La visionaria PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Mercoledì 17 Luglio 2013 00:21

LA VISIONARIA di ROSA VENTRELLA
 
 
 
Il Seicento è l’età della Spagna, superpotenza coloniale, del Barocco, della guerra dei Trent’anni, di Cervantes e del suo Chisciotte; è il secolo della pace di Vestfalia e del consolidamento degli Stati Nazionali. 
Il Seicento è anche l’ambientazione di un romanzo storico d’eccezione, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, il cui capitolo IX narra di Gertrude, la monaca di Monza.
La storia di Benedetta Carlini sembra seguirne il copione, perché si ritrova, bambina, sequestrata nel chiostro. La sua nascita ha del miracoloso, date le complicanze di un parto che rischiavano di far perire tanto la nascitura quanto la puerpera. Si dice spesso che la speranza sia l’ultima a morire, ma qui si superava il segno, non essendoci nulla a cui la scienza medica del tempo potesse rimediare.
Benedetta esce sana e salva dal ventre materno e sua madre, altrettanto inaspettatamente, le sopravvive.
L’intera esistenza della bimba prima, ragazza poi, è dedicata alla vita conventuale, introdotta in un luogo attraente all’inizio, curioso per “quella parvenza di perfezione che i visitatori esterni potevano cogliere subito, di primo acchito”.
Ma Benedetta non è una visitatrice estemporanea, non sfiora in superficie le mura dell’abbazia. Vi è murata dentro, per sempre, anche se non al riparo da spiriti indiscreti, da velate invidie e diffidenze. Si entra subito nel vivo di questioni cruciali, insidiose e coinvolgenti. La prima riguarda la natura stessa del monastero, luogo di Dio in cui non si è per nulla al riparo dal maligno. Bene e Male piuttosto si esprimono alla massima potenza, tra la santità e la blasfemia più spinta. 
D’accordo, Benedetta è una miracolata, ma il prodigio che la riguarda è opera del Bene (di Dio) o del Male (di Satana)? A chi appartiene, a chi andrà in sposa una volta pronunciati i voti?
È probabile che un simile dubbio, instillato nel cuore di Benedetta, possa essere concausa dei suoi succubi, come li chiama lei, incubi notturni tormentosi, destinati a scomparire nel momento in cui acquista maggior consapevolezza di sé.
Sulle prime la ragazza assomiglia a una foglia che si lascia trascinare dal vento che tira, fino ad accettare – qualunque sia –la propria condizione. I moti di ribellione appaiono misurati e consoni all’indole di futura madre (superiora).
Benedetta potrebbe essere un’intrusa, un’estranea, ma intruse ed estranee a ben guardare sono coloro che accedono alla vita monastica per accontentare le famiglie, per aprire loro le porte a relazioni altolocate.
Non mancano, tuttavia, personaggi a lei affini, tra i quali emerge l’anziana dalla voce gracchiante e in apparenza un po’ tocca – suor Linda – però lucida nei suoi avvertimenti sibillini.
Linda e Benedetta sono più vicine alla divinità di quanto si creda, perché ne sfiorano l’insondabilità multiforme, dove bene e male, se non coincidono, si affrontano in una guerra dalla quale scaturiscono il tempo e la storia degli uomini. 
Lo stato di Benedetta è particolare: simile a un pesce, si sporge oltre il pelo dell’acqua, osserva ciò che si staglia fuori, oltre un confine invalicabile. Difficilmente si perdona una cosa del genere. Se non è pazza è una strega, o una santa, un’anima pura in pena. Ciò ne fa persona di cui diffidare.
Anche questo dà origine alle visioni, piuttosto che una malattia del corpo o un’affezione dello spirito:

E questo un medico avrebbe detto di Benedetta: che fosse, senza alcun dubbio, malata. Ma non di una malattia qualsiasi, perché quella strana rigidità negli arti, quel livore spaventoso, quei portali infiammati di rosso che esibiva al posto degli occhi, erano visibili solo immediatamente dopo che "gli strani esseri" avevano abbandonato la sua mente. Solo per pochi minuti dopo il risveglio. Perché, poco dopo, lei tornava radiosa come un tenero virgulto di primavera. Il ritratto perfetto della salute. 

Lentamente si fanno strada aspettative, attese circa il modo di sfruttare a vantaggio del convento le sue visioni. Poco importa quale sia la loro natura.
Sappiamo in che modo andrà a finire: Benedetta diventerà suo malgrado calamita per la Santa Inquisizione. Per quale motivo, in fondo? Per essere salita un gradino oltre il livello consueto dell’umano, sfiorando dimensioni non consentite e tali da suscitare sospetto? Ecco il dubbio saccente del santo Inquisitore, chiamato a discernere con la precisione di un bisturi il bene e il male dietro ogni pensiero, ogni accenno del capo, sogno o visione, pronto a misurare la dimensione celeste con un metro inappropriato, perché terreno. La natura delle visioni di Benedetta sono ben lungi dallo stendere un velo sui sospetti, sui dubbi sulla sua santità e, soprattutto, sanità di corpo e di anima.

Nel frattempo, appena presi i voti, proprio quando non si può tornare indietro, un giovanotto, tale Vincenzo Baldini, si avvicina a Benedetta, tentandola e incantandola. I moti di ribellione si moltiplicano, una nuova determinazione si è fatta strada. (Ma non poteva avvicinarsi prima?) 
Benedetta pensa a una prova, a un esame, e che non può farci più niente. Sembra maturare di colpo, tutto in una volta, quasi fosse una figlia divenuta madre. Se la Gertrude manzoniana è caduta, Benedetta rimane ben salda, seppure con le debolezze e le fragilità di qualsiasi essere umano. 
La personalità di Benedetta si mostra sempre più complessa e articolata, decisa e conscia delle pieghe che ha preso il destino, non soggiace ai facili rimpianti che, a ben vedere, angustiano la vita di tutti i giorni, dentro e fuori dal chiostro. Gli incubi (i succubi) sono cessati, forse perché li ha accettati come parte di sé, della propria persona. Credo sia proprio questo che la distingue dalla monaca di Monza.
Il bene e il male rappresentano due vie in apparenza individuabili, una rivolta in un senso, la seconda in un altro. Il bene e il male offrono il pretesto a rigide catalogazioni, forti del principio medievale “eligere bonum, vitare malum”, il tutto sotto forma di una dottrina in compendio. Non diversamente avviene nella loro personalizzazione (Dio e Satana). Si evita di pensare che la strada possa essere una, magari dritta, intorno alla quale il bene e il male sono intrecciati e inestricabili. I comuni mortali ne sono avvolti, soffocati, oppressi. E così la Gertrude manzoniana, presente nel romanzo sotto le spoglie della sfortunata Eufemia.
Se Benedetta ha vinto su se stessa, dovrà vedersela con il Santo Inquisitore, contro il quale non c’è difesa che tenga, per la natura stessa del suo sistema investigativo. Se non trova ciò che cerca, lo inventa, cogliendo corrispondenze e prove dove nessun altro sarebbe in grado di scorgere, e quasi le crea dal nulla, neanche scaturissero direttamente dalle sue mani. Malato di zelo e di feroce determinazione, non è sua abitudine tornarsene a mani vuote, senza un colpevole. Al suo cospetto è impossibile mantenere l’animo lieto degli innocenti. Le debolezze umane, nella sua visione manichea, pesano come macigni, perché non si perdona niente. Neppure il peccato originale. 
 
 
Davide Dotto 
 
 
 
 
 
 


Autore: Rosa Ventrella
ISBN Libro: 978-88-6660-069-5
ISBN eBook: 978-88-6660-070-1
Pagg. 304 - Euro 18,00 
Editore: CIESSE Edizioni
Collana: Green
Genere: Romanzo storico
Anno 2012
 
 
 
Disponibile su Libreria Universitaria.it
 
 
 
 
 


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