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'I Graffi Del Buio' di M. Gentile e M. Baldacchino PDF Stampa E-mail
Scritto da Alba Gnazi   
Mercoledì 16 Marzo 2011 14:46


Un graffio nello stomaco: sensazioni che non abbandonano, che generano domande pesanti, che risvegliano nella coscienza adulta l’antica paura dell’Uomo Nero, che per alcuni – per troppi – è diventato e resta reale e presente. Perlomeno, quelli che lo possono dire. Perché ce ne sono altri che avranno la gola serrata dalla mano dell’Uomo Nero in eterno: anche quando ritornano.

Già dall’incipit e poi superata la prima pagina del libro, si cade  a capofitto nella bocca spalancata e mefitica di un incubo. Anche quello che , dapprincipio, è solo l’acquisto di un anello, il progetto di una serata e di una vita da trascorrere con una persona amata, hanno un sapore metallico, sono il  preludio a un susseguirsi serrato e incalzante di eventi oscuri. Il crepuscolo cede il passo a una notte senza termine che non recede nemmeno all’arrivo dell’alba, che è livida e colma di pena.

Efficaci, apprezzabili, deliranti  – com’è giusto e ovvio che siano – le descrizioni dei pensieri che tormentano il cervello sofferente del ragazzo accusato di omicidio; fortissima la metafora degli ingranaggi di orologio incastrati sotto la sua pelle, a indicare che ci sono ritmi che si spezzano, opportunità che non ritornano, ingranaggi che s’inceppano e quando ripartono, talvolta, zoppicano, rantolano, fanno troppo rumore.

Ho ‘visto’ il dolore di quelle vite sradicate. Ho avvertito la lama gelida sotto la gola.

Ho dovuto sospendere la lettura tre volte, guardare fuori dalla finestra, guardare mio figlio negli occhi, guardare la quotidianità della mia vita e sentire che tutto andava bene …

Sono madre e come madre ho pensato ai miei figli e ai figli di altri; figli che resteranno eternamente figli e non avranno mai modo di diventare madri o padri; figli congelati nel Tempo che non offre pace; figli spariti non per colpa dell’età, ma per colpa di chi li ha rubati, li ha scartati, li ha frantumati e poi non li rende nemmeno più.

Ho pensato a quei figli invischiati nella tela di tarantole subumane e non mi vergogno di dire che ho sperato e spero che muoiano presto, prima che il dolore diventi follia, prima che il loro dolore sia gaudio per menti invertite,  prima che la Morte giunga troppo lenta e troppo orribile per poter credere ancora alla salvezza.

Nel ritmo narrativo -spesso simile a un film -e nella resa degli eventi ho ravvisato echi di Ludlum, Deaver, King e più su, fino a Stoker e Poe. Ho colto i flash onirici di Kubric, la visionarietà di Argento, la crudezza di Tarantino, tutto mescolato con efficacia.

Tangibile, reale, vicino il personaggio Tony Marino, nel suo essere un eroe dei nostri tempi pieno di dubbi, di ricordi terrificanti, eppure pieno di voglia e capacità di amare, pieno di rispetto per la vita, capace di leggere oltre le apparenze, di interpretare segnali oscuri ai più.

Di Mattia non mi sono stupita, nemmeno del padre di Flavia.

Sotto l’abito della carità e della devozione, il Mattia uomo racchiude la larva incattivita e informe del Mattia  bambino, che ha appeso al muro di quella cantina la sua fanciullezza, che ha lasciato che anima e buonsenso defluissero via col sangue dell’amico morto. Mattia, più morto –dentro- dell’amico rotolato in fondo alle scale.

E Marino , probabilmente, sa: nel subconscio che fatica a decifrare, nei gesti nervosi del prete troppo interessato all’esito dell’indagine – un vero prete si cura dell’anima, non dei fatti -, Marino è disperatamente consapevole di essere solo e di avere davanti a sé il Mostro del Male celato dal nero abito talare. Che lo smascheri in un eventuale seguito o lo lasci scappare, resta il monito chiaro della chiusa: il Male e l’aberrazione sono comunque tra noi, insidiano le creature più fragili e preziose della società, rappresentando  talvolta l’oscena pantomima del culto del Male. Cos’altro è il male, se non la negazione di sé, dell’aspetto più naturale e civile dell’essere uomo, dato dalla protezione e cura della propria specie?

In questo rinnegare la Speranza e la Gioia trovano terreno fertile i morbi dell’egoismo, della perversione, dell’invidia, dell’indifferenza, della crudeltà.

 

Alba Gnazi 

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