degli ultimi tempi del 5 a.C. o degli inizi del 4 a.C.? Stando al secondo capitolo del Vangelo di Matteo, Erode apprese dai magi che Gesù era nato per essere re dei Giudei. Dal momento che era l’effettivo sovrano dei Giudei, Erode evidentemente pensò che il bambino avrebbe finito per impadronirsi del suo trono. Avendo saputo che Gesù era nato in qualche luogo di Betlemme, nella speranza di ucciderlo, Erode ordinò che tutti i neonati della città fossero soppressi. Esiste qualche documentazione storica che attesti che Erode abbia commesso una tale atrocità?

In realtà esiste: almeno, qualcosa di molto simile. Secondo Giuseppe Flavio, l’imperatore Augusto decretò che, a succedere a Erode sul trono della Giudea, fosse il maggiore dei nipoti avuti dal figlio deceduto Antipatro(8). Tuttavia, appena prima di morire, nella primavera del 4 a.C., Erode decise che il suo successore sarebbe stato il figlio Filippo, e i figli di Antipatro scomparvero in circostanze sospette. É probabile che Erode li abbia uccisi.

Tutto ciò accadde proprio nel tempo in cui, secondo Matteo, Erode ordinò il massacro dei neonati a Betlemme, nella speranza di uccidere Gesù. C’è qualche connessione? Forse sì. Se, in quell’epoca, alcuni importanti viaggiatori fossero arrivati alla corte di Erode, riportando qualche diceria secondo la quale un re dei Giudei era nato a Betlemme, il monarca potrebbe a ragione aver pensato che il bambino in questione fosse un figlio sopravvissuto di Antipatro: l’erede legittimo è una minaccia per i suoi piani di fare di Filippo il suo successore. Questo, in realtà, è l’unico scenario che trova un senso storico nella descrizione di Matteo. Per quale altra ragione Erode, che aveva dietro di sé tutta l’autorità conferitagli da Roma, si sarebbe mai preoccupato di racconti pazzeschi su un bambino regale?

Così, sebbene non vi sia nulla che confermi il resoconto di Luca sulla mangiatoia, sui pastori e gli angeli, la descrizione sembra essere molto verosimile.

Sembra che Gesù sia nato durante il regno di Erode, c’era un raro fenomeno stellare visibile da Gerusalemme in quel tempo, ed Erode aveva una buona ragione per temere che un bambino di stirpe reale potesse vanificare i suoi piani. In verità, è l’intero ambiente narrato da Matteo a essere più verosimile di quello raccontato da Luca. A differenza della versione di quest’ultimo, non ci sono angeli che svolazzano attorno e Gabriele non appare materialmente a Maria.

Subito dopo mezzogiorno , David e io ci recammo a pranzo al ristorante Astoria, in Casa Nova Street. Era un luogo di strani contrasti. Sebbene cortesi camerieri arabi servissero tradizionali piatti mediorientali di falafel e shwarma, la scenografia del locale era incongrua. Un muro era ricoperto da un’enorme foto della Valle del Reno e un altro mostrava una veduta dell’Himalaya. Mentre mangiavamo , discutemmo l’attendibilità del racconto di Matteo.

«Durante l’ultimo anno del regno di Erode, in Giudea l’aspettativa messianica era aumentata», disse David. «Molti Giudei credevano realmente che fossero arrivati gli ultimi giorni. Alcuni dei Rotoli del Mar Morto, scritti in quell’epoca, fanno esplicito riferimento a un’imminente battaglia tra i Figli della Luce – o devoti Giudei – e i Figli delle Tenebre, i pagani Romani». David mi spiegò anche come molti Giudei trovassero oltraggioso il dominio di Erode. Quantunque fosse per metà giudeo, il re era comunque considerato un estraneo che Roma aveva imposto con la forza sulla Giudea. Ma agli inizi del 4 a.C. la diffidenza si trasformò in odio. Durante la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, Erode commise un atto considerato così empio, da condurre quasi a una ribellione. Il tempio più interno era un’esatta replica del tempio di Salomone, e le scritture ritenevano che il suo disegno fosse stato rivelato da Dio. Ogni pietra ed ogni pezzo di decorazione doveva coincidere con la descrizione fornita dl I Libro dei Re del Vecchio Testamento (Capitoli 6 e 7). Secondo Giuseppe Flavio, l’edificio era ritenuto così sacro che in effetti i muratori furono costretti a istruire sacerdoti consacrati affinché portassero a termine il lavoro di costruzione. Erode, però, aggiunse un tocco personale. Fece erigere sopra il portico del tempio, un’enorme scultura d’oro con le sembianze dell’aquila imperiale romana(9). Non si trattava solo di un idolo sacrilego e di un costante memento della presenza di Roma, ma anche di un simbolo eloquente della superiorità dell’imperatore rispetto a Dio. Molti Giudei, come i militanti zeloti – la resistenza giudaica-, cominciarono a diffondere il messaggio che questo era un segno che la battaglia finale tra la luce e le tenebre era imminente. Era il momento della venuta del Messia.

Mentre ascoltavo David mi resi conto che anche un altro tema, nella descrizione della Natività a opera di Matteo , acquisiva un senso storico: il racconto dei magi. Agli inizi del 4 a.C., in un’atmosfera di attesa messianica, ebbe luogo un evento celeste senza precedenti: una misteriosa stella luminosa apparve dal nulla. Racconto biblico a parte, non possono sussistere dubbi chre molti Giudei lo presero per un segno divino. Un verso dell’antica Torah, ancora contenuto nel biblico Libro dei Numeri, sottintendeva che una stella straordinaria avrebbe annunciato la nascita del Messia:

 

Una stella spunterà da Giacobbe [Betlemme, dove Giacobbe innalzò una colonna] e uno scettro [un re] sorgerà da Israele, e spezzerà le tempie di Moab e distruggerà tutti i figli di Set (Numeri 24, 17).   

 


 

 

Chiunque avesse una familiarità con le scritture, avrebbe saputo che il Messia doveva nascere a Betlemme. Era praticamente inevitabile che alcuni “saggi” giudaici piombassero in città alla ricerca di un neonato maschio, quando la stella apparve. Ci sarà stato solo un esiguo numero di bambini nati a Betlemme, in quel momento, e pochi di essi avevano una madre della stirpe di Davide. Anzi, sotto questo aspetto, Gesù poteva essere l’unico. Se alcuni rabbini, o santi uomini, si fossero realmente recati a visitare la città nelle prime settimane del 4 a.C., essi avrebbero potuto concludere, a ragione, che il figlio di Maria fosse il tanto atteso Messia.

Quando il mio sguardo si posò sulla foto murale dell’Himalaya, realizzai improvvisamente che non solo uno scenario del genere era verosimile, ma che qualcosa di molto simile si era verificato solo pochi decenni prima, nel lontano Tibet. Fino a quando i cinesi non invasero il paese, il Tibet era governato dal Dalai Lama, in sostanza un re-sacerdote. Secondo il credo buddista, quando un Dalai Lama muore, la sua anima si reincarna on un neonato e alcuni monaci selezionati perlustrano la campagna in cerca del bambino. Si seguono diversi segni e presagi per trovare il bimbo giusto. Esattamente in questo modo, venne prescelto, negli anni Trenta, l’attuale Dalai Lama, ora in esilio in India. I buddisti credono che i presagi abbiano guidato precisamente al vero Dalai Lama. Gli scettici, tuttavia, avrebbero sostenuto che al bambino accadde solamente di essere nel posto giusto al momento giusto. Non potei fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo se, negli anni Trenta, i monaci buddisti non si fossero presentati alla casa del futuro Dalai Lama. Il bambino sarebbe cresciuto esattamente come un altro contadino tibetano? Comunque, i santi uomini tibetani erano arrivati e il ragazzo divenne il capo spirituale della nazione. Qualcosa del genere era accaduto a Betlemme nelle prime settimane del 4 a.C.?

«Forse, l’intero corso della storia del mondo fu cambiato da un evento fortuito», dissi quando lasciammo il ristorante, mescolandoci alla fiumana di pellegrini. «Maria diede alla luce il bambino nel posto giusto e nel momento giusto per esaudire le aspettative della setta giudaica».

I saggi - chiunque essi fossero – erano i soli responsabili per aver fatto di Gesù ciò che egli divenne? Se era così, allora – come era avvenuto per il Dalai Lama – con ogni probabilità il bambino era stato condotto via per essere sottoposto ad anni di preparazione spirituale religiosa. I genitori del Dalai Lama, buddisti devoti, furono felicissimi che il loro figliolo venisse preparato per questo ruolo prescelto, Probabilmente, Maria e Giuseppe, giudei devoti, si sentivano nello stesso modo circa il loro figlio Gesù.

Ogni aspetto del racconto di Matteo sulla Natività si inquadrava in un autentico contesto storico. Non lo avevo valutato pienamente prima, ma quando David mi aveva detto dell’incidente relativo all’aquila, due distinti elementi di prova si erano intrecciati. Il comportamento di Erode, la stella e i saggi: tutto si collegava perfettamente, così come la datazione. Ora avevo una quarta, possibile, Maria: un personaggio marginale che non aveva affatto giocato un ruolo attivo nella fondazione del cristianesimo, una donna che, solo per caso, aveva dato alla luce un bambino in circostanze che altri hanno giudicato prodigiose.

Ora conoscevo quella che sarebbe stata la mia prossima mossa. Per accertare se Maria aveva avuto qualche influenza sulla straordinaria carriera religiosa del figlio, dovevo scoprire dove Gesù trascorse la sua adolescenza. Stando a quanto afferma la Chiesa, egli non fu preparato da nessuno, ma fu divinamente ispirato. Da un punto di vista pragmatico, però, in un modo o nell’altro egli deve aver formulato le sue idee e sembra ragionevole supporre che qualcuno, o qualche specifica setta di Giudei, abbia contribuito a prepararlo per il suo ministero. Stranamente, in nessun passo del Nuovo Testamento troviamo notixie su cosa accadde a Gesù negli anni della sua formazione. Matteo non ci dice cosa fu di lui dopo la morte di Erode ma solo che egli abitava a Nazareth. Anche Luca include solo un breve episodio nel quale Gesù, a dodici anni, insegna nel tempio di Gerusalemme. Semplicemente, Gesù comincia il suo ministero  a circa trent’anni, con il suo sapere religioso, il talento oratorio e le sue capacità guaritive in pieno sviluppo. Dove aveva trascorso i misteriosi anni che mancano?

Secondo l’imperatrice Elena, Gesù aveva passato la sua gioventù a Nazareth. Inoltre, ella scoprì ciò che credette essere il luogo della sua casa, sulle alture che dominano la città. Qui nella basilica del Giovane Gesù, c’è una straordinaria, ma  appropriata statua di marmo di Gesù, modellata dallo scultore Bognio, che non mostra la familiare figura barbuta nella lunga tunica, ma un Gesù adolescente, all’età di sedici anni.

Nelle prime ore di quel pomeriggio, me ne stavo all’esterno della basilica a guardare Nazareth più in basso, mentre David mi mostrava i luoghi. «La chiesa Mensa Christi, che contiene una lastra di marmo che si dice sia la tavola dove Cristo resuscitato consumò un ultimo pasto. La chiesa di San Gabriele, che la tradizione greco-ortodossa associa con l’Annunciazione. La cappella di Nostra Signora della Paura», disse indicando, dall’altra parte della città, una collina boscosa scintillante nella foschia del caldo. «Pare fosse il punto dove Maria guardava impotente il popolo di Nazareth che tentava di gettare Gesù giù da una rupe».

La storia mi diede da pensare. Secondo il Vangelo di Luca, all’inizio del suo ministero Gesù predica a Nazareth. La popolazione, tuttavia, lo accusa di empietà e tenta di gettarlo da una rupe. In qualche modo, egli riesce a fuggire e lascia la città. Prima di questo episodio, secondo Luca (4, 16), Gesù «si recò a Nazareth dove era stato allevato». Questo passaggio sembra sottintendere che per qualche tempo egli era rimasto assente dalla città dove aveva la casa. Dove era stato? Dopo essere scappato da Nazareth, Gesù va direttamente nella vicina Cafarnao, dove tutti e quattro i Vangeli ci raccontano che egli raccolse i suoi discepoli. Non si dice se questi lo conoscessero già oppure no, ma a giudicare dal fatto che immediatamente essi lasciarono tutto – mogli, famiglie, occupazioni – possiamo azzardare una risposta positiva a questa domanda. Fu a Cafarnao, un villaggio di pescatori sulle rive del Lago di Galilea, che Gesù trascorse gli anni della sua formazione? David fu felice di condurmi sui luoghi dell’antica Cafarnao, a circa trentacinque chilometri a nord-est.

A Kefar Nahum, una remota baia nell’angolo nord-occidentale del Lago di Galilea, c’è tutto ciò che rimane della biblica Cafarnao (10): le rovine di un’antica sinagoga e le pietre che costituivano le fondamenta di un antico villaggio di pescatori, che stanno accanto a un piccolo monastero francescano, costruito nel XIX secolo. Qui, a pochi metri dalla riva, i discepoli di Gesù avevano vissuto, lavorato e venerato. Ormai mi ero abituato alle enormi chiese sui luoghi dei Vangeli, alla miriade di negozi che vendevano gingilli religiosi e alle resse di pellegrini intimoriti. Qui, dove apparentemente Gesù trascorse la maggior parte del suo ministero – dove predicò alle folle, guarì gli infermi, camminò sull’acqua e sfamò una moltitudine di persone con pochi pani e pesci – c’erano solo un minuscolo monastero, un chiosco che vendeva biglietti per visitare le rovine e due famiglie di turisti norvegesi.

«Non posso crederci», dissi a David quando lasciammo la macchina nel parcheggio vuoto. «Nella vita di Gesù, Cafarnao gioca un ruolo preponderante, di gran lunga maggiore di quello di Gerusalemme, Betlemme o Nazareth. Dovrebbe essere il luogo turistico più importante».

David sorrise. «La nostra vecchia amica Elena non è arrivata fin qui». Sembra che l’imperatrice fosse ritornata in patria, dopo aver visitato Nazareth e senza fondare una basilica a Cafarnao. Una piccola cappella ottagonale fu costruita vicino alla sinagoga intorno al 450 d.C., ma l’invasione araba del VII secolo, quando il villaggio fu ribattezzato Tell Num, l’ubicazione di Cafarnao venne completamente dimenticata dai cristiani. Infatti, non fu riscoperta fino al XIX secolo.

Prima di esplorare le rovine, David mi condusse giù per uno stretto canale, fino alla riva del lago. Ancora una volta rimasi completamente sorpreso. Mi ero aspettato una desolata costiera rocciosa, con aride spianate di salgemma e radi cespugli riarsi. Invece, ovunque c’erano palme da datteri, alberi di fico, una rigogliosa vegetazione subtropicale e ruscelli gorgoglianti che si gettavano nelle acque, che lambivano dolcemente la spiaggia sabbiosa.

«In ebraico il Lago di Galilea è chiamato Yam Kinneret, “Mare del Liuto”», disse David, «a causa del rumore delle onde somigliante al suono dell’arpa». Spesso mi ero chiesto perché la Bibbia lo chiamasse Mare di Galilea: evidentemente gli antichi Ebrei avevano una sola parola per definire una grande distesa d’acqua.

Guardai verso sud, percorsi con lo sguardo i venti chilometri lungo i quali il mare si addentrava nell’entroterra, le sue acque tranquille rotte solo dalla silenziosa scia di un motoscafo lontano, nei pressi della località turistica di Teverya. Guardai in direzione est, verso le monotone Alture del Golan, che si ergevano sulla riva opposta, a circa dieci chilometri di distanza . A differenza di Nazareth, Cafarnao era davvero tranquilla e misteriosa come doveva esserlo in tempi biblici. Almeno non potei esimermi dal pensare, ero in una terra che Maria avrebbe riconosciuto.

Era lì, forse proprio in quel punto, che Gesù chiamò i suoi primi discepoli. Secondo il Vangelo di Matteo: 

 

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, [Gesù] vide due fratelli, Simone chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito, lasciarono le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono (Matteo 4, 18-22).

 

Dopo aver chiamato i quattro pescatori, Gesù procedette a raccogliere gli altri suoi discepoli nei dintorni di Cafarnao. Il Vangelo di Giovanni descrive come l’invito fu rivolto a Filippo: 

 

Il giorno dopo [la chiamata dei pescatori] Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi» (Giovanni 1, 43). 

 

Stando a quanto racconta Giovanni, Filippo poi andò a cercare il suo amico Nataniele, e anche quest’ultimo si unì a Gesù. Gli altri Vangeli, però, chiamano Nataniele con il nome di Bartolomeo, forse un nuovo nome datogli da Gesù, il quale potrebbe aver ribattezzato tutti i suoi discepoli, come fece con Simone, che egli chiamò con il nome, ora noto, di Pietro (Matteo 16, 18).Un altro discepolo che compare con due nomi è Matteo, l’esattore di tasse. L’evangelista Matteo descrive la sua chiamata: 

 

Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse:«Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì (Matteo 9, 9).

 

Anche Marco include quello che sicuramente deve essere lo stesso uomo, ma lo chiama Levi:

 

Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte e gli disse «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì (Marco 2, 14).

 

Tutti e quattro i Vangeli accennano ad altri cinque discepoli – Simone lo Zelota, Giuda Taddeo, Tommaso, Giuda Iscariota e Giacomo figlio di Alfeo – ma nessuno descrive le circostanze in cui essi si unirono a Gesù. Da Luca, però, sappiamo che gli ultimi cinque furono scelti qualche tempo dopo, tra molti seguaci, in modo da formare il numero dodici, importante dal punto di vista ebraico (il numero delle tribù israelite):

 

Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d’Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda fratello di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore (luca 6, 13-16).

 

(La parola “apostolo” deve essere una traslitterazione di uno sconosciuto termine aramaico, e viene dal greco apostolos, “messaggero”.)

 

Sette degli apostoli di Gesù sembrano provenire da tre famiglie. Pietro e Andrea sono fratelli, così come Giacomo e Giovanni, Giacomo figlio di Alfeo (chiamato anche Giacomo il Minore – il più giovane – per distinguerlo dall’altro Giacomo), e suo fratello Giuda (chiamato anche Giuda Taddeo – il grosso – per non confonderlo con Giuda Iscariota) devono essere fratelli di Matteo, anch’egli descritto da Marco come figlio di Alfeo. Inoltre è evidente che i discepoli già si conoscessero l’uno con l’altro. Non solo perché Cafarnao era una piccola comunità, ma anche perché i Vangeli lo dicono esplicitamente. Ad esempio, Giovanni (1,45) sottintende che Filippo e Nataniele (Bartolomeo) fossero già amici, mentre Luca ci dice che Giacomo e Giovanni erano effettivamente in affari con Pietro e Andrea:

 

Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone [Pietro](Luca 5,10)

 

Malgrado le scene abituali tratte dalle descrizioni cinematografiche e televisive della vita di Gesù, che ritraggono quest’ultimo come un misterioso straniero che improvvisamente arriva nel villaggio, è chiaro che egli era già noto in quella che era una comunità chiusa. A Cafarnao, non furono solo gli apostoli a seguire sollecitamente Gesù, ma – secondo tutti e quattro i Vangeli – anche molti dei cittadini. Stando a ciò che racconta Marco, per esempio, subito dopo aver chiamato Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, Gesù predica nella sinagoga:

 

Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise a insegnare. Ed essi [la gente di Cafarnao] erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi (Marco 1, 21-22).

 

Gesù predica più e più volte, di fatto senza opposizioni, nella sinagoga di Cafarnao. Per riuscire a fare ciò, senza subire un arresto per empietà da parte degli anziani della città, egli doveva aver avuto nella zona un qualche seguito religioso: un’autorità che non gli era stata riconosciuta a Nazareth.

«I resti della sinagoga si trovano nell’esatto posto dove sembra che Gesù abbia predicato», disse David, quando mi riportò indietro lungo il sentiero. Una scala di gradini di marmo erosi conducevano su, fino alle antiche rovine all’aria aperta: un cortile lastricato, affiancato da due file di colonne striminzite, largo circa venti metri, alla fine del quale, più o meno a una quarantina di metri di distanza, stava un muro quasi intatto, alto più di dieci metri, posto al di là di quattro colonne corienzie che portavano fregi scolpiti. La struttura sgretolata assomigliava più a un Partenone in miniatura che a un tempio ebraico.

«Sembra una rovina greca», dissi.

«Lo è», replicò David, «come questo mostra chiaramente». Indicò un’iscrizione su uno degli enormi pilastri. «É scritto in greco». Tradusse: «”Erode, figlio di Monimo, e suo figlio Giusto, con i suoi figli, eressero questa colonna”. Era una pratica comune per i Giudei dell’epoca, avere il proprio nome inscritto sulle pareti delle costruzioni che avevano donato. Questi erano Giudei greci, che si stabilirono nell’area intorno alla fine del III secolo o agli inizi del IV».

Scavi condotti alla fine degli anni Sessanta mostrarono chiaramente che il luogo era stato occupato più o meno dal II secolo a.C. Tuttavia, sebbene Cafarnao fosse sopravvissuta alle rappresaglie che seguirono la rivolta giudaica del 70 d.C., essa fu saccheggiata dopo una seconda rivolta giudaica, nel 132 d.C., quando i Romani uccisero più di mezzo milione di persone e distrussero 455 città. Circa un secolo dopo, la regione fu ripopolata da Giudei greci, che probabilmente provenivano dalla Cilicia, nell’odierna Turchia, e furono loro ad erigere la costruzione in questione.

«Credevo che lei avesse detto che Gesù aveva predicato qui», mormorai confuso.

«Guardi», disse chinandosi a rimuovere alcuni ciuffi di erba dai piedi del muro. «Questi muri sono fatti di calcare bianco importato, ma le fondamenta sono realizzate con basalto nero del luogo». Una stretta linea di pietre lungo la base del muro era notevolmente più scura della struttura superiore e i mattoni che la costituivano erano stati tagliati più grossolanamente. «Ciò dimostra che qui, in precedenza, c’era una sinagoga, che sembra risalire agli inizi del I secolo: l’epoca di Gesù. Anche le fondamenta della casa di Pietro – o quella che è ritenuta tale – sono state portate alla luce».

Proprio all’esterno delle rovine della sinagoga, in direzione del lago, c’era un’area recintata da una bassa palizzata. Qui, nel suolo arido, erano chiaramente visibili le sottostrutture di un antico villaggio. Gli scavi degli anni Sessanta hanno dissotterrato le fondamenta di parecchie case, risalenti al tempo di Gesù, che avevano la medesima sistemazione, con una serie di stanze poste intorno a una sala centrale, che conteneva la cucina. In alcune di esse, tra stoviglie e piastrelle rotte, sono stati rinvenuti ami da pesca, il che suggerisce che si trattasse delle abitazioni di pescatori dl luogo (11). Sembra che le case avessero un portico coperto che si apriva sulla strada a fianco della sinagoga.

Interpretando i Vangeli, pare che la casa di Pietro fosse proprio attigua alla sinagoga. Stando a ciò che afferma Marco, ad esempio, Gesù, dopo aver chiamato i primi quattro discepoli e predicato nella sinagoga, va a casa di Pietro per guarirne la suocera, che aveva la febbre:

 

 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito a casa di Simone [Pietro] e di Andrea (marco 1,29)

 

«La chiesa ottagonale, costruita qui nel V secolo, fu eretta su una di quelle case», spiegò David. «Quando gli archeologi scavarono nel terreno sotto la struttura, scoprirono pezzi di intonaco che un tempo aveva ricoperto i muri della casa originaria».

Aprii la guida che avevo comprato al chiosco, quando eravamo arrivati, e guardai una fotografia che ritraeva un pezzo di intonaco colorato. Sopra vi era una preghiera greca che includeva la parola kephas, l’appellativo che Gesù diede a Pietro, quando gli disse che sarebbe stato la pietra sulla quale avrebbe costruito la sua Chiesa (Giovanni 1,42). (Kephas, oCefa come compare oggi nella Bibbia, ha lo stesso significato latino di petra, “pietra”, da cui proviene la traduzione moderna “Pietro”.) David mi spiegò che, nei graffiti tracciati sull’intonaco, sono state trovate molte varianti del nome di Pietro(12). I graffiti che risalgono alla metà del II secolo, sembrano indicare che i gentili cristiani che si trasferirono nella zona, dopo la seconda rivolta giudaica, credevano che la casa fosse appartenuta a Pietro, come - a quanto pare – i cristiani del V secolo che costruirono la chiesa ottagonale sul posto.

Se questa era la casa di Pietro, allora l’attività di pesca della famiglia doveva essere stata proficua. Gli scavi hanno evidenziato che la dimora era ampia, con stanze a sufficienza per accogliere un considerevole numero di persone. Ma, per quanto grande fosse stata l’abitazione di Pietro, non lo fu abbastanza per sistemare la moltitudine di gente che piombò su Gesù per sentirlo predicare. Secondo Marco: 

 

Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola (Marco 2, 1-2).

 

«Non credo che gli archeologi abbiano trovato qualcosa, che riporti il nome di un discepolo e che risalga effettivamente a quel tempo», dissi sfogliando la guida.«C’è una seconda migliore scelta», replicò David.

Adiacente all’entrata del sito, c’è un giardino spettacolare, ombreggiato da palme, dove è in mostra un buon numero di importanti reperti architettonici scoperti durante gli scavi alla sinagoga. David mi condusse oltre alcuni settori dove erano esposte sezioni di pavimento a mosaico, numerose pietre scolpite e blocchi decorati con fregi raffiguranti grappoli d’uva e viti, poi si fermò in un settore dove stava una colonna scolpita in modo elaborato. Era di un grigio intenso, molto più scura del “calcare bianco” color bruno giallastro degli altri elementi esposti.

«Basalto nero», disse. «Viene dall’originaria sinagoga e la si è collocata cronologicamente circa agli inizi del I secolo: l’epoca di Gesù». Indicò un’iscrizione intorno alla base. «É aramaico: “Alfeo, figlio di Zebedeo, figlio di Giovanni, fece questa colonna”»(13).

Sorprendentemente, ecco nomi reali della Cafarnao biblica, nomi che comparivano nei Vangeli: Alfeo, il padre di Matteo, Giacomo il Giovane e Giuda Taddeo; e Zebedeo, il padre di Giacomo e Giovanni.

«Alfeo e Zebedeo sono nomi rari, che appaiono solo nella Bibbia», spiegò David. «Questi possono essere i personaggi menzionati nel Nuovo Testamento, come possono non esserlo, ma l’iscrizione ci dice che questi nomi particolari erano in uso presso una determinata famiglia di Cafarnao al tempo in cui Gesù visse. Con ogni probabilità, i figli di Alfeo e quelli di Zebedeo erano parenti stretti, probabilmente cugini».

«Forse il fatto di essere un discepolo di Gesù era un affare di famiglia», lo presi in giro.

«É molto verosimile», ribattè serio. «Anche Pietro e Andrea probabilmente erano parenti. Erano soci dei figli di Zebedeo. In una piccola comunità giudaica, sarebbe stato estremamente inconsueto se qualcun osi fosse messo in affari con persone estranee ai propri familiari stretti».

Si stava facendo tardi e David doveva essere a Gerusalemme per l’ora di cena, poiché aveva un appuntamento. Durante le tre ore del viaggio di ritorno, sfogliai la mia copia della Bibbia, per vedere cosa dicessero i Vangeli circa Alfeo e Zebedeo. Alfeo era menzionato solo incidentalmente da Matteo, Marco e Luca, e negli Atti degli Apostoli, come padre di Giacomo il Giovane, e da Marco come padre di Levi (Matteo). A Zebedeo si accennava più spesso: non solo tutti e quattro i Vangeli lo citavano come il padre di Giacomo e Giovanni, ma egli compariva di persona, sia nella descrizione di Matteo che in quella di Marco: vi veniva raffigurato sulla barca, quando i suoi figli venivano chiamati da Gesù. Nella narrazione di Matteo, anche la moglie di Zebedeo viene citata due volte: è con Gesù, negli ultimi tempi del suo ministero, durante la predicazione a Gerico (Matteo 20, 20-29) e poi è una delle tre importanti figure femminili presenti alla crocefissione di Gesù:

 

C’erano là anche molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo (Matteo 27, 55-56). 

 

Mi interessava appurare chi fosse realmente la moglie di Zebedeo e, consultando il racconto della Crocefissione fatto da Marco, scoprii che ella veniva nominata:

 

C’erano anche alcune donne, che stavano a osservare da lontano, tra le quali Maria diMagdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome (Marco, 15, 40).

 

Quindi, la terza donna con le due Marie – cioè la moglie di Zebedeo, nonché la madre di Giacomo e Giovanni – si chiamava Salome. Era interessante l’altro elemento fornitomi dal passo, e cioè che la seconda Maria fosse la Madre di Giacomo il Giovane. Dal momento che quest’ultimo era il fratello di Matteo e di Giuda Taddeo, la donna doveva essere la moglie di Alfeo. Anche il Vangelo di Giovanni accenna a questa Maria, sostenendo che era presente alla Crocifissione, ma la chiama «Maria, la moglie di Cleofa» (Giovanni 19, 25). Ancora una volta, mi sembrava di avere un altro personaggio che assumeva due nomi e, con il nome di Cleofa, Alfeo è un seguace di Gesù, che si trova a Gerusalemme dopo la Crocifissione (Luca 24, 18). Stava cominciando a emergere un ritratto di famiglia. Non si trattava solo degli apostoli che avevano seguito Gesù per tutto il suo ministero, ma anche delle loro madri e, così sembrava, almeno di uno dei loro padri.

Fu mentre leggevo la descrizione delle donne presenti alla Crocefissione fatta da Giovanni, che improvvisamente rimasi fulminato. Lì, sulla pagina davanti a me, c’erano tre parole che gettavano una nuova luce rivelatrice sulla mia domanda su chi fosse la Vergine Maria dal punto di vista storico. Il passaggio di Giovanni diceva che la Vergine era con le altre tre donne ai piedi della croce: 

 

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala (Giovanni 19, 25).

 

«La sorella di sua madre!» Come prima, c’erano Maria Maddalena e Maria, la madre di Giacomo il Giovane, Giuda Taddeo e Matteo, ma questa volta la terza donna – Salome, la madre di Giacomo e Giovanni – è descritta come la sorella della madre di Gesù. Salomè era la sorella della Vergine Maria! Uno scenario completamente nuovo mi si apriva davanti. Se Salome era la sorella di Maria, ciò significava che era la zia di Gesù e che tre dei discepoli – i suoi figli Giacomo, Giuda e Matteo – erano cugini di primo grado di Cristo. Inoltre, se David aveva ragione, allora almeno due degli altri discepoli erano strettamente imparentati con lui. Era veramente un affare di famiglia. La famiglia di Gesù.

Ma c’era di più. I seguaci più vicini a Gesù erano apparentemente tutti imparentati con lui da parte di madre, come lo era l’uomo che effettivamente preparò la strada per il suo ministero: il figlio della cugina di Maria, Giovanni il Battista. Maria stava cominciando ad assumere i contorni di un personaggio che, nello schema generale, era molto più importante di quanto avessi pensato, e ciò aveva a che fare con la sua stirpe. Maria avrebbe potuto non essere solo uno dei tanti discendenti di Davide, come avevo ritenuto: forse era discendente diretta dell’antico re israelita.

Dovevo proprio scoprirne di più sulla famiglia di Maria e avevo a disposizione un’unica traccia importante: Giovanni il Battista. Secondo i quattro Vangeli, Giovanni aveva già accumulato un notevole seguito, prima che Gesù cominciasse a predicare. Per mezzo di lui avrei potuto scoprire le vere origini del cristianesimo. L’indagine su Giovanni mi avrebbe portato nel deserto della Giudea…

 

 

 

Tomba di Maria

 

 

 

CINZIA BALDINI 

 

 

Note:

(1)  Su Elena in Terrasanta si veda B. Wohl, The Life of St Helena, New York 1967.

(2)  Per quanto riguarda Sefforis, è utile B. Myers, Galilee at the Time of Christ,    New York 1998, pp. 46-58.

(3)  Gaio Svetonio Tranquillo, Vita dei Cesari, Roma, Newton Compton, 1995.

(4)  Si veda J. Soferman, The Jewish Dictionary, New York 1984, pp. 257-259.

(5)  R. Bultmann, La storia dei Vangeli sinottici, Cosenza 1996.

(6)  Sul punto, si veda G. Vermes, Jesus the Jew, Philadelphia 1973, p. 218.

(7)  D. Clark – J. Parkinson – R. Stephenson, An Astronomical Reappraisal of the Star of Bethlehem, A Nova in 5 BC, in «Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society», 18 (1977), p. 443.

(8)  Si veda Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, Torino 1998.

(9)  Ivi.

(10) Per quanto riguarda Cafarnao, è utile A. Court, Israel, New York 1985, pp. 147-153.

(11) Ivi.

(12) Ibid.

(13) Ibid.       

 

                                                

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