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I Nefilim: il popolo dei razzi fiammeggianti
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Scritto da Cinzia Baldini   
Domenica 29 Marzo 2009 00:00
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I Nefilim: il popolo dei razzi fiammeggianti
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L’Antico Testamento narra l’ascesa al cielo di numerosi esseri umani.

Il primo è Enoch, un patriarca dell’era antidiluviana prediletto da Dio, tanto da "camminare con il Signore". Egli era il settimo patriarca della linea di Adamo e il bisnonno di Noè, l’eroe del Diluvio. Il quinto capitolo del Libro della Genesi elenca la genealogia di tutti questi patriarchi precisando l’età in cui ciascuno di loro morì, tranne quella di Enoch, «che se ne era andato, perché il Signore l’aveva preso». Secondo l’interpretazione tradizionale, Dio aveva portato via Enoch perché questi ottenesse l’immortalità. Un altro mortale che ebbe il privilegio di salire al cielo è il profeta Elia, che fu sollevato da terra da un "turbine" di vento.

C’è poi un terzo mortale, meno conosciuto, che, sempre secondo l’Antico Testamento, si recò alla dimora celeste e ne ricevette in dono grande saggezza. Si tratta di un re di Tiro, città fenicia sulla costa del Mediterraneo orientale. Nel capitolo 28 del Libro di Ezechiele si legge che il Signore ordinò al profeta di ricordare al re che, se egli era perfetto e saggio, era perché la Divinità gli aveva permesso di andare a visitare gli dèi:

 

Tu sei stato plasmato secondo un piano,

pieno di saggezza, perfetto in bellezza.

Tu sei stato nell’Eden, il giardino di Dio;

ogni pietra preziosa era il tuo bosco sacro…

Tu sei un cherubino consacrato, protetto;

e io ti ho posto sulla sacra montagna;

come se tu fossi un dio,

che si muove tra le Pietre Fiammeggianti.

 

Il Signore predisse quindi che il re di Tiro sarebbe comunque morto della morte "dei non circoncisi" per opera di una mano straniera, anche se avesse gridato «Io sono un dio», e spiegò anche il perché: dopo aver avuto accesso alla dimora divina e aver acquisito ogni sapienza e ricchezza, il suo cuore "si era riempito di orgoglio", egli aveva mal utilizzato il dono della saggezza e aveva contaminato i templi.

 

Perché il tuo cuore si è insuperbito

E tu hai detto «Io sono un dio;

mi sono seduto nella Dimora della Divinità,

nel mezzo delle acque»;

Anche se sei un uomo, non un dio,

hai inorgoglito il tuo cuore come quello di una divinità.

 

Anche i testi sumerici parlano di diversi mortali che ebbero il privilegio di salire al cielo. Uno di essi fu Adapa, l’"uomo modello" creato da Ea. Questi «gli aveva dato la saggezza, ma non gli aveva dato la vita eterna». Con il passare degli anni, Ea decise di strappare Adapa al suo destino mortale fornendogli uno shem con il quale raggiungere la dimora celeste di Anu e ricevere il Pane della Vita e l’Acqua della Vita. Quando Adapa arrivò alla dimora celeste, Anu volle sapere chi gli aveva fornito lo shem per arrivare da lui.

Tanto i testi mesopotamici quanto quelli biblici riguardanti questi rari casi di ascesa di un mortale alla dimora degli dèi contengono elementi importanti. Anche Adapa, come il re di Tiro, era fatto di una "pasta" perfetta. Tutti avevano dovuto servirsi di uno shem – una "pietra fiammeggiante" – per raggiungere l’Eden, dopodiché alcuni erano tornati sulla Terra, mentre altri, come l’eroe mesopotamico del Diluvio, era rimasto a godersi la compagnia degli dèi.

Fu appunto per trovare questo "Noè" mesopotamico e ottenere da lui il segreto dell’Albero della Vita che il sumero Gilgamesh partì per il suo epico viaggio.

La vana ricerca dell’Albero della Vita da parte dell’uomo mortale costituisce l’argomento di uno dei più lunghi e interessanti testi epici lasciati alla cultura umana dalla civiltà sumerica. "L’epica di Gilgamesh" come l’hanno chiamata gli studiosi moderni, racconta la storia dell’omonimo re di Ur, nato da padre mortale e da madre divina e perciò considerato "per due terzi dio e per un terzo uomo", una circostanza che lo portò a cercare in tutti i modi di sfuggire al destino mortale degli uomini.

Essendo a conoscenza della tradizione dei padri, Gilgamesh sapeva che uno dei suoi antenati, Utnapishtim – l’eroe del Diluvio – era scampato alla morte ed era stato trasportato alla dimora celeste insieme alla sua sposa. Egli decise quindi di raggiungere quel luogo e di ottenere dal suo antenato il segreto della vita eterna.

Il "viaggio lontano" di Gilgamesh era, naturalmente, quello verso la dimora degli dèi; lo accompagnava il suo amico Enkidu. I due erano diretti alla Terra di Tilmun, dove Gilgamesh avrebbe potuto innalzare uno shem per sé. Le traduzioni correnti usano il solito "nome" per rendere il sumerico mu o l’accadico shumu che compaiono nei testi antichi; noi, invece, useremo la parola shem, per chiarire meglio il vero significato del termine, ovvero "veicolo celeste".

 

Il sovrano Gilgamesh

Verso la Terra di Tilmun rivolse la mente.

E disse al suo compagno Enkidu:

«O Enkidu…

Vorrei entrare in quella Terra, innalzare il mio shem…

Nei luoghi dove vennero innalzati gli shem

Io voglio innalzare il mio».

 

Non riuscendo a dissuaderlo, sia gli anziani di Uruk sia gli dèi che Gilgamesh consultò gli consigliarono di ottenere prima il consenso e l’assistenza di Utu/Shamash. «Se vuoi davvero entrare in quella Terra, informa Utu», gli dissero. «É Utu che si occupa di quella Terra», continuavano a ripetergli. Alla fine Gilgamesh si risolse a chiedere il permesso a Utu:

 

Lasciami entrare in quella Terra,

lasciami innalzare il mio shem.

Nei luoghi dove vengono innalzati gli shem

Fa’ che io possa innalzare il mio.

Portami al luogo dell’atterraggio a…

Poni su di me la tua protezione!

 

Purtroppo una lacuna nella tavoletta ci impedisce di capire quale fosse il "luogo dell’atterraggio". Dovunque fosse, comunque, alla fine Gilgamesh e il suo compagno vi si avvicinarono. Era una "zona vietata", protetta da imponenti guardiani. Stanchi e assonnati, i due amici decisero di fermarsi a riposare per la notte e di riprendere il viaggio il giorno dopo.

Si erano appena addormentati quando qualcosa li scosse e li svegliò. «Mi hai svegliato tu?» chiese Gilgamesh al suo compagno. «Ma sono sveglio?», si domandò, poiché vedeva cose insolite, talmente straordinarie che non sapeva più se era desto o stava sognando. Disse allora a Enkidu:

 

Nel mio sogno, amico mio, la terra si rovesciò.

E mi trascinò in basso, imprigionandomi i piedi…

Tutto era avvolto da una luce violenta!

Poi comparve un uomo,

che era il più bello della terra.

La sua grazia…

Egli mi trasse fuori dal terreno caduto.

Mi diede acqua da bere; il mio cuore si acquietò

 

Chi era dunque quest’uomo , "il più bello della terra", che tirò fuori Gilgamesh dal terreno franato, gli diede dell’acqua, "acquietò il suo cuore"? E che cos’era quella "luce violenta" che accompagnava quella strana frana?

Incerto, turbato, Gilgamesh tornò ad addormentarsi, ma non per molto.

Sentendosi misteriosamente svegliato, dunque, Gilgamesh si domandò chi mai l’avesse toccato: se non era stato l’amico, era forse l’opera di qualche dio passato lì vicino? Ancora una volta Gilgamesh si addormentò, e di nuovo, per la terza volta, si svegliò, e descrisse all’amico l’inquietante visione che aveva avuto.

 

Ciò che ho visto è stato davvero spaventoso.

I cieli stridevano, la terra tuonava;

la luce del giorno si spense e sopraggiunse l’oscurità.

Balenò un lampo, apparve una fiamma.

Le nubi si gonfiarono, piovve morte!

Poi la gran luce svanì; il fuoco si spense,

E tutto ciò che era caduto si era trasformato in cenere.

 

Non occorre una grande immaginazione per vedere in questi versi il resoconto del lancio di un razzo. Anzitutto il fortissimo rumore provocato dall’accensione dei motori («i cieli stridevano»), accompagnato dallo scuotimento della terra («la terra tuonava»). Nuvole di fumo e polvere avvolsero il luogo del lancio («la luce del giorno si spense e sopraggiunse l’oscurità»), prima del bagliore diffuso dai motori accesi («balenò un lampo»); quando poi il razzo cominciò a salire verso il cielo, «apparve una fiamma». La nube di polvere e di detriti «si gonfiò» e poi incominciò a ricadere, e «piovve morte!». Il razzo era ormai alto nel cielo e puntava sempre più su («la gran luce svanì; il fuoco si spense») fino a scomparire dalla vista; e i detriti che erano caduti «si erano trasformati in cenere».

Spaventato da ciò che aveva visto, e tuttavia più deciso che mai a raggiungere la sua destinazione, Gilgamesh si rivolse ancora una volta a Shamash per ottenerne protezione e sostegno. Dopo aver sopraffatto un "guardiano mostruoso", egli raggiunse la montagna di Mashu, da dove si poteva vedere Shamash "salire alla volta del cielo".

Il suo primo obiettivo – il "luogo dove vengono innalzati gli shem" – era ormai a portata di mano, ma l’ingresso, che sembrava scavato nella montagna, era anch’esso custodito da feroci guardiani:

 

Essi incutono grande terrore,

hanno uno sguardo di morte.

Il loro fulgido cerchio di luce spazza le montagne.

Essi vegliano su Shamash

Mentre questi sale e scende.

 

Quando Gilgamesh spiegò la sua origine parzialmente divina, lo scopo del suo viaggio («Voglio domandare a Utnapishtim della vita e della morte») e il fatto che aveva l’autorizzazione di Utu/Shamash, le guardie gli permisero di proseguire.

Gilgamesh riprese allora "la strada di Shamash", ma si ritrovò nella più fitta oscurità; "non vedendo niente né avanti né indietro", gridò per la paura. Dopo aver viaggiato per molti beru (un’unità di tempo o di distanza, o il cosiddetto "arco dei cieli") era ancora immerso nel buio, finché «quando ebbe raggiunto dodici beru, era ormai tornata la luce».

Il testo, lacunoso e alquanto confuso, continua poi con Gilgamesh che arriva in un magnifico giardino dove frutti e alberi erano scavati all’interno di pietre semi-preziose. É qui che abitava Utnapishtim. All’udire le domande di Gilgamesh, rispose in maniera deludente: l’uomo, disse Utnapishtim, non può sfuggire al suo destino mortale. Gli offrì però un modo di rimandare la sua morte, rivelandogli l’ubicazione della Pianta della Giovinezza, che si chiamava "L’uomo diventa giovane nella vecchiaia". Trionfante, Gilgamesh si procurò subito la pianta, ma, com’era destino, la perse scioccamente nel viaggio di ritorno, e così se ne tornò a Uruk a mani vuote.

Mettendo da parte il valore letterario e filosofico del racconto, la storia di Gilgamesh ci interessa anzitutto per i suoi aspetti "aerospaziali". Lo shem che gli serviva per andare nella dimora degli dèi era senza dubbio una navicella spaziale, una di quelle che aveva visto partire quando si era fermato nel "luogo dell’atterraggio". I razzi, a quanto sembra, si trovavano all’interno di una montagna, e tutta la zona era "off limits", sorvegliata a vista.

Nessuna rappresentazione artistica di ciò che Gilgamesh vide è ancora venuta alla luce, ma un dipinto trovato nella tomba del governatore egizio di una terra lontana mostra la testata di un razzo che fuoriesce dalla terra, in un luogo dove crescono palme da dattero. Il resto del razzo si trova chiaramente sottoterra, in una struttura artificiale fatta di segmenti tubolari e decorata con pelli di leopardo.

 
 

TIL.MUN si chiamava la terra verso cui si era diretto Gilgamesh, ovvero, letteralmente, "la terra dei missili". Era la terra dove si innalzavano gli shem, una terra posto sotto l’autorità di Utu/Shamash e dove si poteva vedere il dio "ascendere alla volta celeste".

E anche se il corrispondente celeste di questo menbro del Pantheon dei Dodici era il Sole, noi riteniamo che il suo nome non significasse "Sole", ma che fosse un epiteto indicante le funzioni e le responsabilità del dio. Il suo nome sumerico, Utu, significava "colui che entra risplendendo", mentre il derivato accadico Shem-Esh, era più che esplicito: Esh vuol dire "fuoco", e shem… beh, ormai sappiamo bene che cosa significava originariamente!

Utu/Shamash era dunque "quello delle fiammeggianti navicelle a razzo". Era, suggeriano noi, il comandante del porto spaziale degli dèi.

Il ruolo primario che Utu/Shamash rivestiva in tutto ciò che riguardava i viaggi alla dimora celeste degli dèi e le funzioni svolte dai suoi subordinati a tale riguardo si ritrovano con ulteriore dovizia di dettagli in un altro racconto sumerico che narra l’ascesa al cielo di un mortale.

Dall’elenco dei re sumeri sappiamo che il tredicesimo sovrano di Kish era Etana, "colui che ascese al Cielo". Questa lapidaria affermazione non aveva bisogno di alcuna elaborazione o spiegazione, poiché la storia del re mortale che era salito al cielo era ben conosciuta in tutto l’antico Medio Oriente, come dimostrano le numerose raffigurazioni artistiche che illustrano questo soggetto.

Secondo la tradizione Etana era stato incaricato dagli dèi di portare al genere umano sicurezza e prosperità, ovvero quelle caratteristiche che contraddistinguono una civiltà organizzata. Ma Etana, a quanto sembra, non poteva avere un figlio maschio che continuasse la dinastia; l’unico rimedio che si conoscesse era una certa Pianta della Nascita, che Etana doveva però andare a prendere in cielo.

Come avrebbe fatto in seguito Gilgamesh, Etana si rivolse a Shamash per ottenerne permesso e assistenza; se leggiamo bene il seguito del racconto, risulta chiaro che ciò che Etana chiedeva a Shamash era uno shem!

 

O Signore, possa uscire dalla tua bocca!

Dammi la Pianta della Nascita!

Mostrami la Pianta della Nascita!

Soccorri le mie scarse capacità!

Concedimi di avere uno shem.

 

Lusingato dalle preghiere e dall’agnello che il re aveva sacrificato in suo onore, Shamash acconsentì alla richiesta di fornire a Etana uno shem. Ma invece di parlare di uno shem, gli disse che a portarlo in cielo sarebbe stata un’"aquila".

Shamash indicò dunque a Etana la fossa in cui era stata posta l’Aquila e poi informò quest’ultima in anticipo della missione che si profilava. In uno scambio di enigmatici messaggi tra l’Aquila e "Shamash , il suo signore", questi le disse: «Ti manderò un uomo; egli prenderà la tua mano… guidalo… fa’ tutto ciò che ti dirà… fa’ come ti dico».

Arrivato alla montagna che gli aveva indicato Shamash, «Etana vide la fossa» e, all’interno di essa, vide l’Aquila. «Guidata dal valoroso Shamash», l’Aquila entrò in contatto con Etana; questi gli spiegò ancora una volta la destinazione e lo scopo della missione, dopodiché l’Aquila cominciò a insegnargli il procedimento per sollevarla dalla fossa. I primi due tentativi non riuscirono, ma al terzo tentativo l’Aquila si sollevò da terra senza difficoltà. Appena spuntò il giorno, l’Aquila annunciò a Etana: «Amico mio… al Cielo di Anu ti porterò!». E, dopo avergli insegnato come fare per reggersi, partì – e in un attimo erano in alto, e salivano sempre di più.

Il narratore descrive poi la Terra che appare a Etana sempre più piccola, e sembra quasi di leggere il racconto di un moderno astronauta che dalla sua navicella vede la Terra allontanarsi:

 

Quando furono saliti di un beru,

l’Aquila dice a Etana:

«Guarda amico mio, come appare la terra!

Guarda il mare ai lati della Casa della Montagna:

La Terra è diventata come una semplice collina,

la distesa del mare sembra una piccola pozza».

 

L’Aquila saliva sempre più in alto, e la Terra appariva sempre più piccola. Quando furono saliti di un altro beru, l’Aquila disse:

 

«Amico mio,

da’ un’occhiata e guarda come appare la terra!

La terra si è trasformata in un solco…

La distesa del mare è ormai ridotta a un cestino per il pane»…

E quando l’ebbe portato su di un terzo beru,

l’Aquila disse a Etana:

«Guarda amico mio, come appare la terra!

Sembra trasformata in un fossato da giardiniere!»

 

Finchè a un certo punto, dopo essere saliti ancora, la Terra scomparve improvvisamente dalla vista.

 

Mi guardai intorno e la terra era scomparsa,

i miei occhi non poterono posarsi

sull’ampia distesa del mare.

 

Secondo una versione del racconto, L’Aquila ed Etana raggiunsero il Cielo di Anu. Ma un’altra versione afferma che Etana si sentì gelare quando non vide più la Terra e ordinò all’Aquila di invertire la rotta e di "gettarsi a capofitto" verso la Terra.

Ancora una volta, questa insolita descrizione della Terra vista dall’alto, da grande distanza, trova una corrispondenza in un passato biblico. Nell’esaltare il Signore Yahweh, il profeta Isaia disse di lui: «É colui che siede sul cerchio della Terra e da lì vede i suoi abitanti grandi come insetti».

Il racconto di Etana, come abbiamo visto, ci dice che, cercando uno shem, Etana dovette comunicare con un’Aquila posta in una fossa. Un sigillo raffigura invece una struttura alta e munita di ali (forse una rampa di lancio?) dalla quale prende il volo un’aquila.

Che cos’era, dunque, o chi era l’Aquila che condusse Etana nei cieli?

Millenni dopo –nel luglio del 1969 – Neil Armstrong, comandante della navetta Apollo 11, comunicò alla base il felice esito del primo atterraggio dell’uomo sulla Luna con la frase: «Houston, l’Aquila è atterrata!». Aquila era il nome del modulo lunare che, staccatosi dalla navetta, portò sulla Luna i due astronauti che vi stavano dentro (e poi li riportò alla navetta). Quando il modulo lunare si separò per la prima volta per cominciare il suo volo nell’orbita della Luna, gli astronauti dissero al Centro di Controllo di Houston: «L’Aquila ha le ali». Ma il termine "Aquila" poteva indicare anche gli astronauti che si trovavano a bordo della navetta. Nella missione Apollo 11, "Aquila" era anche il simbolo degli astronauti stessi, che ne portavano l’emblema cucito sulle tute. Proprio come nel racconto di Etana, dunque, anch’essi erano Aquile che potevano volare, parlare e comunicare.

A questo punto è lecita una domanda: se un artista antico avesse dovuto rappresentare i piloti delle navicelle spaziali divine, in che modo lo avrebbe fatto? Forse raffigurandoli come aquile?

La risposta, almeno sulla base di ciò che è stato trovato, è un sì: un sigillo assiro databile al 1500 a. C. circa mostra due "uomini-aquila" che salutano uno shem.

Sono state ritrovate numerose rappresentazioni di "Aquile" ( o "uomini uccello", come li chiamano gli studiosi) di questo genere, per lo più poste vicino all’Albero della Vita, a indicare che sono proprio loro, con il loro shem, a consentire il legame con la dimora celeste dove si trovano il Pane della Vita e l’Acqua della Vita. Anzi, in tali raffigurazioni solitamente le Aquile tengono in una mano il Frutto della Vita e nell’altra l’Acqua della Vita, in pieno accordo con quanto raccontano le storie di Adapa, Etana e Gilgamesh.

 

L’aspetto di queste aquile, quale appare dalle numerose rappresentazioni artistiche venute alla luce, non è mai quello di mostruosi "uomini-uccello", bensì di esseri antropomorfi che indossano costumi o uniformi che li fanno assomigliare ad aquile.

 

La leggenda ittita della scomparsa del dio Telepinu racconta che «i grandi dèi e gli dèi minori cominciarono a cercare Telepinu» e che «Shamash inviò un’Aquila veloce» per trovarlo.

Nel Libro dell’Esodo, si dice che Dio ricordò ai figli d’Israele che «Io vi ho condotto sulle ali delle Aquile e vi ho portato da me», confermando, dunque, che solo con le ali delle Aquile si poteva raggiungere la dimora divina, proprio come ci dice la storia di Etana.

I testi mesopotamici presentano sempre Utu/Shamash come il dio protettore del campo di atteraggio degli shem e delle Aquile. Come i suoi assistenti, poi, anch’egli veniva talvolta raffigurato con indosso il costume di un’Aquila.

 

Grazie a questa sua funzione, egli poteva garantire ai re il privilegio di "volare sulle ali degli uccelli" e di "innalzarsi dai cieli più bassi a quelli più alti". E quando veniva lanciato in alto a bordo di un razzo fiammeggiante, era colui «che viaggiava per distanze sconosciute, per un tempo senza fine».

 



 

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