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Allacciate le cinture PDF Stampa E-mail
Scritto da Sandro Capodiferro   
Martedì 28 Gennaio 2014 10:06

 

ALLACCIATE LE CINTURE di FERZAN OZPETEK 

 

“Sei anni fa feci una cena con tante persone per una mia amica che non stava bene. Lei purtroppo era fisicamente molto cambiata. A un certo punto noi eravamo seduti vicini e mentre parlavamo osservando gli altri, le domandai se dormisse ancora con il marito, e lei rispose: “Sì. E pensa, ci prova anche ogni tanto. Agli uomini non fa schifo niente”. Ci siamo messi a ridere a questa cosa. Il marito allora l’ha guardata e lei ha guardato lui, ed io ho sentito l’amore nell’aria e mi sono detto che forse è questo che bisognava raccontare. In qualche modo quando superi la fisicità quello è l’amore puro, a dispetto di ogni cambiamento che possa mai intervenire. E’ da lì che è partito tutto. C’è sempre un po’ di timore oggi in particolare a parlare della malattia. Credo comunque non sia un film sulla malattia bensì sull’amore e sul tempo, che a me interessano molto, quasi una mania per me”. Ferzan Ozpetek (conferenza stampa 27 febbraio 2014 - Cinema Adriano)

 

Foto di Romolo Eucalitto 

 

Sotto un cielo romano dai colori quasi primaverili, in una caotica bolla di traffico nel pieno centro della città, c’è un luogo dove sembra che i rumori molesti e i riverberi di un sole prematuramente accecante sulle auto in sosta, oggi abbiano lasciato il posto a una “tre ore” all’insegna della bellezza e del nuovo che spalanca le sue porte, e a noi il respiro. Piazza Cavour e un cinema storico a far da cornice a questo evento tanto atteso quanto promosso sulle pagine dei rotocalchi come tra gli hashtag e i “mi piace” dei principali social network.

E’ il 27 febbraio 2014 … ancora un po’ di pazienza … si parte, ed è Allacciate le cinture.

Il nuovo lavoro di Ferzan Ozpetek, sembra quasi voler ammiccare a questo calore che una stagione intraprendente sta regalando al nostro sentire, ostinatamente ancorato a cappotti e sciarpe più d’abitudine che di esigenza. Le prime immagini accendono gli occhi, scrosci d’acqua che accolgono, prima che lo sguardo, il nostro udito, che rapiscono e fanno sognare un luogo, un quando e un come, ancora tutti da rivelare, mentre le gocce lavano violente, le gambe corrono a ripararsi sotto una qualsiasi pensilina, di una qualsiasi fermata d’autobus, in una qualsiasi cittadina del nostro amato sud.

Raccontarne la trama sarebbe riduttivo e superfluo ma mentre le immagini forzavano barriere emozionali e insicure certezze ancorate a quelle poltrone bordeaux, pensavo a questo uomo, questo maestro della pellicola e al suo lavoro, alle sue idee geniali, così adatte e mai scontate, alle sue passioni così mirabilmente dipinte fotogramma dopo fotogramma.

 

Foto di Romolo Eucalitto 

 

E’ una storia d’amore, o meglio è la storia dell’amore e del tempo che di questo amore si è fatto culla, parco giochi e poi lavoro, ma anche sogno e speranza, contro quel destino che a volte lo costringe ad essere patrigno più che fratello o amico.

Un cast d’eccezionale bellezza e di entusiasmante bravura, si muove su inquadrature affrescate dai colori più caldi ed evocativi del Salento. Lecce, regina di mare e profumi d’altri tempi, si concede come la miglior passerella sulla quale far sfilare uomini e donne fatti di cuore, e carne, e sangue caldo, vivo di vita che non si arrende mai.

Non so perché ma nei film di Ozpetek, e in questo in particolare, è come fosse cielo rosa al tramonto e calda brezza su immagini liquide, attratte e respinte dalla battigia dei nostri pensieri. Ed è così che ritrovi una madre apprensiva che un dolore troppo grande ha glassato come in una lucida patina di placida mestizia quanto di severa ironia, ritrovi una zia evanescente, eccentrica e inadatta anche alla morte, ritrovi amici e gruppi sciamanti di gioventù che sogna e freme, ma soprattutto ritrovi l’amore del quale chi più chi meno fa scudo contro ogni oltraggio del futuro.

Ma sullo sfondo della narrazione, giocata con estrema eleganza dal regista e dalla sua squadra di attori, ecco che appare un’ombra, un avvenimento imprevisto quanto prevedibilmente attuale ad offuscare quei colori così solari e grondanti di passione. E’ l’Innominato dei nostri tempi, è quel fatto da accettare mentre speri sia soltanto uno dei problemi da risolvere, è quella pelle in più che riveste nel presente un passato nel quale il futuro era uno scherzo e un gioco, soltanto un po’ più serio, null’altro. Anche il tema della malattia viene affrontato in Allacciate le Cinture come il filo da ricamo su una tovaglia di lino: è teso, è vero, allineato e perfetto, ma buca la trama, la stravolge, le cambia il fine trasponendo la certezza in dubbio, la stabilità in precario istinto di sopravvivenza.

Ferzan Ozpetek in questa sua opera sembra quasi aver voluto anche raccontare una storia alla quale siamo purtroppo abituati ma che inconsapevolmente rimuoviamo per stupircene ogni volta che accade, che ci è vicina, negli occhi di un parente, di un amico o di un amore costretto a nominare quel male fatto di infusioni, chiome violate e vigile incoscienza. La stanza di un ospedale diventa così il palcoscenico dove il tutto accade per un niente apparente, dove ci si riscopre fragili e si riesce a indovinare con orrore la propria data di scadenza, dove la morte è compagna di stanza sotto un foulard rosso che grida alla vita. Ebbene anche qui c’è amore, forse più che in ogni altro posto. C’è un uomo che ama come sa far lui, di una dolcezza arrabbiata, ed una lei che gli concede il cuore forse per salvare quell’ultimo stralcio di sé che ancora batte nel suo petto di donna. 

 

                                                                                                                                  

Foto di Romolo Eucalitto 

 

E come in una giostra antica, in questo film, i cavalli della gioventù sfilano in sequenza alle egocentriche tazze d’amore, mentre automobili d’epoca invecchiano per ringiovanire di un nuovo domani, come le storie di ognuno di noi fatte d’amore e luce, all’ombra di un tempo che scandisce le parole dei dialoghi più giusti e dei silenzi più taglienti di questa indiscussa opera d’arte, funambolica e perfettamente in bilico tra commedia e dramma.

Mentre le note sui titoli di coda riempivano la sala pensavo che racchiudere in 110 minuti il tempo di una vita con tale intensità, non ha nulla a che vedere con qualcosa che si possa definire un mestiere.

Credo fermamente che alcuni uomini nascano per una passione d’amore, vivano coltivando questo amore nel vaso dei loro sentimenti per farne dono alla sensibilità di chi saprà apprezzarne il profumo, e tutto questo è accaduto oggi (e dal 6 marzo in tutte le sale), immersi in una storia che farà storia, ospiti di un maestro d’arte e di vita … a mano a mano che il racconto diventava quello di ognuno di noi.

 

Sandro Capodiferro

 

Allacciate le cinture

Prodotto da Tilde Corsi e Gianni Romoli

Una produzione R&C Produzioni e Faros Film

con Rai Cinema

In associazione con Banca Popolare di Bari

Con il sostegno di Apulia Film Commission

 

Distribuito da 01 Distribution

 

Cast Artistico: Kasia Smutniak, Francesco Arca, Filippo Scicchitano, Carolina Crescentini, Francesco Scianna, Elena Sofia Ricci, Carla Signoris, Paola Minaccioni, Giulia Michelini, Luisa Ranieri, Maria Sole Piccinni, Alessandro Paticchio

 

Cast Tecnico:

Regia: Ferzan Ozpetek

Soggetto e sceneggiatura: Gianni Romoli e Ferzan Ozpetek

Direttore della fotografia: Gian Filippo Corticelli

Montaggio: Patrizio Marone

Scenografia: Marta Maffucci

Costumi: Alessandro Lai

Suono: Marco Grillo

Aiuto regista: Gianluca Mazzella

Organizzatore generale: Rocco Messere

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