Home Letteratura e Arte Fotografia e arti grafiche Sette domande a... Giovanni Ingrassia
Sette domande a... Giovanni Ingrassia PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Iacarelli   
Domenica 11 Dicembre 2011 20:06

GIOVANNI INGRASSIA


Giovanni lo conosco ormai da un anno e cioé da quando frequento la "Galleria Pentart".
Con lui condivido lo "spazio fotografico" che la galleria ci mette a disposizione e i momenti in cui si sta insieme a parlare di fotografia, di attrezzatura, di vita e di cibo!
E' un artista con anni di fotografia sulle spalle e con innumerevoli mostre all'attivo, in Italia e all'estero.
Di seguito potete leggere una parte della sua biografia che trovate insieme alle sue opere sul suo sito www.gingrassia.it  e l'intervista.
 
"Giovanni Ingrassia vive e lavora a Roma.
Comincia a fotografare fin da bambino e nel tempo sviluppa grande passione per la fotografia di viaggio e documentaristica.
E' socio della FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) nonché Delegato Provinciale FIAF per Roma Città. Fa inoltre parte del gruppo di artisti "ProfessionalArte" del gruppo della "Galleria Pentart" di Roma. Ha al suo attivo diverse mostre e la partecipazione a numerosi concorsi. Alcune sue opere hanno avuto diversi riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.
Oltre ad essere stato insignito da parte della FIAF dell'onorificenza BFI - Benemerito della Fotografia Italiana, è docente di Corsi di Fotografia Digitale e Photoshop."

 

                                              





1) Come nasce la passione per la fotografia?

E’ nata da bambino, a dire il vero non so nemmeno io bene come… o forse sì, per “eredità”.
Mio padre amava tantissimo fotografare e, anche se non ho molti ricordi di lui (è mancato quando avevo solo otto anni), ancora oggi lo vedo con la macchina fotografica in mano che ritrae me, mia madre, durante un viaggio o una scampagnata. Pensa che il giorno esatto della mia nascita, nel pomeriggio dato che sono nato di mattina, andò subito da Vasari ad acquistare una fotocamera nuova (una Kodak Retinette I B) perché quella che aveva non gli sembrava “adatta” per l’occasione… Dopo la sua morte, a distanza di pochi mesi, ho preso in mano proprio quella macchina, l’ho fatta caricare con un rullino da un fotografo sotto casa e ho cominciato a scattare. Chiaramente agli inizi ho realizzato cose assurde, poi pian piano cose leggermente più accettabili e, siccome il fotografo sotto casa ed altri mi ripetevano spesso che ero “portato” alla fotografia, non ho più smesso. Insomma, sono praticamente 42 anni che faccio “clic”… 

 

2) Cosa vuol dire per te sperimentare?

Bella domanda e risposta davvero difficile. Sperimentare per me è prima di tutto una questione “mentale”, nel senso che è qualcosa che segue molto il mio stato d’animo. Devo dire che, soprattutto negli ultimi anni, cerco di trasferire nelle mie foto idee, concetti, sensazioni (forse si tratta di una sorta di “psicanalisi”). E lo faccio in primis ricercando soggetti/oggetti che si prestino al racconto che ho in mente. Poi, certo, c’è il lato “tecnico” della sperimentazione e, quindi, il trovare inquadrature, tagli, luce particolari. Alle volte, ma molto meno di quanto si possa pensare, posso intervenire in post-produzione. Sono però sempre dei “momenti”, degli episodi, perché in definitiva - se mi riesce - preferisco sperimentare alla vecchia maniera, in “manuale”. Non sono un grande fan della foto-elaborazione, la so usare, ne riconosco la potenza, ma anche ai miei studenti (tra le altre cose faccio docenza in corsi di fotografia e PhotoShop) ripeto, forse fino alla noia, che la fotografia prima di tutto è nella mente e negli occhi di chi la scatta (la c.d. pre-visualizzazione) e la soddisfazione più grande per chi ama quest’arte è costruire il più possibile “a mano” l’immagine finale, potendo dire “questa l’ho realizzata proprio io e non gli automatismi della mia fotocamera”.

 

3) Prediligi il bianco e nero o il colore?

Ho attraversato un periodo, specie agli inizi, in cui utilizzavo prevalentemente il bianco e nero perché - ed è una mia convinzione anche attuale - è un mezzo espressivo per certi versi molto più potente del colore. L’occhio umano “vede” a colori ed il fatto di trovarsi davanti ad un’immagine priva proprio di quegli elementi lo porta, in qualche modo, a concentrarsi maggiormente sul significato che quella foto vuole avere. I colori, alle volte, “disturbano” e potrebbero togliere “valore” e/o “drammaticità” ad un soggetto. Poi, col tempo, ho scoperto che anche il colore può essere utilizzato per trasmettere un messaggio, specie se viene “dosato” e non si eccede (immagini quindi bi-tricromatiche o, comunque, con pochi colori importanti). Attualmente, vuoi anche per l’avvento del digitale che comunque comporta sempre la “produzione” di un’immagine a colori, sostanzialmente realizzo opere a colori, salvo poi trasformarne alcune in bianco e nero utilizzando la “camera chiara”. 

 

4) Ieri la pellicola, oggi il digitale, quale i pregi e i difetti dei due sistemi secondo te e che sistema usi?

Nell’analogico c’era sicuramente uno spreco di denaro e di tempo perché, fino al momento in cui non si sviluppava la pellicola ed andavamo a ritirare le relative stampe, non potevamo mai essere sicuri dei risultati ottenuti. Certo, dal punto di vista della “densità” e della “profondità” dell’immagine (e non sto parlando specificatamente della c.d. risoluzione ovvero dei milioni di pixel) l’immagine analogica era ed è tuttora ben altra cosa. Ancora oggi, alle volte, utilizzo soprattutto il medio formato (120) per realizzare qualche lavoro per il quale voglio quella certa “pastosità” dell’immagine che con il digitale non riesco a trovare.
Quest’ultimo ha dalla sua il vantaggio di offrirti subito il risultato; se sbagli, poco male perché puoi immediatamente rifare lo scatto; in effetti hai un controllo istantaneo dell’immagine. E poi la foto è subito pronta per eventuali lavorazioni in post-produzione. Sia che ci si trovi di fronte ad un semplice ritocco/aggiustamento di luminosità e contrasto oppure si vogliano effettuare interventi più “pesanti”, basta scaricare il file nel nostro computer e possiamo lavorarci. Non solo: anche il problema dello spazio d’archivio è certamente migliorato; niente più “plasticoni” o raccoglitori/album in giro per casa; è sufficiente salvare le nostre preziose foto sul pc (meglio ancora, per stare più tranquilli, effettuare ulteriori backup su cd/dvd/hard disk esterni). Però…(c’è sempre il famigerato “rovescio della medaglia”!!!) a fronte di molti, moltissimi più scatti realizzati, si stampa poco, pochissimo, in pratica quasi nulla. Ed è un male perché credo che almeno le immagini più belle, quelle alle quali teniamo di più, vadano comunque stampate sia per averne una copia “fisica” sia perché vedere una foto su carta e non a schermo è tutt’altra cosa. Per quanto mi riguarda poi, dato che partecipo a diverse mostre ed esposizioni, la stampa diventa ovviamente indispensabile. Insomma, come avrai sicuramente intuito, al momento sono un “digitale” che non disdegna però di fare ancora delle buone “scappatelle” nell’analogico!!!

 

5) Come nasce una tua fotografia? Parti da un progetto, un idea, o nasce tutto d'istinto?

Sono vere entrambe le cose.
Alle volte, e mi capita abbastanza spesso, ho in mente un’idea, un progetto, un racconto ed allora inizio a lavorarci, prima concettualmente e poi scattando. Si tratta di solito di un percorso abbastanza lungo (ne ho uno che va avanti da – credo-  almeno tre-quattro anni ed è ancora ben lontano dalla conclusione), con un notevole numero di immagini; spesso - ma non necessariamente – può anche essere un lavoro “aperto” a più sviluppi, nel senso che diventa una vera e propria ricerca interiore; talvolta, invece, si chiude nel giro di poche foto, quello che in termini tecnici si chiama “portfolio” (circa 6 – 10 immagini).
Altre volte, poi (specie quando sono in viaggio, ma anche in ambito casalingo), lascio spazio alla più pura e scatenata istintività, nel senso che vedo qualcosa che mi emoziona, mi colpisce e scatto.
Come noterai, comunque, alla base c’è sempre tanta “emozione” e voglia di raccontare, sia che venga “filtrata” in un progetto a media/lunga scadenza, sia che tutto si esaurisca in uno scatto “istantaneo”.

 

6) Tra le numerose Mostre a cui hai partecipato, ce n'è una in particolare che ricordi con piacere?

Beh, di mostre ne ho fatte veramente tante.
In circa dieci anni, tra collettive e personali parliamo di quasi un centinaio di esposizioni. Molte insieme anche a pittori e scultori (credo molto nell’interdisciplinarietà delle arti…), tante “puramente” fotografiche. I ricordi più piacevoli vanno però sicuramente alla mia prima mostra in assoluto, una personale dal titolo “Misr – luci ed ombre” presso la Galleria Fotografica “Tina Modotti” di Acerra (NA) nel lontano aprile 2002. Si trattava del racconto fotografico di un mio viaggio in Egitto, lungo il Nilo e non solo, in luoghi dove regnava sì tanta “luce”, ma anche tanta ”ombra e mistero”.
Poi, grande soddisfazione e gioia per una videoproiezione del mio lavoro “Sopra di noi” presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma (gennaio 2007) e, più recentemente (lo scorso anno), per essere sbarcato anche all’estero, o meglio oltre oceano, in occasione della Terza Biennale d’Arte Contemporanea Italiana a Buenos Aires (Argentina).

 

7) Che consigli daresti alle persone che si avvicinano oggi alla fotografia?

Direi prima di tutto fare un buon corso di fotografia. Oggi, complice anche la pubblicità ed il marketing di tante case fotografiche e, purtroppo, anche di alcune riviste di settore (non tutte, per fortuna…), è passato molto spesso il messaggio che con il digitale tutti possano diventare magicamente grandi fotografi. Niente di più sbagliato e fuorviante. Fotografi (non importa se ottimi, buoni o discreti) non si diventa acquistando l’ultima fotocamera digitale iper-pubblicizzata ovvero super costosa e mega accessoriata. Fare fotografia significa acquisire prima di tutto la giusta e corretta tecnica fotografica (i “fondamentali” – si sa - sono sempre importantissimi) e poi esercitarsi tanto, tantissimo per poter arrivare nel tempo ad un proprio stile, ad una propria “cifra fotografica”. In questo senso, trovo utilissimo anche visitare mostre (soprattutto di grandi maestri), leggere buoni libri di fotografia e, perché no, iscriversi magari ad un fotoclub che permetta il continuo confronto con altri appassionati. Ricordiamoci che le foto non vanno mai tenute “nel cassetto”, vanno condivise perché il confronto o anche lo scontro possono rappresentare un grosso momento di crescita.

 

Francesco Iacarelli

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