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Intervista a Ivano Mingotti PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Mazzanti   
Giovedì 01 Agosto 2013 00:06
 
INTERVISTA a IVANO MINGOTTI 
 
 
Sotto un sole nero. E' il titolo del quarto libro di Ivano Mingotti, uscito nel 2011 per i tipi di DEd'A, giovane e agguerrita casa editrice romana.
Un romanzo che cattura subito con la sua copertina - colori duri, un rosso cupo che abbraccia il nero di sagome militari in marcia, che rimandano ai regimi totalitari e agli autoritarismi del XX secolo - e poi con il suo contenuto: ci troviamo in un futuro inquietante, oppure un passato neanche poi così lontano, un'epoca non meglio precisata che ha il sapore di una distopia che ricorda le atmosfere di 1984 di Orwell.
Ductor. Il Ductor. E' il nome di colui che domina il mondo, un'entità che potremmo definire un demiurgo al contrario: un neutralizzatore di pensieri, un devastatore di ordini e parole. Ridurre tutto e tutti al silenzio.
Ciò che comunque distingue quest'opera dal capolavoro dello scrittore inglese è lo stile: una scrittura fredda, estremamente geometrica, quella del giovanissimo Ivano Mingotti, classe 1988, che orchestra i destini dei nove personaggi in un crescendo di descrizioni e dialoghi indiretti che si mescolano come in un affascinante flusso di coscienza.
Viviamo con angoscia profonda la sorte di una famiglia distrutta: una madre alla quale l'esercito porta via i figli, perché anch'essi vengano istruiti e trasformati in soldati, uomini di guerra.
C'è un ragazzo omosessuale costretto a nascondere i propri sentimenti, per non rischiare di essere ucciso. 
Un bambina che si trova improvvisamente orfana, la casa distrutta. 
Sono solo alcuni dei personaggi che Ivano Mingotti disegna con la sua penna dal tratto asciutto, spigoloso e affilato. 
Comincerei dunque con una domanda: a quale di questi protagonisti ti sei sentito particolarmente vicino durante la fase di stesura del romanzo?

Direi che sono stato il filtro tra gli occhi e i pensieri di ognuno di questi personaggi. Non posso dire a quale sono stato più vicino, perché la mia concezione di personaggio implica che io sia nel contempo distante, assente, e presente e adiacente, incollato sulla loro superficie. Quel che vivono loro lo vivo io, in qualche modo indiretto e, a volte, doloroso. Forse come profondità e intensità di percezione posso dire di essere stato più vicino alla Madre e, a sorpresa, all’Alieno e al Burocrate. 

 
 
 

Qual è il rapporto con la tua scrittura e con i tuoi personaggi?
 
Un rapporto ossessivo, dipendente. Dico sempre che la scrittura è una maledizione, qualcosa che ti obbliga a stare sul foglio, a non mollare, non andare a letto finché non hai scritto, finché la storia che ti pulsa dentro e che ti chiede prepotentemente di uscire non è completamente soddisfatta nell’essere uscita. A volte non esce tutta, e ci sono strascichi di pensiero, di non aver scritto che restano nella mente, che ti accompagnano anche nelle ore più disparate della giornata, e ti tormentano finché non le butti giù. Per quanto riguarda invece i personaggi, direi che ho una concezione particolare di ciò che li riguarda. Penso che in fondo le persone siano fatte di ciò che subiscono, quindi li ‘scopro’ guardandoli in una situazione, e poi li lascio plasmare e mostrarsi, a me come a loro, e come al lettore, attraverso ciò che gli succede. Io perdo il controllo di loro, come loro perdono il controllo della situazione. 


Parliamo della nascita di questo romanzo.
 
Il romanzo è nato a tavola, in uno di quegli impulsi creativi sfociati dal nulla, da una frase totalmente estemporanea e insignificante divenuta significativa chissà per quali collegamenti logici. Mia sorella parla di un Sole Nero, di un’eclissi, e io mi immagino una distopia nazifascista che ha oscurato il sole. Tutto qui. Assolutamente l’irrazionale al potere. 


Cosa pensa Ivano Mingotti riguardo al ruolo della letteratura in un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo, e quale ritiene che sia oggi il compito dello scrittore?
 
Credo debba essere un ruolo assolutamente formativo. Formativo in un senso duplice: insegnare che esistono visioni diverse dello stesso mondo – il nostro, e come visioni intendo i pensieri e le opinioni dello scrittore, che appaiono attraverso ciò che scrive – e diversi mondi in cui ciò che accade nel nostro si riflette, prende importanza e forma, come metafora o come veicolo di significato. Credo debba essere l’insegnare l’accettazione per l’altro, dev’essere questo il ruolo dello scrittore. Ed è assolutamente vitale in un mondo in cui, crollate molte sicurezze per colpa della crisi economica, si tende ad affrontare l’altro come un nemico, colui che toglie spazio, respiro e possibilità alla nostra vita.

 
A due anni all'uscita di Sotto un sole nero, guardando anche a quelli che sono i tuoi precedenti libri pubblicati, come percepisci a oggi la tua scrittura?
 
Decisamente cambiata, diversa, evoluta. Sotto un sole nero è stato il quarto romanzo pubblicato, e l’ottavo scritto in totale. Basta dire che da allora ho scritto altri dieci romanzi, undici con quello che sto scrivendo, di cui nessuno ancora è stato pubblicato. Credo che i dieci non ancora pubblicati racchiudano uno stile migliore, più sinestesico, fluido e pieno, e un livello di significato molto, molto più ampio e pregnante. Tra Sotto un sole nero e, ad esempio, Io ho un corpo, che sto scrivendo ora, o Il mio nome è S.B., appena terminato, c’è un salto notevole, addirittura non pare nemmeno lo stesso autore. 


Progetti in campo?
 
Diversi. Attendo ormai da mesi la pubblicazione di Nebbia, sempre con Ded’a, spostata da giugno a - credo - ottobre, e magari la pubblicazione di Socmel! e Il vangelo del Nazareno, a cui tengo particolarmente. Incrociamo le dita. 


Marco Mazzanti
 
 
 
 
 
 
 
 
Disponibile su Libreria Universitaria.it
 

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