Fortuna, il buco delle vite PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Martedì 13 Agosto 2013 00:03
 
FORTUNA, IL BUCO DELLE VITE di JOLANDA BUCCELLA 
 
 
Potrei iniziare il commento decantando le doti letterarie dell’autrice esordiente Jolanda Buccella o la sua felice ispirazione ma preferisco entrare subito nel vivo del suo romanzo: FORTUNA, IL BUCO DELLE VITE. 
Si, è un titolo insolito e che ho riguardato più volte, pensando di aver letto male. 
Era un titolo che non capivo. Già dai primi capitoli, invece, la storia mi ha preso e anche quel “buco delle vite” mi ha svelato il suo significato in una lettura scorrevole e appassionante. 
FORTUNA, IL BUCO DELLE VITE non è un libro da leggere a cuor leggero. È un libro che impegna il lettore per la vastità delle problematiche che tratta e i risvolti psicologici perfettamente definiti dei suoi personaggi. Una saga familiare che si trascina per circa tre generazioni con una serie di personalità niente affatto scontate e tutte da scoprire con storie più o meno complicate alle spalle. Ma colei che riesce ad attrarre l’interesse e a destare i vari sentimenti di compassione, commozione, rabbia, simpatia e dolore è senza ombra di dubbio la protagonista principale J. Rizzutelli o Piccoletta o Fortuna come si chiamerà nel corso delle sue vite. 
Non vi riporto la storia, lunga, complicata, incredibile, dove a tratti la realtà supera la fantasia, delle vicende della giovane perché sarà il lettore a doverla scoprire e dovrà farlo con animo scevro da preconcetti o opinioni create a priori. Dovrà gustare il romanzo nelle sue mille sfaccettature, toccarlo con mano, piangere e sorridere con i protagonisti ed entrare in prima persona nelle vicende narrate. 
FORTUNA, IL BUCO DELLE VITE è un’esistenza fermata magistralmente sulla carta ma non aspettatevi, in queste pagine, lo specchio di una vita serena e spensierata. Al contrario l’esistenza di cui si parla è di disperazione, amarezza, sofferenza, già dalla nascita per un handicap fisico di cui la protagonista porterà la costrizione psicologica per tutta la vita. Di dolore nell’adolescenza, in gioventù e anche nella maturità precocemente stroncata dall’esecuzione di una condanna alla pena capitale decretata dalla corte marziale in una guerra feroce, iniqua e insensata quale il genocidio dei Tutsi e degli Hutu in Ruanda. 
Jolanda Buccella ci porta, nelle lunghe pagine del suo volume, a conoscere i disadattati, il popolo degli invisibili, di coloro che non hanno voce e che vivono al limite della nostra società, i barboni, i dimenticati. Oppure ci presenta l’agonia quotidiana di chi è preda dei disturbi alimentari, dello sfinimento psicologico e della tela vischiosa tessuta dalla depressione. Ci mostra l’abbrutimento massimo in cui l’essere umano può arrivare fino al punto di perdere la propria dignità, la propria umanità e divenire pura bestialità. Non ci risparmia l’agghiacciante scena di uno stupro o quelle non meno violente della guerra ma ci mostra anche tanto amore, un amore immenso che va oltre la fisicità dell’atto carnale. Un amore che si sublima in sacrificio e donazione di sé e che ha le sembianze di Nadir un medico ruandese esule in Italia che cerca, a Roma, di avere una nuova opportunità di vita facendo ritratti come pittore di strada ai turisti che visitano Piazza Navona.
“Nadir e Fortuna necessitavano di poche cose per stare bene insieme. Si sentivano come due miracolati che, intrecciando le loro solitudini, avevano scoperto la fonte della vera felicità. Vivevano in perfetta simbiosi, perciò tutte le mattine facevano fatica a separarsi per andare ognuno al proprio lavoro”.  
I personaggi che, non di rado, si dividono la scena di co-protagonisti sono cesellati in maniera perfetta.
All’inizio mostrano in maniera significativa la mentalità ristretta e provinciale dell’Italia dei primi anni del novecento (anche se la vicenda si sviluppa, poi, per circa un secolo). Una mentalità bigotta, chiusa alle novità, devastata da pregiudizi sociali, da un distorto senso dell’onore e da un esasperato e travisato senso del pudore. Le due facce di questa medaglia si identificano con le nonne di J. ossia Umberta Prima Rizzutelli e Rosa Fenicelli. 
“Erano diverse come il giorno e la notte. Umberta era una donna sfacciata che detestava le formalità e le tradizioni, Rosa invece dopo aver trasgredito al nono comandamento della chiesa concedendosi a Vittorio in fin di vita, si era chiusa in una rigidità e un bigottismo quasi esasperato”.
Anche la contrapposizione tra Daniele e Anita, il papà e la mamma di J. è emblematica e chiarificatrice degli alti e bassi caratteriali con cui la protagonista del romanzo dovrà fare i conti: “Nella notte, la mente di Anita volava via. Nel buio della notte poteva spogliarsi della sua veste di perfezione e provare i sentimenti più terribili, quelli che una giovane madre non do-vrebbe mai provare per la sua creatura indifesa. Sperava ardentemente che l’agonia del mostro terminasse al più presto, lontano dai suoi occhi, nella sala di rianimazione del Policlinico di Napoli. Lei non voleva vederla nemmeno da morta quella sottospecie di bambina, ci avrebbe pensato Daniele a darle una degna sepoltura: soltanto la sua morte, avrebbe potuto darle la forza per ricominciare con Giovanna e suo marito senza creare fratture irreparabili. 
Ma Daniele non potendo conoscere i terribili pensieri di Anita, cercò in tutti i modi di aiutarla ad accettare la bambina con il buco sulla schiena. Ogni sabato mattina l’uomo si alzava all’alba, prendeva l’automobile e andava a Napoli per vederla e quando tornava a Oliveto Citra, raccontava a sua moglie soltanto le cose più positive di lei”.
Non meno intriganti e problematiche, sono le figure complementari che si alternano nelle pagine del romanzo e i retroscena, grotteschi, spietati o non giustificabili che le accompagnano. Ed anche il loro spessore letterario insieme all’approfondimento psicologico è di ottimo livello.
Come vedete ce n’è per tutti i gusti e per tutti i palati.
Il finale crudo, impietoso, privo di ipocrisia e ricco di significato, anche se duro da accettare, non poteva essere diverso con la sferzante umanità di Ibuka che splende oltre la disumanità della situazione e che sembra poter mutare l’ineluttabilità del destino.
FORTUNA, IL BUCO DELLE VITE è un libro vivo, che pulsa di emozioni positive e negative, un libro che non nasconde la realtà ma la mostra nuda per aiutare a comprenderla, che analizza l’uomo e le sue pulsioni e cerca, comunque, di far prevalere sempre quella piccola dose di positività e il filo di speranza senza le quali la vita non avrebbe senso ma sarebbe un lungo rincorrere la morte.
Consiglio di leggerlo per trovare nei suoi capitoli quella scuola di vita che spesso ci aiuta a ritornare, come lo è stato per J., noi stessi e a ritrovare “…persone che ti abbracciano senza toccarti e ti stringono fino a lasciarti senza fiato anche quando sono lontane, perché sono ovunque: nel tuo cuore, nella tua mente, sotto la tua pelle e scorrono incessantemente nelle tue vene appartenendoti per sempre e nonostante tutto.”

  
Cinzia Baldini



  
 
 
 
Autrice: Jolanda Buccella
ISBN: 978-88-6660-044-2 
Pagg. 592 - Euro 22,00
Editore: Ciesse Edizioni
Collana: Green
Genere: Narrativa contemporanea
Anno 2012
 
 
Disponibile su Libreria Universitaria.it
 

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