Umorismo, comicità e satira PDF Stampa E-mail
Domenica 22 Marzo 2009 12:18
Indice articolo
Umorismo, comicità e satira
Pagina 2
Tutte le pagine

 

UMORISMO, COMICITÁ E SATIRA

 

Le origini – Bergson e Pirandello

 

Consentitemi in primis di fare un distinguo fra umorismo, comicità e satira; tre sorelle molto diverse, ma figlie dello stesso padre che è la capacità di suscitare ilarità e divertimento, sebbene con diverse sfaccettature, contenuti e motivazioni.


L’umorismo classico serve a strappare la risata,  a creare divertimento,  vive e si nutre di  situazioni assurde, bizzarre, fuori del comune, ed ha origine quando la logica  intellettuale subisce una repentina svolta verso il grottesco, il carnevalesco e a volte, ahinoi, verso il demenziale, quando l’azione, cioè, esce fuori dagli schemi standard dell’usuale creando ilarità. Uno scivolone sul bagnato, tanto per citare un esempio classico, e così pure una torta in faccia,  un uomo in mutande sorpreso dalla governante o da un marito geloso, provoca e strappa la risata.  Può essere sufficiente anche una barzelletta, magari da caserma o da convento come si vuole (sempreché non sia enormemente stupida o raccontata male) purchè abbia un contenuto definibile inequivocabilmente come  anormale, inusuale o irregolare e che racconti fatti che esulano dallo standard quotidiano  mettendo in risalto in assoluto il ridicolo.


Ridere del ridicolo, ridere di gusto per tutto ciò che ci appare inconsueto, è, a mio modo di vedere, uno strumento terapeutico che ci permette di affrontare il quotidiano nel modo migliore.  “Humor”, che in latino significa umidità, liquido,  è uno sciroppo virtuale che va assunto a grandi dosi,  quasi come un unguento miracoloso che con un sorriso possa curare la nostra emotività devastata dal quotidiano.

 

Henri Bergson
Henri Bergson

 

Se l’umorismo è l’interpretazione distorta e ridanciana del quotidiano vivere, sia pur semplice nel suo essere ispirazione di un cauto sorriso o di una sana risata, la comicità è il suo involucro, il suo humus naturale fatto di dettagli e contorni ben definiti.   La comicità secondo Bergson, un filosofo francese autore di un saggio intitolato  “Le rire”, Il riso. Saggio sul significato del comico”, è la pura intuizione di una contraddizione, ovvero un avvertimento del  contrario.  “Non c’è nulla di comico” sosteneva “al di fuori di ciò che è proprio degli umani”.   E qui, parlando di umani, la dice lunga sulla necessità che hanno gli uomini di voler essere autoironici, non solo per comunicare il proprio disagio interiore inconfessato ma soprattutto per trovare la forza necessaria  per sopravvivere.  Qui c’entra poco Bergson, ma partendo dalla sua tesi sugli umani, aggiungerei anche che, il simpatico colloquio fra due uccelletti su un ramo, certamente sufficiente a strappare un sorriso, resta  nient’altro che una “freddura” all’inglese, mentre sentirsi tirare per la giacca in una “situation” che può probabilmente capitare anche a noi... beh, è tutta un’altra cosa. Non è più, semplice umorismo, ma diviene un valido strumento di comunicazione, un messaggio, e allo stesso tempo un eccellente metodo di esorcizzazione delle nostre innumerevoli paturnie.


Persino Pirandello  disse la sua sulla distinzione fra umorismo e comicità, sostenendo il concetto di umorismo inteso come sentimento del contrario, ovvero come processo di identificazione con il soggetto (umano) che si osserva (in piena sintonia con Bergson); un’osservazione, quindi, che suscita ilarità e di cui ci si prende gioco,  mentre il lato comico è l’assetto razionale  successivo all’azione, quello che la ragione cataloga come sentimento del contrario e ti lascia riflettere.


Ne “L’umorismo” del 1901, infatti, Pirandello dice:  “Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario.  Ed è tutta qui, la differenza tra il comico e l’umoristico”.

 

Luigi Pirandello

 

Condivisibile il pensiero del grande drammaturgo, per il suo ritorno al ragionamento immediatamente dopo essersi lasciato andare al riso per la situazione comica da lui citata; ma non credo,  tuttavia,  che sia sempre necessario cercare di essere raziocinanti in generale.  Anche nelle situazioni più assurde e critiche della nostra vita, credo che, pur senza sottovalutare ciò che ci accade, si dovrebbe esprimere sempre un atteggiamento di grande apertura e di profondo ottimismo, e godersi, quando è possibile, una situazione comica per quella che è: l’opportunità di alleviare il carico dei nostri tempi.

Naturalmente non è così semplice, e limitarsi alla visione umoristica potrebbe non avere molto senso; servendosi di gestualità, di travestimenti, e di un corollario di trovate carnevalesche che esaltano il semplice ridere, infatti, la comicità conferisce corpo e consistenza, e oltre a fornirgli un involucro e la ragion d’essere diventa non solo un mero divertimento  ma un formidabile strumento di comunicazione e di contatto con il nostro prossimo.  La pubblicità ne è un valido esempio, a ben pensarci: può divertire, è accattivante, convince e rilassa (sempreché non ci interrompa un film sul più bello naturalmente, ma utilissima se devi rispondere al telefono o andare in bagno).  

 


Filosofia pret-a-porter – L’umorismo di Campanile

 

Diverse sono le interpretazioni dell’umorismo e della comicità, e ben vengano oltre alle barzellette in spiaggia e i battibecchi da pianerottolo, anche i libri mordi e fuggi che ci pervengono dai network televisivi: ben 120 pagine scritte (?) con interlinea 2 da validi cabarettisti, sedicenti fotomodelli o neo-ministri.  Prezzo medio 7-8 euro, poco più di due pacchetti di sigarette, con un tempo medio di lettura pari alla tratta Milano-Napoli in aereo.   Queste opere, che hanno una vita relativamente breve,  vendono bene, e alla fine della fiera assolvono il compito di far sorridere la gente che li compra.   E allora? Anche questa è arte in fondo, non di spessore intellettuale ma rispettabile come tutti i parti dell’intelletto e nel rispetto del lavoro umano, ma è altrettanto vero ciò che ci resterà per sempre impresso nella mente e nel cuore per lungo tempo potrà essere solo la sottile ilarità di Pirandello, la magica sobrietà che ci trasmette Stefano Benni sulla periferia urbana e sui bar dello sport con i suoi personaggi grotteschi ma vivi, e sulla gustosa e storica autoironia della complicata provincia italiana da lui descritta.


E che dire dell’ovattata e furba intrusione in punta di piedi, e della filosofia pret-a-porter divulgata dal grande Luciano De Crescenzo?  Che con i fattarielli  è riuscito ad ottenere  non solo grossi successi editoriali ma anche risultati esaltanti dal punto di vista dell’arricchimento culturale di molti di noi, ai quali esperti insegnanti, e seriamente, hanno solo messo sonno a scuola. Alla fine, è la strada, quella che ti insegna di più.  La strada, i vicoli, i cortili condominiali, soprattutto nel nostro Paese che è una riserva inesauribile di comicità e umorismo; uno sceneggiato con dialoghi improvvisati e ambientazione da palcoscenico che nessun posto al mondo può offrire e che ci vede protagonisti. E  lo facciamo così bene da voler addirittura provocare noi stessi “una situation comedy” con il nostro modo di vivere disinvolto,  solo per recitarla da protagonisti.  E parlo di noi italiani, un popolo unico e fantasioso  unito dal genio e la sregolatezza, ma diviso da tanti dialetti, mille gusti diversi, svariate metodologie di parcheggio e qualche punto di vista comune.

  
Luciano De Crescenzo
Luciano De Crescenzo


Far ridere non è facile. E poi, ridere di cosa? Ridere del ridicolo?  Può non essere sufficiente.  Insegnare divertendo? Ben venga. Ridere solo perché fa buon sangue?  Ognuno rida come vuole, va bene così. Anche ridere dell’assurdo, perché no?  Un assurdo probabile, possibile,  anche se tocca i temi della vita e della morte o gli accostamenti più strani, come ad esempio questo:  “Se l’anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto,  resta la parte migliore. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo, ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile, ma la peggiore: il gambo”, quindi, “Per concludere, e terminarla con un’indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che ,da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima”.


Era il grande Achille Campanile a dirlo, e, cercare una correlazione fra un ortaggio e l’immortalità dell’anima, se oggi è una sottile e palpabile ironia ed un pratico filosofare, ai suoi tempi poteva essere (e lo era) una vera provocazione.

 

Achille Campanile
Achille Campanile 

 

Nato agli inizi del novecento, famoso per il suo umorismo surreale dietro il quale c’era il fine drammaturgo, anticonvenzionale, arguto e colto, Achille Campanile inizia la sua carriera come giornalista de “La Tribuna” e poi con altre testate, lasciando nel dubbio chiunque cercasse di capirne il lavoro, se era un genio o uno “squilibrato” in senso lato.   Oggi potremmo dire che era un coraggioso pioniere, padre di uno stile moderno, d’avanguardia, e ispiratore di una comunicazione tipica alla ricerca dell’effetto, del colpire tutto e tutti con audaci battute umoristiche,  sebbene si trattasse degli Anni Venti in Italia, un periodo difficile, chiuso alle novità e alle nuove culture emergenti, e oscurato da una situazione politica che sfociò in ben più gravi eventi sociali.


Famoso per i suoi atti unici teatrali, che qualcuno oggi potrebbe definire bonsai alla  Jacchetti, il grande Campanile con poche battute rapide, incisive e di grande effetto, partendo magari da uno dei suoi protagonisti o solo da un titolo,  li esaltava fino al parossismo.  Non a caso, e ben presto,  già agli  inizi  della sua carriera di scrittore  attirò l’attenzione persino di Pirandello; e non è poco.


Quella di far ridere è un’arte che Campanile fece sua esprimendosi in tanti modi.  Sempre molto elegante e con l’immancabile monocolo, oltre ad innumerevoli lavori teatrali e cinematografici collaborò  attivamente anche con la neonata televisione dove curò una rubrica di critica televisiva apparendo lui stesso sul piccolo schermo, e dove realizzò persino uno spot pubblicitario per Carosello.  Tutti gli... over-anta si ricorderanno sicuramente di Carosello e di quando gli spot pubblicitari si chiamavano reclàme.  Gli stessi che poi se ne andavano a nanna subito dopo.


Le battute di Campanile erano un pò come sferzate di umorismo spicciolo, populista ma finemente progettato, un pò come barzellette di gran pregio e di grande effetto  che fecero di lui uno dei più grandi umoristi italiani.   Eccone qualcuna fra le più famose:

“Dove vai?”
“All'arcivescovado. E tu?”
“Dall'arcivescovengo.”


La stella nell'imbarazzo

La prima stella: Ma che vorrà da me quell'astronomo?
La seconda stella: Perché?
La prima stella: Mi sta fissando da un'ora con il cannocchiale


In banca (parlando di sé)

“Un giorno, avendo bisogno di quattrini, mi presentai allo sportello di una banca e dissi al cassiere: "Per favore, mi potrebbe prestare centomila lire?".  Il cassiere mi disse: "Ma sa che lei è un umorista?".  Così scoprii di esserlo.

 


Castigat ridendo mores – Dario Fo - Pasquino

 

Il filosofare spicciolo sul distinguo fra umorismo, comicità, eccetera,  in tutte le forme e in tutte le collocazioni e connotazioni e la capacità introspettiva di una comicità intelligente e di grande comunicazione, tutto ciò che riguarda le tre sorelle insomma, ci conduce inevitabilmente a considerare che, se sia vero che tutto il lavoro intellettuale dell’uomo possa diventare arte, ebbene questa sicuramente lo è; un’arte che nasce dal vivere quotidiano, che si nutre delle nostre goffe imperfezioni che ci ritornano come un piccolo spaccato di cui poter fare tesoro come i consigli di un amico.  Ridere insomma è come un messaggio che ci viene dal teatro, dal cinema, dalla pubblicità, e dalla televisione che è entrata nelle nostre case di soppiatto come un elettrodomestico costoso e riservato a pochi eletti  e che oggi, in un numero di apparecchi non inferiore a quattro unità per famiglia, gode degli stessi privilegi del frigorifero e della lavabiancheria: la casta degli assolutamente indispensabili.   Ma non divaghiamo, perché, alla fine della fiera, quello che ha fatto dell’umorismo il suo humus ideale, è la satira; una folta letteratura, ovviamente di genere, che dell’ironia fa un uso che spazia dal profilo modesto finalizzato al puro divertimento fino ad un altissimo livello culturale;  un modo di scrivere leggero e comprensibile a tutti come si vuole, che opera a sostegno di valide argomentazioni sociali, culturali e politiche, suscitando attenzione, incuriosendo, e persino istruendo la gente senza tediarla.


La terza sorella, la satira, è qualcosa di molto diverso.  Complessa nel suo essere, è la più aristocratica delle tre già citate sorelle, ed è un genere di umorismo che ha come scopo  principale  non  solo quello di divertire e suscitare  ilarità  ma per castigare potenti e prepotenti, per denunciare ingiustizie e soprusi, per richiamare l’attenzione e  per comunicare in un leggiadro sbuffo di allegorie anche il nome e il cognome di colui al quale la critica si rivolge.  Jean de Santeuil fu il creatore della famosa  frase che definisce meglio il concetto di satira come genere di umorismo che, con divine e accorte citazioni, ridicolizza i difetti umani per rimettere a posto le cose: ”Castigat ridendo mores”, ovvero  correggere  i costumi deridendoli.


Certamente la satira esiste da tempo.  É nata con l’uomo e come  strumento di pacata contestazione e di ironia verso le cose storte.  Singolare un passaggio da “Breve storia della censura e della satira” di Dario Fo e Franca Rame, insieme al loro figlio Jacopo:  “Gesù fu probabilmente tra i primi a rifiutare la cultura autoritaria del suo tempo, e la sua predicazione, in alcuni momenti, si riempie di senso dell’umorismo quando racconta che è più facile che una gomena passi per la cruna di un ago che un cammello entri nel regno dei cieli!” (in realtà fu una traduzione sbagliata perché non si trattava di un cammello ma di un ricco!). E ancora, i miracoli di trasformare l’acqua in vino, o salvare un’adultera dalla lapidazione erano gesti rivoluzionari che si opponevano alla cultura dominante, ma è innegabile che, dove non può l’azione, possano invece il pensiero e la battuta ironica.


La satira, quindi, non è solo un genere umoristico, è uno stile letterario che si estrinseca essenzialmente in una critica elegante, palese o mascherata, che viene rivolta agli argomenti  importanti per la società. Sia essa politica,  religiosa o sociale, e in qualsiasi epoca, una lingua tagliente, cauta ma incisiva,  sobriamente colta e intelligente,  ha sempre agito sulla gente con questo strumento, divertendola e incitandola ai cambiamenti innovativi o rigorosamente conservatori,  e  quindi aperta proprio a tutto  e a tutti.  Ne sono validi esempi la satira espressa dalle commedie di Aristofane, noto conservatore  molto  arrabbiato che prende di mira tutto e tutti, dalla  politica ateniese agli stessi Dei,  puntando il dito su Euripide e persino ingiustamente contro Socrate,  oppure le satire di Orazio, che attacca i comportamenti, e cioè il peccato e non i peccatori (peraltro persone comuni e nemmeno illustri),  le ballate dei  giullari di corte che con le loro moine, in realtà, e inconsapevolmente, pur declamando storie di vario genere e distinguendosi dai giullari di strada di diversa levatura culturale e morale, celavano già un cauto atteggiamento oppositivo al potere, e ponevano la prima pietra della satira politica.   E che dire di Voltaire che usò la satira contro la religione,  i privilegi dei nobili e la metafisica,  schierandosi nettamente contro i pregiudizi e il fanatismo,  sbandierando e sostenendo il  raziocinio della scienza?  In tutti i casi,  pertanto, e per qualsiasi motivazione, la satira viene utilizzata come strumento letterario a favore di un cambiamento importante.   Ma procediamo con ordine e facciamo un salto indietro nel tempo nella Roma del XIV secolo dove troviamo una delle più famose statue “parlanti”,  conosciuta meglio dai più come “Pasquino”.

 

Pasquino
Pasquino

 

Questo frammento, sbucato fuori per caso nel 1501, (e in questo caso non c’entrano i lavori della metropolitana di Roma), proviene da un gruppo statuario ellenistico e raffigura Menelao che sorregge Patroclo.   Tirato via dal fango nel bel mezzo dei lavori di risistemazione di una piazza fu sistemato su un piedestallo dal cardinale Oliviero Carafa, e da allora è divenuto leggenda.  Sulle origini del nome Pasquino, sono molteplici le interpretazioni che ci lasciano nel vago (come la Storia non scritta ci ha ormai abituati)  mentre immutato nel tempo resta il fatto che questo “totem”, al quale venivano affisse locandine in versi, o cartelli legati al collo della statua stessa, fu usato dal popolo per fini propagandistici, anche con la complicità di letterati (forse pagati per farlo) per esternare critiche  e indirizzarle ai notabili del tempo; perlopiù personaggi in vista come lo stesso Pontefice di turno, il cui potere temporale ne faceva un uomo potente, molto spesso spietato e impopolare, e quindi destinatario ideale di questa strana ma efficace messaggistica.  Poiché a quei tempi bastava poco per perdere la testa, e non mi riferisco all’infatuazione per una bella donna bensì alla corda del boia, questi messaggi,  definiti in seguito “pasquinate”, rigorosamente anonimi e in rima,  recavano metafore alle volte incomprensibili se non a chi erano indirizzati.


Qualcuno naturalmente pensò di distruggere la statua, come Adriano VI (l’ultimo papa straniero prima del grande Carol) che ordinò di gettarla nel Tevere.  I cardinali però, considerando  estremamente pericoloso un  "attacco" così diretto al popolo, lo ritennero un gesto inutile, anche perché, quando successivamente fecero vigilare la statua giorno e notte dalle guardie, le “pasquinate” apparvero ancora più frequentemente ai piedi di altre statue che saltarono fuori in tutta Roma. Allora tanto valeva saggiamente tenersene una, la prima, e non complicarsi inutilmente la vita.   

 

Una satira infuocata, quindi, quella che il popolo furente esercitava servendosi di Pasquino  contro l’arroganza e la corruzione  sempre a rischio delle frequenti rappresaglie e delle pene invero molto pesanti, che si è protratta anche più in avanti con le “pasquinate” relativamente  più  vicine a noi, come in occasione della visita di Hitler a Roma, dove con la capitale interamente ricoperta di cartone e gesso, ovvero adornata in onore dell’illustre ospite,  Pasquino non si smentì sentenziando:

Povera Roma mia de travertino!
T'hanno vestita tutta de cartone
pè fatte rimirà da 'n'imbianchino".


Oppure, nel recente, in occasione della visita dell’ex presidente Gorbaciov, un evento storicamente importante ma che mise in ginocchio il traffico di Roma:

La perestrojka nun se magna
da du' ggiorni ce manna a pedagna
sarebbe er caso de smammà
ce cominceno a girà".


Una libera manifestazione del popolo, quindi, che servendosi della letteratura umoristica satirica, corregge, o almeno prova a sollevare qualche problema per un auspicabile cambiamento. Questo ci riconduce nuovamente alla connotazione della satira come uno strumento di grande comunicazione  rivolto ai temi fondamentali della società.   In questo caso, siamo al cospetto di una satira classica; quella politica di antichi rigori animata soprattutto dalla necessità di sopravvivenza più che dal bisogno di cambiamenti, il che ci induce a pensare che ogni epoca abbia la “sua” satira.

 

 



 

Ricerca nel sito

Syndication