L'eredità del grande Eretico PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Domenica 23 Giugno 2013 00:40

 

L'EREDITA DEL GRANDE ERETICO di RENZO PACCAGNELLA

 

Non è un caso che il romanzo sia ambientato nel secolo di Dante, a ridosso della morte avvenuta a Ravenna nel settembre del 1321, stesso periodo in cui è collocato il Nome della Rosa di Umberto Eco. È epoca densa di avvenimenti e di trasformazioni economico-sociali, un vero e proprio pre-rinascimento: si sviluppano i commerci, la circolazione monetaria, le banche. Emergono le passioni politiche che vedono contrapporsi i partiti del papato (guelfi) e dell’impero (ghibellini) nel governo delle città.

Direi che L’eredità del grande eretico costruisce alla perfezione un mondo in cui si amalgamano invenzione e accurate ricerche storiche.

Il protagonista del romanzo, Pietro d’Abano junior, come Ruggero Bacone e altri, è precursore plausibile ancorché immaginario di Galileo. Egli è stretto tra i giochi di potere di famiglie che guerreggiano per il governo della città di Padova e le grinfie della Santa Inquisizione. La stessa che tormentò il suo insigne padre. Dovrà, infatti, affrontare l’accusa di divulgare dottrine eretiche, che in realtà sono ipotesi generate da un abbozzato metodo scientifico.

È un processo strano, irrituale, destinato a non lasciare traccia in atti ufficiali perché, chi leggerà vedrà, le rispettive autorità non desideravano invischiarsene più del necessario.

Il giovane Pietro è meno fortunato di suo padre. Almeno quest’ultimo contò di sfuggire al braccio secolare dedicando una delle sue ultime opere, come si ricorda nel romanzo, a papa Giovanni XXII:

“…così come aveva fatto con Benedetto XI al tempo del primo processo parigino, lo considerava un modo concreto per attirare l'attenzione del nuovo Papa sulle sue vicende processuali.”

Qual è stata l’imprevidenza del ragazzo che non ha consentito di scampare alle maglie della giustizia?

Da una parte la ragione stessa di un contrappasso dantesco: non avendo avuto ragione sul padre, si aveva l’occasione più unica che rara di rivalersi sul corpo del figlio.

Dall’altra c’è poco da inventare, il capo di imputazione è scontato, dato dal fatto di essere erede di suo padre, di portare con sé pergamene zeppe di numeri cabalistici e di rituali demoniaci, di averle volute studiare e assimilare. Pronto a divulgarle e a negare che suo padre esercitasse la stregoneria o chissà quali arti proibite, è prossimo a realizzare uno strumento ottico in grado di sondare la superficie della luna e il moto dei pianeti. Prima della rivoluzione copernicana, prima di Galileo.

Senza temere di dire sciocchezze madornali, l’idea fondamentale che si fa strada dopo la lettura della prima parte è un po’ questa: la consapevolezza del ruolo determinante di una certa forma mentis nel tarpare le ali e nel mortificare l’ingegno umano. Non solo Pietro d’Abano ma mille altri (conosciuti e sconosciuti) sono stati minacciati dall’Oscurantismo culturale. Ha rischiato Marsilio di Padova, le cui idee facevano scoppiare una vera e propria bomba:

«…Dopo la pubblicazione del Defensor Pacis, venne dichiarato eretico e fu costretto a fuggire da Parigi con Jean de Jandun per rifugiarsi alla corte dell'imperatore Ludovico IV, che aveva dato ospitalità ai maggiori esponenti dell'ala spirituale dei francescani. In effetti, alcune sue teorie risultano alquanto rivoluzionarie. Marsilio nega la legittimità del potere temporale della Chiesa in quanto privo di una qualsiasi derivazione divina. Insomma, secondo Marsilio, il Papa non può arrogarsi il diritto di incoronare o di deporre l'imperatore a suo piacimento.»

La seconda parte del romanzo, leggermente più debole della precedente, è ambientata nei nostri giorni. Racconta di due studiosi che, di tassello in tassello, impegnati in una vera e propria indagine poliziesca, fanno emergere dal nulla la storia che abbiamo appena letto. Le vicende del giovane Pietro d’Abano sono ricostruite attraverso quella che è chiamata retroduzione, ovvero tecnica del ragionamento all’indietro, analitico, tipico dell’abduzione. Essa ci permette di risalire alle condizioni dalle quali si è prodotto un certo fenomeno (stesso metodo seguito da Sherlock Holmes, per intenderci). In altre parole gli studiosi tracciano ipotesi che dovranno trovare conferma sul campo grazie a indizi che spunteranno nel corso di una ricerca non priva di frutti. La cosa si rivela piuttosto affascinante perché – come ricorda una celebre battuta cinematografica – la X non segna mai il punto in cui scavare. Per fortuna il lettore non ha modo di interferire, perché sarebbe vinto dalla tentazione di prestare suggerimenti non richiesti.

Non ci sono memoriali o documenti che per filo e per segno accompagnano gli eruditi nel loro viaggio: emerge un oggetto che non dovrebbe esistere, cioè uno strumento ottico antesignano del cannocchiale di Galilei. Da lì a poco, fuori dalle mura di un monastero (l’abbazia del delitto, alla fine, non per niente titolo di lavoro del Nome della Rosa) sarà dissotterrato un cranio ottimamente conservato.

Insomma, gli studiosi ci raccontano una storia che già conosciamo, vinti dalla curiosità di capire come siano arrivati alla prova incontrovertibile del delitto consumato poco meno di settecento anni prima.

Unica criticità è un po’ di pesantezza derivante dall’insieme nutrito di date e dati storici, dei quali sono farciti i dialoghi, i quali a tratti rischiano di porre in secondo piano la vicenda narrata. Si sarebbe potuto valutare una distribuzione diversa, per esempio alleggerire il tutto riversando alcune notazioni nella seconda parte, dove, per il loro carattere enciclopedico ed erudito non sarebbero state fuori luogo. Non parlerei tuttavia di infodump. Primo perché in un romanzo storico avrebbe poco senso; secondo perché non ci si trova mai di fronte a inani verbosità o a postille superflue.

Piuttosto, assimilati gli eventi che ci sono stati narrati, ci domandiamo cosa abbia impedito la fine del Medioevo almeno cent’anni prima dalla scoperta dell’America (1492) o dalla caduta dell’Impero Romano d’Oriente (1453). Le premesse vi erano tutte: il XIV secolo è sì secolo di Dante, ma pure quello in cui si avvertono tracce indiscutibili del metodo scientifico che si fa risalire molto più tardi: oltre a Pietro d’Abano nel romanzo si ricordano Guglielmo di Occam, Marsilio di Padova, Ruggero Bacone, vero e proprio precursore di Galileo. E gli altri?

 Di Pietro d’Abano junior siamo venuti a conoscenza perché l’autore se l’è inventato, immaginato, anche se non del tutto di sana pianta. Quanti ve ne saranno stati, di cui non sappiamo e non sapremo mai niente? E quanti Pietro d’Abano si trovano oggi, magari portatori di chissà quali idee luminose, vessati e perseguitati dal medesimo oscurantismo, quello che sotterra l’ingegno degli uomini e delle donne di buona volontà?

In cuor nostro si spera sempre che, alla fine, ciò che viene sconfessato e messo da parte, possa un giorno venire riesumato, con onta imperitura di chi non ha capito o voluto riconoscere quel che andava accolto e riconosciuto. 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

Autore: Renzo Paccagnella

ISBN libro 978-88-6660-084-8

ISBN e-book: 978-88-6660-085-5

Pagg. 400 - Euro 18,00

Editore: CIESSE Edizioni

Collana GREEN

Genere: Romanzo storico

Anno 2013

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria

http://www.libreriauniversitaria.it/eredita-grande-eretico-paccagnella-renzo/libro/9788866600848?a=415021

 

 

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