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Il reverendo, l'ammonite e i delitti PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Antonietta Pinna   
Giovedì 20 Dicembre 2012 00:11

 

IL REVERENDO, L'AMMONITE E I DELITTI di MARIO LOZZI

 

La religione, la morale, il comportamento individuale dovrebbero essere frutto di una scelta meditata "che si sente dentro ". Ma il verbo "sentire" si carica di relatività. In un universo di regole convenzionali imposte dal destino, dal luogo di nascita, dal caso, dalla politica e dal termine generico ed oscuro di società, perde completamente il significato di relazione con la parola libertà. Al "sentire" sfugge tristemente l’affinità con la sua stessa essenza di libero arbitrio, con la dimensione soggettiva dell’essere. L’accettazione all’interno di una comunità prevede sempre l’adesione, fedele e senza strappi, alle regole omologanti di quella stessa comunità, pena l’esclusione.

La coscienza individuale dunque viene sacrificata in nome dell’integrazione e "il così si fa perché è così e basta", senza riflessione ulteriore né approfondimento, diventa il punto centrale di ogni regola del super-io. Tale assurdo ed irrazionale surplus di non-sense, diventa il criterio principe a cui aderire per far parte del gruppo, in nome di una sedicente quanto artificiosa integrazione che rende l’uomo schiavo e poco incline a muovere il pensiero nella prospettiva del giudizio, della valutazione e dell’istinto soggettivo.

Questo fenomeno accade in ogni civiltà, di ogni luogo e tempo, anche alla piccola comunità descritta da Mario Lozzi in un suo pregevole romanzo simbolico.

Un vecchio prete alle prese con il proprio mondo interiore, un fossile di ammonite, una serie inesplicabile di delitti, il mistero di un’interiorità svelata con tecnica regressiva, questi gli ingredienti dell’opera. Una costruzione narrativa perfetta che attrae e si legge fino all’ultima pagina. Non si tratta assolutamente di uno di quei libri che si leggono soltanto per sapere il finale ma per il piacere stesso della lettura. Gli omicidi sono soltanto il pretesto per avviare un meccanismo di introspezione individuale che poi va oltre l’io, cogliendo sfumature universali.

Il reverendo, l’ammonite e i delitti è un gioiello nel panorama letterario contemporaneo, un’opera d’arte che attiva meccanismi riflessivi. I personaggi, fuoriusciti da una stratificazione di ere presenti nella mente del protagonista, acquistano vivezza materiale e una polisemia che va ben oltre lo stabilito. La prosa è limpida, efficace, la trama avvincente ed originale.

Sospeso tra realtà presente e vite passate, il romanzo si muove su un terreno surreale di forme, colori e presenze. La visionarietà scava la carne nel tentativo di sondare l’ego, il che si traduce in un procedimento letterario che buca la superficie per tuffarsi in un universo di sensi viscerali messi a nudo con maestria.

La vicenda si volge in un piccolo paese: «Una pianura piena di frasche e boschi radi o anche fitti. Un fiume-torrente che d’inverno diventava prepotente e d’estate sembrava un filo, come la pipì di un bambino piccolo. Fuori dalla chiesetta dalle mura rovinate, sulla piccola piazza, la solita gente: il fornaio che finiva di distribuire le pagnotte già cotte alle donne che avevano fatto il pane all’alba, la moglie del fornaio con la spina dorsale deformata dal continuo ammucchiare frasche nel forno e nel magazzino». Il paese, falsamente bigotto, condizionato dalle chiacchiere feroci della gente, offre uno spaccato di realistica vita provinciale. La fissità monolitica della mentalità paesana è rappresentata da quattro vecchie artritiche che vanno a messa senza pensare, per tradizione: «Sono lì perché le loro madri, le nonne, le bisnonne e tutta la catena femminile della loro genesi è stata sempre lì. Ci stanno quando il calore dell’estate trova un sollievo nella frescura della chiesa, ma anche quando il freddo acuto gela le mani e i piedi. Allora si avvolgono nei loro scialli neri. Alcune, più modernizzate si stringono attorno al corpo i cappotti. Quasi nessuna batte i denti per il freddo, perché molti di essi sono caduti. In compenso hanno la lingua, Quella è sempre molto attiva. Quando ero giovane mi aspettavo che siccome stavano in chiesa tutte le mattine, la loro lingua fosse capace di dire ogni cosa buona e costituisse un sollievo per chi l’avesse ascoltata. Macché! Tutte le vecchie che ho incontrato durante la sacra cerimonia mattutina possedevano lingue malefiche, capaci di bruciare come la carbonella accesa». La morale della piccola collettività stride fortemente con l’evoluzione interiore del personaggio, con il suo tentativo di squarciare la coperta di non senso che è abituato a portare sugli occhi, per convenzione, e che «fa sembrare grigiastri anche i raggi del sole». Inizia così un lungo viaggio attraverso il tempo, un viaggio da cui si acquista una nuova consapevolezza. Il fossile di ammonite, duro e scabro, simbolo della sopravvivenza contro l’assurda finitudine del corpo, è il principio della navigazione in un mare verde e un po’ giallo, forse sogno o visione. Un ritorno al grembo materno, per poi spaziare tra le ere e conoscere i propri antenati, ciascuno portatore di una verità dell’io, ciascuno con una storia da raccontare, con una voce che svela misteri sepolti, alla ricerca di un senso, di una profondità che supera le strade mal acciottolate del paese. Una movimentazione del pensiero contro il caos del fatto, contro il perenne stato di decrepitezza sociale in cui si dibatte il mondo.

Vi sforzerete invano di trovare in questo libro sesso a buon mercato servito sul piatto del business.

Vi scorgerete una dimensione simbolica che si va perdendo e da cui si sprigiona illuminazione sulla tristezza, mediocrità e debolezza della condizione umana.

 

Maria Antonietta Pinna

 

 

 

Autore: Mario Lozzi

ISBN: 9788866280972

Pagg. 158 - Euro 15,00

Editore: Caosfera

Genere: Romanzo

Anno 2012

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