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I Nefilim: il popolo dei razzi fiammeggianti
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Scritto da Cinzia Baldini   
Domenica 29 Marzo 2009 00:00
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I Nefilim: il popolo dei razzi fiammeggianti
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La terminologia sumerica per indicare gli oggetti connessi al volo celeste non si limitava al me indossato dagli dèi o al mu rappresentato dai loro "carri" conici. I testi sumerici che descrivono la città di Sippar ci dicono che essa aveva una parte centrale nascosta e protetta da mura possenti, al cui interno si trovava il tempio di Utu, "una casa simile a una casa nei cieli". In un cortile interno del tempio, anch’esso protetto da alte mura, stava «eretto verso l’alto, il possente APIN» ("un oggetto che si apre da sé la via", secondo i traduttori). Un disegno trovato presso la collina del tempio del dio Anu a Uruk rappresenta tale oggetto:

Qualche decennio fa avremmo avuto non poche difficoltà a capire di cosa si trattava, ma oggi sappiamo che esso è un razzo spaziale a diversi comparti, in cima al quale sta il conico mu, o cabina di comando.

Le prove che gli dèi di Sumer possedessero non soltanto "camere volanti" per aggirarsi nei cieli più vicini alla Terra, ma anche vere e proprie navicelle a razzo a diversi comparti emerge anche dall’esame dei testi che descrivono gli oggetti sacri del tempio di Utu a Sippar. Vi si dice infatti che alla corte suprema di Sumer i testimoni dovevano prestare giuramento in un cortile interno, vicino a una porta attraverso la quale potevano vedere tre "oggetti divini": la "sfera d’oro" (forse la cabina dell’equipaggio?), il GIR e l’alikmahrati, un termine che letteralmente significa "avanzatore che fa muovere il veicolo", cioè quello che noi oggi chiameremmo motore.

É più che probabile che ci troviamo di fronte a un riferimento alle tre parti di una navicella a razzo, con la cabina a modulo di comando a una estremità, i motori all’altra estremità e il gir al centro. Quest’ultimo era un termine molto utilizzato con riferimento a voli spaziali. Le guardie che Gilgamesh incontrò presso "il luogo di atterraggio" di Shamash erano chiamati uomini-gir; nel tempio di Ninurta, l’area interna sacra, la più sorvegliata, si chiamava GIR.SU ("dove compare il gir"). É ormai universalmente riconosciuto che gir era un termine utilizzato per descrivere un oggetto appuntito. Uno sguardo attento alla rappresentazione pittorica del termine ci consente di capire meglio la sua natura "divina": ciò che vediamo, infatti, è un oggetto allungato, a forma di freccia, suddiviso in diverse parti scompartimenti:

 

 

Il fatto che il mu potesse rimanere sospeso da solo nei cieli più vicini alla Terra, o volare sopra la terraferma quando era attaccato a un gir, o ancora diventare il modulo di comando di un apin a comparti plurimi testimonia l’alto livello di ingegneria che gli dèi di Sumer, gli Dèi del Cielo e della Terra, avevano raggiunto.

A questo punto, se riguardiamo l’insieme dei pittogrammi e degli ideogrammi sumerici, non possiamo più avere dubbi sul fatto che chiunque abbia tracciato quei segni conosceva bene forme e funzioni dei razzi e delle relative scie di fuoco, dei veicoli simili a missili e delle "cabine" celesti.

               

KA.GIR ("bocca del razzo")

indicava un gir o razzo pinnato, contenuto in una struttura sotterranea simile a un pozzo.

      

ESH ("dimora divina")

era la camera o modulo di comando di un veicolo spaziale

  

ZIK ("ascendente")

Era forse un modulo ascendente in fase di decollo?

Diamo un’occhiata, infine, al segno pittografico che indicava gli "dèi" in lingua sumerica. La parola era composta da due sillabe: DIN.GIR. Abbiamo già visto che cosa significava il simbolo di GIR: un razzo pinnato a due comparti. DIN, la prima sillaba, significava "virtuoso", "puro", "luminoso". Unite, dunque, le due sillabe DIN.GIR indicavano il concetto di "virtuosi degli oggetti luminosi, appuntiti", o, più esplicitamente, "i puri dei razzi fiammeggianti".

Questo era il segno pittografico per din

Viene subito in mente un motore a reazione che sprigiona fiamme dalla parte posteriore, mentre quella anteriore è stranamente aperta. Proviamo ora a "scrivere" dingir combinando i due segni pittografici: scopriremo che la coda del gir pinnato si inserisce perfettamente nell’apertura frontale del din!

Ed ecco dunque lo sbalorditivo risultato: ci troviamo davanti a una vera navetta spaziale con razzo propulsore, munita di un modulo di atterraggio perfettamente agganciato: un meccanismo, dunque, non dissimile da quello dell’Apollo 11! Si tratta di un veicolo a tre comparti collegati fra loro: il comparto propulsore contiene i motori, quello centrale i viveri e gli equipaggiamenti, mentre la conica "camera del cielo" ospita gli individui chiamati dingir, gli dèi dell’antichità, gli astronauti di tanti millenni fa.

A questo punto, possiamo avere ancora dei dubbi sul fatto che quando i popoli antichi parlavano dei loro Dèi del Cielo e della Terra intendevano riferirsi letteralmente a individui in carne e ossa, che erano scesi sulla Terra dal cielo?

Persino gli antichi compilatori dell’Antico Testamento, che dedicarono la Bibbia a un unico Dio, ritennero necessario ammettere la presenza sulla Terra, in tempi antichissimi, di tali entità divine.

La parte più problematica, quella che ha fatto inorridire traduttori e teologi, è l’inizio del sesto capitolo della Genesi. Il brano si colloca tra il resoconto del diffondersi dell’umanità attraverso le generazioni successive ad Adamo e la storia del risentimento divino nei confronti del genere umano immediatamente prima del Diluvio universale. Vi si afferma, inequivocabilmente, che a quel tempo

 

I figli degli dèi

Videro le figlie dell’uomo e le trovarono belle;

E presero per mogli

Quelle che piacquero loro più di tutte.

 

Le implicazioni di questi versi e il parallelismo con i racconti sumerici sugli dèi, i loro figli e nipoti e sulla prole semidivina derivante dalla coabitazione tra dèi e mortali si fa ancora più evidente quando continuiamo nella lettura dei versi biblici:

 

I Nefilim erano sulla Terra,

in quei giorni e anche dopo,

quando i figli degli dèi

vivevano insieme alle figlie di Adamo,

e concepivano figli con esse.

Essi erano i potenti di Eternità –

Il popolo dello shem.

 

Quella che abbiamo proposto non è la traduzione tradizionale del passo biblico. Per molto tempo, infatti, l’espressione « I Nefilim erano sulla Terra» è stato tradotta con «Vi erano dei giganti sulla Terra»; traduttori più recenti, poi, riconoscendo l’errore, hanno pensato di risolvere ogni problema lasciando nella traduzione l’originario termine ebraico Nefilim. Quanto poi al verso «Il popolo dello shem», non c’è da stupirsi che sia stato sempre tradotto con «il popolo che ha un nome», cioè «il popolo famoso»; come abbiamo appena dimostrato, invece, il termine shem va preso nel suo significato originario – un razzo, una navicella a razzo.

Che cosa significa, allora, il termine Nefilim? Derivato dalla radice semitica NFL ("essere gettato giù"), significa esattamente ciò che dice: coloro che sono stati gettati sulla Terra!

Esegeti biblici e teologi contemporanei tendono a evitare questi scomodi versi, o spiegandoli allegoricamente o semplicemente ignorandoli. Al contrario, alcuni scritti ebraici dell’epoca di Secondo Tempio riconoscono in questi versi un’eco di antiche tradizioni riguardanti gli "angeli caduti". In qualche caso troviamo addirittura i nomi di queste entità divine «che caddero dal Cielo e furono sulla Terra in quei giorni»: Sham-Hazzai ("vedetta dello shem"), Uzza ("possente") e Uzi-El ("potere di Dio").

Malbim, un illustre commentatore biblico ebreo del XIX secolo, riconobbe queste antiche radici e spiegò che «anticamente i sovrani dei loro paesi erano i figli delle divinità che arrivarono sulla Terra dal Cielo, ed essi governarono la Terra e sposarono le figlie dell’uomo; e tra i loro discendenti si trovano eroi e uomini potenti, principi e sovrani». Tali storie, diceva Malbim, riguardavano gli dèi pagani, «figli delle divinità che in quei tempi antichissimi caddero dal Cielo sulla Terra… ed è per questo che si chiamavano "Nefilim", cioè "coloro che caddero giù"».

Indipendentemente dalle implicazioni teologiche, non si può cancellare il significato originario e letterale di questi versi: i figli degli dèi che vennero sulla Terra dal Cielo erano i Nefilim.

E i Nefilim erano il popolo dello Shem – il popolo delle navicelle a razzo.

 

 

Breve nota: Mi piace sottolineare che Zecharia Sitchin, autore del libro Il Pianeta degli Dei di cui ho riportato quasi integralmente il capitolo 5 è uno dei pochi studiosi in grado di decifrare le iscrizioni cuneiformi ed è un esperto conoscitore delle lingue semitiche e della civiltà Sumera. In questo libro il professor Sitchin espone le sue teorie riguardo la formazione del pianeta Terra e la creazione dell’homo sapiens. Il suo modo di esporre una materia così particolare è talmente semplice, accattivante, lineare e coerente da permettere al lettore di comprendere le sue argomentazioni davvero coraggiose, pionieristiche originali e decisamente fuori dal coro del credere comune.

A mio modesto avviso, poiché mi avvicino a questi testi sempre con molta attenzione vista la mia immensa ignoranza in materia, riesce a fare dei collegamenti storici geniali e a farli supportare egregiamente dalla documentazione che produce. Mi affascina l’immensa preparazione culturale che si percepisce in ogni periodo del suo libro e la libertà con cui l’autore porge le sue idee al lettore lasciandolo libero di condividerle o meno e stimolandone anzi, con intelligenza, lo spirito critico.

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CINZIA BALDINI

 

 

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