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Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria
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Scritto da Cinzia Baldini   
Martedì 05 Maggio 2009 19:35
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Il mistero del Sepolcro della Vergine Maria
Seconda parte
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Quando guardai, attorno a me, i cattolici romani inginocchiati per recitare il rosario, gli anglicani che tenevano le palme giunte in preghiera e i cristiani avventisti, che alzavano le mani per sentire la potenza dello Spirito Santo, mi chiesi se davvero sapessero quante controversie si fossero appuntate su quest’unico verso.

Nella storia biblica che ci è pervenuta, Dio è raffigurato come vero padre di Gesù per intervento diretto dello Spirito Santo; Giuseppe funge semplicemente da tutore di Gesù. Maria, si è detto, era una vergine quando concepì e partorì Cristo. Quando esaminiamo il Nuovo Testamento, colpisce, considerando l’enormità del postulato, che la nascita da una vergine non sia mai menzionata in due dei Vangeli né negli Atti degli Apostoli o in alcuna delle Lettere di san Paolo. Questo era ciò che turbava il teologo Rudolf Bultmann quando, negli anni venti, egli cominciò a mettere in discussione l’autenticità dei Vangeli(5). Tuttavia, nulla poteva averlo preparato a ciò che avrebbe scoperto. Esaminando la versione ebraica del Vecchio Testamento, Bultmann trovò una cosa tanto pazzesca, da rimanerne ossessionato fino alla morte, avvenuta nel 1976. Ciò che egli scoprì era la prova inconfutabile che la nascita da una vergine era un tema che certamente non poteva aver fatto parte della narrazione originale. Infatti, sembrava che l’intero concetto non fosse stato aggiunto ai Vangeli fino a circa un secolo dopo la nascita di Gesù.

Incredibilmente, l’idea della nascita da una vergine sembra sia stata generata da una semplice traduzione errata della profezia di Isaia. Fino al secondo secolo, i testi giudaici – che in seguito sarebbero stati assemblati per costituire il Vecchio Testamento – erano disponibili solo in ebraico. Intorno al 130 d.C., il crescente movimento cristiano cominciò gradualmente a tradurli in greco e infine in latino. Questo portò a numerosi errori di traduzione, alcuni dei quali sono rimasti nella Bibbia moderna. Un esempio si trova nel nome della distesa d’acqua che si divise per consentire agli Israeliti di fuggire dall’Egitto. Nell’originaria Torah – l’opera giudaica che ora forma i primi cinque libri del Vecchio Testamento – il nome ebraico era Yam Suph. In ebraico, Yam Suph significa “mare giunco” o “mare dei giunchi” e sembra riferirsi ad un lago nella zona nord-orientale dell’Egitto. Fu tradotto erroneamente in “Mar Rosso” e la nozione concernente la divisione delle acque del Mar Rosso divenne parte della tradizione cristiana.

Bultmann scoprì che un errore analogo era stato commesso quando i primi cristiani avevano tradotto il passo di Isaia e precisamente la parola che ora figura come “vergine”. Il testo originale non usa il termine ebraico per “vergine” - betulah – bensì il termine almah, “una giovane donna”(6). Il passo ebraico originale parlava di una profezia,  secondo la quale “una giovane donna” – non una “vergine” – avrebbe concepito e partorito il Messia. Il concetto essenziale della profezia era che la madre del Messia era più importante del padre: lei era della stirpe di Davide, non lui. Il passo, quindi, non aveva nulla a che fare con una nascita da una vergine. Qualcuno aveva chiaramente interpolato il concetto nella narrazione, dopo aver scoperto la versione greca o latina del verso di Isaia, per meglio inserire Maria nella traduzione errata della profezia. L’originaria narrazione di Matteo può avere ricompreso la storia della Natività e l’episodio nel quale Maria apprende che avrebbe dato alla luce il Messia, ma la nascita da una vergine deve essere stata aggiunta un centinaio di anni dopo il tempo di Gesù.

Nelle descrizioni evangeliche originali, Gesù poteva ancora essere considerato il figlio prediletto di Dio, senza che vi fosse la necessità di una nascita da una vergine. Infatti, questo si adatta esattamente alla credenza giudaica concernente il Messia. I testi ebraici che costituiscono il Vecchio Testamento mostrano che i Giudei, sebbene credessero che il Messia sarebbe stato il figlio spirituale di Dio, si aspettavano che egli avesse un padre terreno, proprio come Davide prima di lui.

Quando, quella mattina, lasciammo la Chiesa dell’Annunciazione, ritenni di sapere cosa avrebbero pensato della rivelazione di Bultmann i devoti cristiani che attendevano, in coda, di poter sfilare nella grotta. Al pari dei teologi vaticani che avevano replicato a Bultmann negli anni Venti, essi avrebbero probabilmente creduto che l’errore stesso era stato divinamente ispirato per rivelare la vera natura della nascita di Cristo. Come a Bultmann, tuttavia, mi rimaneva il dubbio che l’intera storia dell’Annunciazione fosse un’invenzione. Maria era stata veramente visitata da un angelo? O lo aveva solo immaginato? Oppure l’episodio era stato manipolato dagli scrittori dei Vangeli?

David e io ci facemmo strada attraverso le viuzze del centro di Nazareth, in direzione della Chiesa di San Giuseppe. Era lì, secondo l’imperatrice Elena, che Maria e Giuseppe avevano vissuto e lavorato. I violi affollati emanavano un caldo soffocante ed erano invasi dal vociare dei turisti che mercanteggiavano con i negozianti locali sul prezzo di qualunque cosa, dalle lattine di Coca-Cola ai cappelli di paglia. Lungo tutte le claustrofobiche stradine, ristoranti e caffè  erano affollati di turisti affamati, mentre nei numerosissimi negozi era in vendita un incredibile assortimento di souvenir religiosi: da ritratti del Papa a bottiglie di acqua santa con le sembianze della Vergine Maria. Malgrado i secoli di contese e guerre che avevano afflitto la zona, Nazareth appariva ora come un luogo turistico che faceva concorrenza a Miami o alla Costa del Sol. Per contro, Sefforis, l’antica capitale della Galilea, era completamente scomparsa dalle carte geografiche. Tutto ciò che oggi rimane di quella che una volta era una splendida città sono poche pietre distrutte del centro romano, le rovine di un castello crociato e un villaggio arabo abbandonato. Ero abbastanza sicuro che Nazareth sarebbe stata totalmente dimenticata dalla storia se Maria e Giuseppe non vi avessero dimorato.

Quando riuscimmo a fuggire dalle folle e ci avvicinammo alla chiesa di San Giuseppe, provai a immaginare come fosse stata la casa dell’infanzia di Cristo. Un edificio bianco di mattoni e fango, forse a due piani, con una scala esterna che conduceva a un tetto a terrazza, dove Maria stendeva il bucato. Accanto, una serie di rimesse, fatte di canna e argilla: il laboratorio di Giuseppe, dove il Gesù bambino premurosamente aiutava il padre nel duro lavoro.

«Siamo arrivati», disse David indicando una cattedrale in lucente calcare che si ergeva davanti a noi: la chiesa di San Giuseppe, eretta nel 1914 sul luogo di un’originaria chiesa romana, costruita nei primi anni del IV secolo. Grazie al cielo, la cattedrale non era affollata come la chiesa dell’Annunciazione e non avremmo dovuto aspettare tanto a lungo per sfilare nella cripta e poter sbirciare in una piccola grotta umida, addobbata con candele tremolanti e immagini scintillanti della sacra famiglia.

«Certamente, Elena aveva una predilezione per le grotte», mormorò David, quando il gruppo si mosse in avanti. «Secondo l’imperatrice, Maria concepì in una grotta, partorì in una grotta e infine si stabilì in una grotta per crescere una famiglia». Cominciò a spiegarmi che quando Elena visitò la Palestina, nel 327 d.C., trovò parecchi mistici cristiani che vivevano come eremiti in grotte sulle pendici delle colline. Molti di essi credevano che il proprio antro fosse in qualche modo associato con un episodio delle storie evangeliche. Sembra che coloro che fornirono un racconto più convincente, si ritrovarono buttati fuori e con una chiesa eretta sulla propria dimora.

Avevo pensato che, visitando l’esatto luogo dove il cristianesimo era cominciato, mi sarei sentito vicino al mondo di Maria. Qui avrei potuto farmi un’idea della donna che andasse oltre la sua immagine prestata a fare da boccetta per l’acqua santa o come statuetta di marmo. Avevo immaginato scavi archeologici dove erano state scoperte le fondamenta di abitazioni del I secolo. Mi ero figurato musei che esibivano manufatti dell’epoca: recipienti, lucerne e utensili casalinghi; spille, anelli e altri gioielli; ornamenti, statue e rilievi: ogni cosa che aiutasse a ricostruire la vita quotidiana di Maria. Invece, mi ritrovai in un mondo plasmato da un’imperatrice romana, che aveva vissuto tre secoli dopo. Come gli stessi Vangeli, Nazareth aveva avuto una fondazione storica, ma la sua evoluzione era dovuta alla fede. E io dovevo ancora scoprire la Maria che stava sotto la copertura della fede. Al pari della verità su Elena e le sue grotte-santuario, solo l’inserimento di Maria in un contesto storico avrebbe consentito l’emergere della sua vera storia.

A quanto sembra, Gesù fu salutato come il Messia una volta che cominciò a predicare: certamente ciò accadde entro pochi anni dalla sua morte. Malgrado quello che ci dice la Bibbia, però, qualcuno credeva realmente che Gesù fosse il Messia quando nacque? La stessa Maria, vergine o no, riteneva di aver concepito il Cristo? Erode, i magi, i pastori o chiunque altro in Palestina, pensavano che il Bambino nato a Betlemme fosse il salvatore dell’umanità? Insomma, c’era qualcosa di vero nella storia della Natività?

É come se l’originaria fonte aramaica dei Vangeli possa aver riguardato solamente gli insegnamenti di Gesù e che i dettagli della sua vita siano stati aggiunti in seguito dagli autori ora ritenuti Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Quanto accurate erano le loro informazioni circa questi eventi? In primo luogo, dovevo accertare esattamente quando erano accaduti i fatti. Dovevo accettare il dato di Luca, secondo il quale Gesù era nato nel 6 d.C.? Oppure quello di Matteo, per cui la nascita era avvenuta nel 4 a.C. o prima?

Oltre al censimento fiscale, Luca fornisce un altro riferimento  databile. Egli ci dice che Gesù cominciò il suo ministero quando fu battezzato da Giovanni il Battista «nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio Cesare» (Luca 3, 1-2). Luca (3, 23) ci racconta che quando Gesù fu battezzato, aveva «circa trent’anni». Si sa che Tiberio divenne imperatore nel 14 d.C., il che significherebbe che il quindicesimo anno del suo impero dovrebbe essere collocato nel 28-29 d.C. Se Gesù fosse nato nel 6 d.C., come suggerisce il riferimento di Luca a Quirino, allora, in quel momento, avrebbe avuto solo ventidue o ventitré anni. C’è evidentemente un po’ di confusione. Se Luca è nel giusto per quanto riguarda l’età di Gesù, il suo ministero non cominciò fino a circa il 36 d.C. Dai Vangeli possiamo dedurre che il ministero di Gesù durò dai due ai tre anni, il che significa che – secondo Luca – egli fu crocifisso dopo il 38 d.C. Questa datazione deve essere sbagliata. Dal momento che le testimonianze romane mostrano che Ponzio Pilato smise di essere governatore nel 36 d.C., non è possibile che Gesù sia comparso davanti a lui, in Giudea, come riferiscono tutti e quattro i Vangeli.

La datazione di Matteo è di gran lunga migliore. Secondo Matteo, Erode il Grande era ancora vivo quando Gesù nacque. Erode morì nel 4 a.C., e se noi procediamo con quest’ultimo dato per collocare la nascita di Gesù, questo avrebbe avuto trentuno o trentadue anni nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio. Ciò si accorda maggiormente con l’asserzione di Luca sull’età di Gesù e con il governatorato di Pilato. Se Gesù fosse nato intorno al 4 a.C., dovrebbe essere morto circa nel 30 d.C., quando Pilato era ancora governatore (fu nominato nel 26 d.C.). Da questo assortimento di prove, ora gli storici ritengono che la data esatta della nascita di Gesù sia da collocarsi intorno al 4 a.C., poco prima della morte di Erode.

Nel 1977, un sostegno a questa tesi venne da un ambiente insospettabile e, straordinariamente, sembrò confermare la storicità di uno dei prodigi della Natività. Un articolo del «Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society», scritto dagli astronomi britannici David Clark, John Parkinson e Richard Stephenson(7), suggerì che la stella di Betlemme possa esser stato un reale, ma raro evento astronomico, che ebbe luogo nel 5 a.C. Nella documentazione del tempo degli astronomi cinesi della dinastia Han, essi trovarono riferimenti a una stella, più luminosa di qualsiasi altra stella o pianeta, che apparve dal nulla e rimase visibile per tre mesi. Gli astronomi della dinastia Han tennero documentazioni meticolose degli eventi celesti a fini astrologici e molte delle loro osservazioni, come la comparsa della cometa di Halley nel 12 a.C., trovano conferma con i calcoli moderni. Secondo Clark, Parkinson e Stephenson, solo un evento poteva combaciare con il rilevamento dei cinesi: una supernova, una colossale esplosione stellare che, se avvenuta nella nostra galassia, abbastanza vicino alla terra, sarebbe apparsa improvvisamente, come dal nulla, e sarebbe rimasta per settimane come uno splendente punto di luce, visibile a occhio nudo. Si sa che nella nostra galassia si sono verificate tre supernovae begli ultimi mille anni: nel 1054, nel 1572 e nel 1604. L’astronomo del XVII secolo Giovanni Keplero descrisse quella del 1604 come visibile anche nella piena luce del giorno.

Shanghai, dove il rilevamento ha avuto luogo, è precisamente alla stessa latitudine della Giudea e, di conseguenza, la supernova sarebbe stata realmente visibile a Betlemme all’incirca nel tempo in cui sembra che Cristo sia nato. Con la datazione moderna, l’evento cinese è collocato nel dicembre del 5 a.C., che significa che dovrebbe esser stato visibile fino a marzo dell’anno seguente. Se questa era la stella di Betlemme, e non ci sono contendenti più verosimili, allora ciò vuol dire che possiamo circoscrivere la nascita di Cristo ai mesi invernali tra il 5 e il 4 a.C. (L’anniversario della nascita di Gesù fissato al 25 dicembre non si basa su alcun resoconto biblico e neanche su un’antica tradizione cristiana. Solo dopo l’istituzione della Chiesa cattolica a opera di Costantino, la ricorrenza fu celebrata in questa data, che era già un’importante festa romana.).

C’è qualche elemento, nella storia della Natività, che si accordi con gli eventi storici degli ultimi tempi del 5 a.C. o degli inizi del 4 a.C.? Stando al secondo capitolo del Vangelo di Matteo, Erode apprese dai magi che Gesù era nato per essere re dei Giudei. Dal momento che era l’effettivo sovrano dei Giudei, Erode evidentemente pensò che il bambino avrebbe finito per impadronirsi del suo trono. Avendo saputo che Gesù era nato in qualche luogo di Betlemme, nella speranza di ucciderlo, Erode ordinò che tutti i neonati della città fossero soppressi. Esiste qualche documentazione storica che attesti che Erode abbia commesso una tale atrocità?

In realtà esiste: almeno, qualcosa di molto simile. Secondo Giuseppe Flavio, l’imperatore Augusto decretò che, a succedere a Erode sul trono della Giudea, fosse il maggiore dei nipoti avuti dal figlio deceduto Antipatro(8). Tuttavia, appena prima di morire, nella primavera del 4 a.C., Erode decise che il suo successore sarebbe stato il figlio Filippo, e i figli di Antipatro scomparvero in circostanze sospette. É probabile che Erode li abbia uccisi.

Tutto ciò accadde proprio nel tempo in cui, secondo Matteo, Erode ordinò il massacro dei neonati a Betlemme, nella speranza di uccidere Gesù. C’è qualche connessione? Forse sì. Se, in quell’epoca, alcuni importanti viaggiatori fossero arrivati alla corte di Erode, riportando qualche diceria secondo la quale un re dei Giudei era nato a Betlemme, il monarca potrebbe a ragione aver pensato che il bambino in questione fosse un figlio sopravvissuto di Antipatro: l’erede legittimo è una minaccia per i suoi piani di fare di Filippo il suo successore. Questo, in realtà, è l’unico scenario che trova un senso storico nella descrizione di Matteo. Per quale altra ragione Erode, che aveva dietro di sé tutta l’autorità conferitagli da Roma, si sarebbe mai preoccupato di racconti pazzeschi su un bambino regale?

Così, sebbene non vi sia nulla che confermi il resoconto di Luca sulla mangiatoia, sui pastori e gli angeli, la descrizione sembra essere molto verosimile.

Sembra che Gesù sia nato durante il regno di Erode, c’era un raro fenomeno stellare visibile da Gerusalemme in quel tempo, ed Erode aveva una buona ragione per temere che un bambino di stirpe reale potesse vanificare i suoi piani. In verità, è l’intero ambiente narrato da Matteo a essere più verosimile di quello raccontato da Luca. A differenza della versione di quest’ultimo, non ci sono angeli che svolazzano attorno e Gabriele non appare materialmente a Maria.

Subito dopo mezzogiorno , David e io ci recammo a pranzo al ristorante Astoria, in Casa Nova Street. Era un luogo di strani contrasti. Sebbene cortesi camerieri arabi servissero tradizionali piatti mediorientali di falafel e shwarma, la scenografia del locale era incongrua. Un muro era ricoperto da un’enorme foto della Valle del Reno e un altro mostrava una veduta dell’Himalaya. Mentre mangiavamo , discutemmo l’attendibilità del racconto di Matteo.

«Durante l’ultimo anno del regno di Erode, in Giudea l’aspettativa messianica era aumentata», disse David. «Molti Giudei credevano realmente che fossero arrivati gli ultimi giorni. Alcuni dei Rotoli del Mar Morto, scritti in quell’epoca, fanno esplicito riferimento a un’imminente battaglia tra i Figli della Luce – o devoti Giudei – e i Figli delle Tenebre, i pagani Romani». David mi spiegò anche come molti Giudei trovassero oltraggioso il dominio di Erode. Quantunque fosse per metà giudeo, il re era comunque considerato un estraneo che Roma aveva imposto con la forza sulla Giudea. Ma agli inizi del 4 a.C. la diffidenza si trasformò in odio. Durante la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, Erode commise un atto considerato così empio, da condurre quasi a una ribellione. Il tempio più interno era un’esatta replica del tempio di Salomone, e le scritture ritenevano che il suo disegno fosse stato rivelato da Dio. Ogni pietra ed ogni pezzo di decorazione doveva coincidere con la descrizione fornita dl I Libro dei Re del Vecchio Testamento (Capitoli 6 e 7). Secondo Giuseppe Flavio, l’edificio era ritenuto così sacro che in effetti i muratori furono costretti a istruire sacerdoti consacrati affinché portassero a termine il lavoro di costruzione. Erode, però, aggiunse un tocco personale. Fece erigere sopra il portico del tempio, un’enorme scultura d’oro con le sembianze dell’aquila imperiale romana(9). Non si trattava solo di un idolo sacrilego e di un costante memento della presenza di Roma, ma anche di un simbolo eloquente della superiorità dell’imperatore rispetto a Dio. Molti Giudei, come i militanti zeloti – la resistenza giudaica-, cominciarono a diffondere il messaggio che questo era un segno che la battaglia finale tra la luce e le tenebre era imminente. Era il momento della venuta del Messia.

Mentre ascoltavo David mi resi conto che anche un altro tema, nella descrizione della Natività a opera di Matteo , acquisiva un senso storico: il racconto dei magi. Agli inizi del 4 a.C., in un’atmosfera di attesa messianica, ebbe luogo un evento celeste senza precedenti: una misteriosa stella luminosa apparve dal nulla. Racconto biblico a parte, non possono sussistere dubbi chre molti Giudei lo presero per un segno divino. Un verso dell’antica Torah, ancora contenuto nel biblico Libro dei Numeri, sottintendeva che una stella straordinaria avrebbe annunciato la nascita del Messia:

 

Una stella spunterà da Giacobbe [Betlemme, dove Giacobbe innalzò una colonna] e uno scettro [un re] sorgerà da Israele, e spezzerà le tempie di Moab e distruggerà tutti i figli di Set (Numeri 24, 17).   

 



 

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