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Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria
Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria - Terza Parte PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Martedì 05 Maggio 2009 19:35
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Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria
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Terza Parte
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Chiunque avesse una familiarità con le scritture, avrebbe saputo che il Messia doveva nascere a Betlemme. Era praticamente inevitabile che alcuni “saggi” giudaici piombassero in città alla ricerca di un neonato maschio, quando la stella apparve. Ci sarà stato solo un esiguo numero di bambini nati a Betlemme, in quel momento, e pochi di essi avevano una madre della stirpe di Davide. Anzi, sotto questo aspetto, Gesù poteva essere l’unico. Se alcuni rabbini, o santi uomini, si fossero realmente recati a visitare la città nelle prime settimane del 4 a.C., essi avrebbero potuto concludere, a ragione, che il figlio di Maria fosse il tanto atteso Messia.

Quando il mio sguardo si posò sulla foto murale dell’Himalaya, realizzai improvvisamente che non solo uno scenario del genere era verosimile, ma che qualcosa di molto simile si era verificato solo pochi decenni prima, nel lontano Tibet. Fino a quando i cinesi non invasero il paese, il Tibet era governato dal Dalai Lama, in sostanza un re-sacerdote. Secondo il credo buddista, quando un Dalai Lama muore, la sua anima si reincarna on un neonato e alcuni monaci selezionati perlustrano la campagna in cerca del bambino. Si seguono diversi segni e presagi per trovare il bimbo giusto. Esattamente in questo modo, venne prescelto, negli anni Trenta, l’attuale Dalai Lama, ora in esilio in India. I buddisti credono che i presagi abbiano guidato precisamente al vero Dalai Lama. Gli scettici, tuttavia, avrebbero sostenuto che al bambino accadde solamente di essere nel posto giusto al momento giusto. Non potei fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo se, negli anni Trenta, i monaci buddisti non si fossero presentati alla casa del futuro Dalai Lama. Il bambino sarebbe cresciuto esattamente come un altro contadino tibetano? Comunque, i santi uomini tibetani erano arrivati e il ragazzo divenne il capo spirituale della nazione. Qualcosa del genere era accaduto a Betlemme nelle prime settimane del 4 a.C.?

«Forse, l’intero corso della storia del mondo fu cambiato da un evento fortuito», dissi quando lasciammo il ristorante, mescolandoci alla fiumana di pellegrini. «Maria diede alla luce il bambino nel posto giusto e nel momento giusto per esaudire le aspettative della setta giudaica».

I saggi - chiunque essi fossero – erano i soli responsabili per aver fatto di Gesù ciò che egli divenne? Se era così, allora – come era avvenuto per il Dalai Lama – con ogni probabilità il bambino era stato condotto via per essere sottoposto ad anni di preparazione spirituale religiosa. I genitori del Dalai Lama, buddisti devoti, furono felicissimi che il loro figliolo venisse preparato per questo ruolo prescelto, Probabilmente, Maria e Giuseppe, giudei devoti, si sentivano nello stesso modo circa il loro figlio Gesù.

Ogni aspetto del racconto di Matteo sulla Natività si inquadrava in un autentico contesto storico. Non lo avevo valutato pienamente prima, ma quando David mi aveva detto dell’incidente relativo all’aquila, due distinti elementi di prova si erano intrecciati. Il comportamento di Erode, la stella e i saggi: tutto si collegava perfettamente, così come la datazione. Ora avevo una quarta, possibile, Maria: un personaggio marginale che non aveva affatto giocato un ruolo attivo nella fondazione del cristianesimo, una donna che, solo per caso, aveva dato alla luce un bambino in circostanze che altri hanno giudicato prodigiose.

Ora conoscevo quella che sarebbe stata la mia prossima mossa. Per accertare se Maria aveva avuto qualche influenza sulla straordinaria carriera religiosa del figlio, dovevo scoprire dove Gesù trascorse la sua adolescenza. Stando a quanto afferma la Chiesa, egli non fu preparato da nessuno, ma fu divinamente ispirato. Da un punto di vista pragmatico, però, in un modo o nell’altro egli deve aver formulato le sue idee e sembra ragionevole supporre che qualcuno, o qualche specifica setta di Giudei, abbia contribuito a prepararlo per il suo ministero. Stranamente, in nessun passo del Nuovo Testamento troviamo notixie su cosa accadde a Gesù negli anni della sua formazione. Matteo non ci dice cosa fu di lui dopo la morte di Erode ma solo che egli abitava a Nazareth. Anche Luca include solo un breve episodio nel quale Gesù, a dodici anni, insegna nel tempio di Gerusalemme. Semplicemente, Gesù comincia il suo ministero  a circa trent’anni, con il suo sapere religioso, il talento oratorio e le sue capacità guaritive in pieno sviluppo. Dove aveva trascorso i misteriosi anni che mancano?

Secondo l’imperatrice Elena, Gesù aveva passato la sua gioventù a Nazareth. Inoltre, ella scoprì ciò che credette essere il luogo della sua casa, sulle alture che dominano la città. Qui nella basilica del Giovane Gesù, c’è una straordinaria, ma  appropriata statua di marmo di Gesù, modellata dallo scultore Bognio, che non mostra la familiare figura barbuta nella lunga tunica, ma un Gesù adolescente, all’età di sedici anni.

Nelle prime ore di quel pomeriggio, me ne stavo all’esterno della basilica a guardare Nazareth più in basso, mentre David mi mostrava i luoghi. «La chiesa Mensa Christi, che contiene una lastra di marmo che si dice sia la tavola dove Cristo resuscitato consumò un ultimo pasto. La chiesa di San Gabriele, che la tradizione greco-ortodossa associa con l’Annunciazione. La cappella di Nostra Signora della Paura», disse indicando, dall’altra parte della città, una collina boscosa scintillante nella foschia del caldo. «Pare fosse il punto dove Maria guardava impotente il popolo di Nazareth che tentava di gettare Gesù giù da una rupe».

La storia mi diede da pensare. Secondo il Vangelo di Luca, all’inizio del suo ministero Gesù predica a Nazareth. La popolazione, tuttavia, lo accusa di empietà e tenta di gettarlo da una rupe. In qualche modo, egli riesce a fuggire e lascia la città. Prima di questo episodio, secondo Luca (4, 16), Gesù «si recò a Nazareth dove era stato allevato». Questo passaggio sembra sottintendere che per qualche tempo egli era rimasto assente dalla città dove aveva la casa. Dove era stato? Dopo essere scappato da Nazareth, Gesù va direttamente nella vicina Cafarnao, dove tutti e quattro i Vangeli ci raccontano che egli raccolse i suoi discepoli. Non si dice se questi lo conoscessero già oppure no, ma a giudicare dal fatto che immediatamente essi lasciarono tutto – mogli, famiglie, occupazioni – possiamo azzardare una risposta positiva a questa domanda. Fu a Cafarnao, un villaggio di pescatori sulle rive del Lago di Galilea, che Gesù trascorse gli anni della sua formazione? David fu felice di condurmi sui luoghi dell’antica Cafarnao, a circa trentacinque chilometri a nord-est.

A Kefar Nahum, una remota baia nell’angolo nord-occidentale del Lago di Galilea, c’è tutto ciò che rimane della biblica Cafarnao (10): le rovine di un’antica sinagoga e le pietre che costituivano le fondamenta di un antico villaggio di pescatori, che stanno accanto a un piccolo monastero francescano, costruito nel XIX secolo. Qui, a pochi metri dalla riva, i discepoli di Gesù avevano vissuto, lavorato e venerato. Ormai mi ero abituato alle enormi chiese sui luoghi dei Vangeli, alla miriade di negozi che vendevano gingilli religiosi e alle resse di pellegrini intimoriti. Qui, dove apparentemente Gesù trascorse la maggior parte del suo ministero – dove predicò alle folle, guarì gli infermi, camminò sull’acqua e sfamò una moltitudine di persone con pochi pani e pesci – c’erano solo un minuscolo monastero, un chiosco che vendeva biglietti per visitare le rovine e due famiglie di turisti norvegesi.

«Non posso crederci», dissi a David quando lasciammo la macchina nel parcheggio vuoto. «Nella vita di Gesù, Cafarnao gioca un ruolo preponderante, di gran lunga maggiore di quello di Gerusalemme, Betlemme o Nazareth. Dovrebbe essere il luogo turistico più importante».

David sorrise. «La nostra vecchia amica Elena non è arrivata fin qui». Sembra che l’imperatrice fosse ritornata in patria, dopo aver visitato Nazareth e senza fondare una basilica a Cafarnao. Una piccola cappella ottagonale fu costruita vicino alla sinagoga intorno al 450 d.C., ma l’invasione araba del VII secolo, quando il villaggio fu ribattezzato Tell Num, l’ubicazione di Cafarnao venne completamente dimenticata dai cristiani. Infatti, non fu riscoperta fino al XIX secolo.

Prima di esplorare le rovine, David mi condusse giù per uno stretto canale, fino alla riva del lago. Ancora una volta rimasi completamente sorpreso. Mi ero aspettato una desolata costiera rocciosa, con aride spianate di salgemma e radi cespugli riarsi. Invece, ovunque c’erano palme da datteri, alberi di fico, una rigogliosa vegetazione subtropicale e ruscelli gorgoglianti che si gettavano nelle acque, che lambivano dolcemente la spiaggia sabbiosa.

«In ebraico il Lago di Galilea è chiamato Yam Kinneret, “Mare del Liuto”», disse David, «a causa del rumore delle onde somigliante al suono dell’arpa». Spesso mi ero chiesto perché la Bibbia lo chiamasse Mare di Galilea: evidentemente gli antichi Ebrei avevano una sola parola per definire una grande distesa d’acqua.

Guardai verso sud, percorsi con lo sguardo i venti chilometri lungo i quali il mare si addentrava nell’entroterra, le sue acque tranquille rotte solo dalla silenziosa scia di un motoscafo lontano, nei pressi della località turistica di Teverya. Guardai in direzione est, verso le monotone Alture del Golan, che si ergevano sulla riva opposta, a circa dieci chilometri di distanza . A differenza di Nazareth, Cafarnao era davvero tranquilla e misteriosa come doveva esserlo in tempi biblici. Almeno non potei esimermi dal pensare, ero in una terra che Maria avrebbe riconosciuto.

Era lì, forse proprio in quel punto, che Gesù chiamò i suoi primi discepoli. Secondo il Vangelo di Matteo: 

 

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, [Gesù] vide due fratelli, Simone chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito, lasciarono le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono (Matteo 4, 18-22).

 

Dopo aver chiamato i quattro pescatori, Gesù procedette a raccogliere gli altri suoi discepoli nei dintorni di Cafarnao. Il Vangelo di Giovanni descrive come l’invito fu rivolto a Filippo: 

 

Il giorno dopo [la chiamata dei pescatori] Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi» (Giovanni 1, 43). 

 

Stando a quanto racconta Giovanni, Filippo poi andò a cercare il suo amico Nataniele, e anche quest’ultimo si unì a Gesù. Gli altri Vangeli, però, chiamano Nataniele con il nome di Bartolomeo, forse un nuovo nome datogli da Gesù, il quale potrebbe aver ribattezzato tutti i suoi discepoli, come fece con Simone, che egli chiamò con il nome, ora noto, di Pietro (Matteo 16, 18).Un altro discepolo che compare con due nomi è Matteo, l’esattore di tasse. L’evangelista Matteo descrive la sua chiamata: 

 

Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse:«Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì (Matteo 9, 9).

 

Anche Marco include quello che sicuramente deve essere lo stesso uomo, ma lo chiama Levi:

 

Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte e gli disse «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì (Marco 2, 14).

 

Tutti e quattro i Vangeli accennano ad altri cinque discepoli – Simone lo Zelota, Giuda Taddeo, Tommaso, Giuda Iscariota e Giacomo figlio di Alfeo – ma nessuno descrive le circostanze in cui essi si unirono a Gesù. Da Luca, però, sappiamo che gli ultimi cinque furono scelti qualche tempo dopo, tra molti seguaci, in modo da formare il numero dodici, importante dal punto di vista ebraico (il numero delle tribù israelite):

 

Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d’Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda fratello di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore (luca 6, 13-16).

 

(La parola “apostolo” deve essere una traslitterazione di uno sconosciuto termine aramaico, e viene dal greco apostolos, “messaggero”.)

 

Sette degli apostoli di Gesù sembrano provenire da tre famiglie. Pietro e Andrea sono fratelli, così come Giacomo e Giovanni, Giacomo figlio di Alfeo (chiamato anche Giacomo il Minore – il più giovane – per distinguerlo dall’altro Giacomo), e suo fratello Giuda (chiamato anche Giuda Taddeo – il grosso – per non confonderlo con Giuda Iscariota) devono essere fratelli di Matteo, anch’egli descritto da Marco come figlio di Alfeo. Inoltre è evidente che i discepoli già si conoscessero l’uno con l’altro. Non solo perché Cafarnao era una piccola comunità, ma anche perché i Vangeli lo dicono esplicitamente. Ad esempio, Giovanni (1,45) sottintende che Filippo e Nataniele (Bartolomeo) fossero già amici, mentre Luca ci dice che Giacomo e Giovanni erano effettivamente in affari con Pietro e Andrea:

 

Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone [Pietro](Luca 5,10)

 

Malgrado le scene abituali tratte dalle descrizioni cinematografiche e televisive della vita di Gesù, che ritraggono quest’ultimo come un misterioso straniero che improvvisamente arriva nel villaggio, è chiaro che egli era già noto in quella che era una comunità chiusa. A Cafarnao, non furono solo gli apostoli a seguire sollecitamente Gesù, ma – secondo tutti e quattro i Vangeli – anche molti dei cittadini. Stando a ciò che racconta Marco, per esempio, subito dopo aver chiamato Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, Gesù predica nella sinagoga:

 

Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise a insegnare. Ed essi [la gente di Cafarnao] erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi (Marco 1, 21-22).

 

Gesù predica più e più volte, di fatto senza opposizioni, nella sinagoga di Cafarnao. Per riuscire a fare ciò, senza subire un arresto per empietà da parte degli anziani della città, egli doveva aver avuto nella zona un qualche seguito religioso: un’autorità che non gli era stata riconosciuta a Nazareth.

«I resti della sinagoga si trovano nell’esatto posto dove sembra che Gesù abbia predicato», disse David, quando mi riportò indietro lungo il sentiero. Una scala di gradini di marmo erosi conducevano su, fino alle antiche rovine all’aria aperta: un cortile lastricato, affiancato da due file di colonne striminzite, largo circa venti metri, alla fine del quale, più o meno a una quarantina di metri di distanza, stava un muro quasi intatto, alto più di dieci metri, posto al di là di quattro colonne corienzie che portavano fregi scolpiti. La struttura sgretolata assomigliava più a un Partenone in miniatura che a un tempio ebraico.

«Sembra una rovina greca», dissi.

«Lo è», replicò David, «come questo mostra chiaramente». Indicò un’iscrizione su uno degli enormi pilastri. «É scritto in greco». Tradusse: «”Erode, figlio di Monimo, e suo figlio Giusto, con i suoi figli, eressero questa colonna”. Era una pratica comune per i Giudei dell’epoca, avere il proprio nome inscritto sulle pareti delle costruzioni che avevano donato. Questi erano Giudei greci, che si stabilirono nell’area intorno alla fine del III secolo o agli inizi del IV».

Scavi condotti alla fine degli anni Sessanta mostrarono chiaramente che il luogo era stato occupato più o meno dal II secolo a.C. Tuttavia, sebbene Cafarnao fosse sopravvissuta alle rappresaglie che seguirono la rivolta giudaica del 70 d.C., essa fu saccheggiata dopo una seconda rivolta giudaica, nel 132 d.C., quando i Romani uccisero più di mezzo milione di persone e distrussero 455 città. Circa un secolo dopo, la regione fu ripopolata da Giudei greci, che probabilmente provenivano dalla Cilicia, nell’odierna Turchia, e furono loro ad erigere la costruzione in questione.

«Credevo che lei avesse detto che Gesù aveva predicato qui», mormorai confuso.

«Guardi», disse chinandosi a rimuovere alcuni ciuffi di erba dai piedi del muro. «Questi muri sono fatti di calcare bianco importato, ma le fondamenta sono realizzate con basalto nero del luogo». Una stretta linea di pietre lungo la base del muro era notevolmente più scura della struttura superiore e i mattoni che la costituivano erano stati tagliati più grossolanamente. «Ciò dimostra che qui, in precedenza, c’era una sinagoga, che sembra risalire agli inizi del I secolo: l’epoca di Gesù. Anche le fondamenta della casa di Pietro – o quella che è ritenuta tale – sono state portate alla luce».

Proprio all’esterno delle rovine della sinagoga, in direzione del lago, c’era un’area recintata da una bassa palizzata. Qui, nel suolo arido, erano chiaramente visibili le sottostrutture di un antico villaggio. Gli scavi degli anni Sessanta hanno dissotterrato le fondamenta di parecchie case, risalenti al tempo di Gesù, che avevano la medesima sistemazione, con una serie di stanze poste intorno a una sala centrale, che conteneva la cucina. In alcune di esse, tra stoviglie e piastrelle rotte, sono stati rinvenuti ami da pesca, il che suggerisce che si trattasse delle abitazioni di pescatori dl luogo (11). Sembra che le case avessero un portico coperto che si apriva sulla strada a fianco della sinagoga.

Interpretando i Vangeli, pare che la casa di Pietro fosse proprio attigua alla sinagoga. Stando a ciò che afferma Marco, ad esempio, Gesù, dopo aver chiamato i primi quattro discepoli e predicato nella sinagoga, va a casa di Pietro per guarirne la suocera, che aveva la febbre:

 

 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito a casa di Simone [Pietro] e di Andrea (marco 1,29)

 

«La chiesa ottagonale, costruita qui nel V secolo, fu eretta su una di quelle case», spiegò David. «Quando gli archeologi scavarono nel terreno sotto la struttura, scoprirono pezzi di intonaco che un tempo aveva ricoperto i muri della casa originaria».

Aprii la guida che avevo comprato al chiosco, quando eravamo arrivati, e guardai una fotografia che ritraeva un pezzo di intonaco colorato. Sopra vi era una preghiera greca che includeva la parola kephas, l’appellativo che Gesù diede a Pietro, quando gli disse che sarebbe stato la pietra sulla quale avrebbe costruito la sua Chiesa (Giovanni 1,42). (Kephas, oCefa come compare oggi nella Bibbia, ha lo stesso significato latino di petra, “pietra”, da cui proviene la traduzione moderna “Pietro”.) David mi spiegò che, nei graffiti tracciati sull’intonaco, sono state trovate molte varianti del nome di Pietro(12). I graffiti che risalgono alla metà del II secolo, sembrano indicare che i gentili cristiani che si trasferirono nella zona, dopo la seconda rivolta giudaica, credevano che la casa fosse appartenuta a Pietro, come - a quanto pare – i cristiani del V secolo che costruirono la chiesa ottagonale sul posto.

Se questa era la casa di Pietro, allora l’attività di pesca della famiglia doveva essere stata proficua. Gli scavi hanno evidenziato che la dimora era ampia, con stanze a sufficienza per accogliere un considerevole numero di persone. Ma, per quanto grande fosse stata l’abitazione di Pietro, non lo fu abbastanza per sistemare la moltitudine di gente che piombò su Gesù per sentirlo predicare. Secondo Marco: 

 

Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola (Marco 2, 1-2).

 

«Non credo che gli archeologi abbiano trovato qualcosa, che riporti il nome di un discepolo e che risalga effettivamente a quel tempo», dissi sfogliando la guida.«C’è una seconda migliore scelta», replicò David.

Adiacente all’entrata del sito, c’è un giardino spettacolare, ombreggiato da palme, dove è in mostra un buon numero di importanti reperti architettonici scoperti durante gli scavi alla sinagoga. David mi condusse oltre alcuni settori dove erano esposte sezioni di pavimento a mosaico, numerose pietre scolpite e blocchi decorati con fregi raffiguranti grappoli d’uva e viti, poi si fermò in un settore dove stava una colonna scolpita in modo elaborato. Era di un grigio intenso, molto più scura del “calcare bianco” color bruno giallastro degli altri elementi esposti.

«Basalto nero», disse. «Viene dall’originaria sinagoga e la si è collocata cronologicamente circa agli inizi del I secolo: l’epoca di Gesù». Indicò un’iscrizione intorno alla base. «É aramaico: “Alfeo, figlio di Zebedeo, figlio di Giovanni, fece questa colonna”»(13).

Sorprendentemente, ecco nomi reali della Cafarnao biblica, nomi che comparivano nei Vangeli: Alfeo, il padre di Matteo, Giacomo il Giovane e Giuda Taddeo; e Zebedeo, il padre di Giacomo e Giovanni.

«Alfeo e Zebedeo sono nomi rari, che appaiono solo nella Bibbia», spiegò David. «Questi possono essere i personaggi menzionati nel Nuovo Testamento, come possono non esserlo, ma l’iscrizione ci dice che questi nomi particolari erano in uso presso una determinata famiglia di Cafarnao al tempo in cui Gesù visse. Con ogni probabilità, i figli di Alfeo e quelli di Zebedeo erano parenti stretti, probabilmente cugini».

«Forse il fatto di essere un discepolo di Gesù era un affare di famiglia», lo presi in giro.

«É molto verosimile», ribattè serio. «Anche Pietro e Andrea probabilmente erano parenti. Erano soci dei figli di Zebedeo. In una piccola comunità giudaica, sarebbe stato estremamente inconsueto se qualcun osi fosse messo in affari con persone estranee ai propri familiari stretti».

Si stava facendo tardi e David doveva essere a Gerusalemme per l’ora di cena, poiché aveva un appuntamento. Durante le tre ore del viaggio di ritorno, sfogliai la mia copia della Bibbia, per vedere cosa dicessero i Vangeli circa Alfeo e Zebedeo. Alfeo era menzionato solo incidentalmente da Matteo, Marco e Luca, e negli Atti degli Apostoli, come padre di Giacomo il Giovane, e da Marco come padre di Levi (Matteo). A Zebedeo si accennava più spesso: non solo tutti e quattro i Vangeli lo citavano come il padre di Giacomo e Giovanni, ma egli compariva di persona, sia nella descrizione di Matteo che in quella di Marco: vi veniva raffigurato sulla barca, quando i suoi figli venivano chiamati da Gesù. Nella narrazione di Matteo, anche la moglie di Zebedeo viene citata due volte: è con Gesù, negli ultimi tempi del suo ministero, durante la predicazione a Gerico (Matteo 20, 20-29) e poi è una delle tre importanti figure femminili presenti alla crocefissione di Gesù:

 

C’erano là anche molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo (Matteo 27, 55-56). 

 

Mi interessava appurare chi fosse realmente la moglie di Zebedeo e, consultando il racconto della Crocefissione fatto da Marco, scoprii che ella veniva nominata:

 

C’erano anche alcune donne, che stavano a osservare da lontano, tra le quali Maria diMagdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome (Marco, 15, 40).

 

Quindi, la terza donna con le due Marie – cioè la moglie di Zebedeo, nonché la madre di Giacomo e Giovanni – si chiamava Salome. Era interessante l’altro elemento fornitomi dal passo, e cioè che la seconda Maria fosse la Madre di Giacomo il Giovane. Dal momento che quest’ultimo era il fratello di Matteo e di Giuda Taddeo, la donna doveva essere la moglie di Alfeo. Anche il Vangelo di Giovanni accenna a questa Maria, sostenendo che era presente alla Crocifissione, ma la chiama «Maria, la moglie di Cleofa» (Giovanni 19, 25). Ancora una volta, mi sembrava di avere un altro personaggio che assumeva due nomi e, con il nome di Cleofa, Alfeo è un seguace di Gesù, che si trova a Gerusalemme dopo la Crocifissione (Luca 24, 18). Stava cominciando a emergere un ritratto di famiglia. Non si trattava solo degli apostoli che avevano seguito Gesù per tutto il suo ministero, ma anche delle loro madri e, così sembrava, almeno di uno dei loro padri.

Fu mentre leggevo la descrizione delle donne presenti alla Crocefissione fatta da Giovanni, che improvvisamente rimasi fulminato. Lì, sulla pagina davanti a me, c’erano tre parole che gettavano una nuova luce rivelatrice sulla mia domanda su chi fosse la Vergine Maria dal punto di vista storico. Il passaggio di Giovanni diceva che la Vergine era con le altre tre donne ai piedi della croce: 

 

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala (Giovanni 19, 25).

 

«La sorella di sua madre!» Come prima, c’erano Maria Maddalena e Maria, la madre di Giacomo il Giovane, Giuda Taddeo e Matteo, ma questa volta la terza donna – Salome, la madre di Giacomo e Giovanni – è descritta come la sorella della madre di Gesù. Salomè era la sorella della Vergine Maria! Uno scenario completamente nuovo mi si apriva davanti. Se Salome era la sorella di Maria, ciò significava che era la zia di Gesù e che tre dei discepoli – i suoi figli Giacomo, Giuda e Matteo – erano cugini di primo grado di Cristo. Inoltre, se David aveva ragione, allora almeno due degli altri discepoli erano strettamente imparentati con lui. Era veramente un affare di famiglia. La famiglia di Gesù.

Ma c’era di più. I seguaci più vicini a Gesù erano apparentemente tutti imparentati con lui da parte di madre, come lo era l’uomo che effettivamente preparò la strada per il suo ministero: il figlio della cugina di Maria, Giovanni il Battista. Maria stava cominciando ad assumere i contorni di un personaggio che, nello schema generale, era molto più importante di quanto avessi pensato, e ciò aveva a che fare con la sua stirpe. Maria avrebbe potuto non essere solo uno dei tanti discendenti di Davide, come avevo ritenuto: forse era discendente diretta dell’antico re israelita.

Dovevo proprio scoprirne di più sulla famiglia di Maria e avevo a disposizione un’unica traccia importante: Giovanni il Battista. Secondo i quattro Vangeli, Giovanni aveva già accumulato un notevole seguito, prima che Gesù cominciasse a predicare. Per mezzo di lui avrei potuto scoprire le vere origini del cristianesimo. L’indagine su Giovanni mi avrebbe portato nel deserto della Giudea…

 

 

 

Tomba di Maria

 

 

 

CINZIA BALDINI 

 

 

Note:

(1)  Su Elena in Terrasanta si veda B. Wohl, The Life of St Helena, New York 1967.

(2)  Per quanto riguarda Sefforis, è utile B. Myers, Galilee at the Time of Christ,    New York 1998, pp. 46-58.

(3)  Gaio Svetonio Tranquillo, Vita dei Cesari, Roma, Newton Compton, 1995.

(4)  Si veda J. Soferman, The Jewish Dictionary, New York 1984, pp. 257-259.

(5)  R. Bultmann, La storia dei Vangeli sinottici, Cosenza 1996.

(6)  Sul punto, si veda G. Vermes, Jesus the Jew, Philadelphia 1973, p. 218.

(7)  D. Clark – J. Parkinson – R. Stephenson, An Astronomical Reappraisal of the Star of Bethlehem, A Nova in 5 BC, in «Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society», 18 (1977), p. 443.

(8)  Si veda Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, Torino 1998.

(9)  Ivi.

(10) Per quanto riguarda Cafarnao, è utile A. Court, Israel, New York 1985, pp. 147-153.

(11) Ivi.

(12) Ibid.

(13) Ibid.       

 

                                                

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