Umorismo, comicità e satira PDF Stampa E-mail
Domenica 22 Marzo 2009 12:18
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Umorismo, comicità e satira
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UMORISMO, COMICITÁ E SATIRA

 

Le origini – Bergson e Pirandello

 

Consentitemi in primis di fare un distinguo fra umorismo, comicità e satira; tre sorelle molto diverse, ma figlie dello stesso padre che è la capacità di suscitare ilarità e divertimento, sebbene con diverse sfaccettature, contenuti e motivazioni.


L’umorismo classico serve a strappare la risata,  a creare divertimento,  vive e si nutre di  situazioni assurde, bizzarre, fuori del comune, ed ha origine quando la logica  intellettuale subisce una repentina svolta verso il grottesco, il carnevalesco e a volte, ahinoi, verso il demenziale, quando l’azione, cioè, esce fuori dagli schemi standard dell’usuale creando ilarità. Uno scivolone sul bagnato, tanto per citare un esempio classico, e così pure una torta in faccia,  un uomo in mutande sorpreso dalla governante o da un marito geloso, provoca e strappa la risata.  Può essere sufficiente anche una barzelletta, magari da caserma o da convento come si vuole (sempreché non sia enormemente stupida o raccontata male) purchè abbia un contenuto definibile inequivocabilmente come  anormale, inusuale o irregolare e che racconti fatti che esulano dallo standard quotidiano  mettendo in risalto in assoluto il ridicolo.


Ridere del ridicolo, ridere di gusto per tutto ciò che ci appare inconsueto, è, a mio modo di vedere, uno strumento terapeutico che ci permette di affrontare il quotidiano nel modo migliore.  “Humor”, che in latino significa umidità, liquido,  è uno sciroppo virtuale che va assunto a grandi dosi,  quasi come un unguento miracoloso che con un sorriso possa curare la nostra emotività devastata dal quotidiano.

 

Henri Bergson
Henri Bergson

 

Se l’umorismo è l’interpretazione distorta e ridanciana del quotidiano vivere, sia pur semplice nel suo essere ispirazione di un cauto sorriso o di una sana risata, la comicità è il suo involucro, il suo humus naturale fatto di dettagli e contorni ben definiti.   La comicità secondo Bergson, un filosofo francese autore di un saggio intitolato  “Le rire”, Il riso. Saggio sul significato del comico”, è la pura intuizione di una contraddizione, ovvero un avvertimento del  contrario.  “Non c’è nulla di comico” sosteneva “al di fuori di ciò che è proprio degli umani”.   E qui, parlando di umani, la dice lunga sulla necessità che hanno gli uomini di voler essere autoironici, non solo per comunicare il proprio disagio interiore inconfessato ma soprattutto per trovare la forza necessaria  per sopravvivere.  Qui c’entra poco Bergson, ma partendo dalla sua tesi sugli umani, aggiungerei anche che, il simpatico colloquio fra due uccelletti su un ramo, certamente sufficiente a strappare un sorriso, resta  nient’altro che una “freddura” all’inglese, mentre sentirsi tirare per la giacca in una “situation” che può probabilmente capitare anche a noi... beh, è tutta un’altra cosa. Non è più, semplice umorismo, ma diviene un valido strumento di comunicazione, un messaggio, e allo stesso tempo un eccellente metodo di esorcizzazione delle nostre innumerevoli paturnie.


Persino Pirandello  disse la sua sulla distinzione fra umorismo e comicità, sostenendo il concetto di umorismo inteso come sentimento del contrario, ovvero come processo di identificazione con il soggetto (umano) che si osserva (in piena sintonia con Bergson); un’osservazione, quindi, che suscita ilarità e di cui ci si prende gioco,  mentre il lato comico è l’assetto razionale  successivo all’azione, quello che la ragione cataloga come sentimento del contrario e ti lascia riflettere.


Ne “L’umorismo” del 1901, infatti, Pirandello dice:  “Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario.  Ed è tutta qui, la differenza tra il comico e l’umoristico”.

 

Luigi Pirandello

 

Condivisibile il pensiero del grande drammaturgo, per il suo ritorno al ragionamento immediatamente dopo essersi lasciato andare al riso per la situazione comica da lui citata; ma non credo,  tuttavia,  che sia sempre necessario cercare di essere raziocinanti in generale.  Anche nelle situazioni più assurde e critiche della nostra vita, credo che, pur senza sottovalutare ciò che ci accade, si dovrebbe esprimere sempre un atteggiamento di grande apertura e di profondo ottimismo, e godersi, quando è possibile, una situazione comica per quella che è: l’opportunità di alleviare il carico dei nostri tempi.

Naturalmente non è così semplice, e limitarsi alla visione umoristica potrebbe non avere molto senso; servendosi di gestualità, di travestimenti, e di un corollario di trovate carnevalesche che esaltano il semplice ridere, infatti, la comicità conferisce corpo e consistenza, e oltre a fornirgli un involucro e la ragion d’essere diventa non solo un mero divertimento  ma un formidabile strumento di comunicazione e di contatto con il nostro prossimo.  La pubblicità ne è un valido esempio, a ben pensarci: può divertire, è accattivante, convince e rilassa (sempreché non ci interrompa un film sul più bello naturalmente, ma utilissima se devi rispondere al telefono o andare in bagno).  

 


Filosofia pret-a-porter – L’umorismo di Campanile

 

Diverse sono le interpretazioni dell’umorismo e della comicità, e ben vengano oltre alle barzellette in spiaggia e i battibecchi da pianerottolo, anche i libri mordi e fuggi che ci pervengono dai network televisivi: ben 120 pagine scritte (?) con interlinea 2 da validi cabarettisti, sedicenti fotomodelli o neo-ministri.  Prezzo medio 7-8 euro, poco più di due pacchetti di sigarette, con un tempo medio di lettura pari alla tratta Milano-Napoli in aereo.   Queste opere, che hanno una vita relativamente breve,  vendono bene, e alla fine della fiera assolvono il compito di far sorridere la gente che li compra.   E allora? Anche questa è arte in fondo, non di spessore intellettuale ma rispettabile come tutti i parti dell’intelletto e nel rispetto del lavoro umano, ma è altrettanto vero ciò che ci resterà per sempre impresso nella mente e nel cuore per lungo tempo potrà essere solo la sottile ilarità di Pirandello, la magica sobrietà che ci trasmette Stefano Benni sulla periferia urbana e sui bar dello sport con i suoi personaggi grotteschi ma vivi, e sulla gustosa e storica autoironia della complicata provincia italiana da lui descritta.


E che dire dell’ovattata e furba intrusione in punta di piedi, e della filosofia pret-a-porter divulgata dal grande Luciano De Crescenzo?  Che con i fattarielli  è riuscito ad ottenere  non solo grossi successi editoriali ma anche risultati esaltanti dal punto di vista dell’arricchimento culturale di molti di noi, ai quali esperti insegnanti, e seriamente, hanno solo messo sonno a scuola. Alla fine, è la strada, quella che ti insegna di più.  La strada, i vicoli, i cortili condominiali, soprattutto nel nostro Paese che è una riserva inesauribile di comicità e umorismo; uno sceneggiato con dialoghi improvvisati e ambientazione da palcoscenico che nessun posto al mondo può offrire e che ci vede protagonisti. E  lo facciamo così bene da voler addirittura provocare noi stessi “una situation comedy” con il nostro modo di vivere disinvolto,  solo per recitarla da protagonisti.  E parlo di noi italiani, un popolo unico e fantasioso  unito dal genio e la sregolatezza, ma diviso da tanti dialetti, mille gusti diversi, svariate metodologie di parcheggio e qualche punto di vista comune.

  
Luciano De Crescenzo
Luciano De Crescenzo


Far ridere non è facile. E poi, ridere di cosa? Ridere del ridicolo?  Può non essere sufficiente.  Insegnare divertendo? Ben venga. Ridere solo perché fa buon sangue?  Ognuno rida come vuole, va bene così. Anche ridere dell’assurdo, perché no?  Un assurdo probabile, possibile,  anche se tocca i temi della vita e della morte o gli accostamenti più strani, come ad esempio questo:  “Se l’anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto,  resta la parte migliore. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo, ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile, ma la peggiore: il gambo”, quindi, “Per concludere, e terminarla con un’indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che ,da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima”.


Era il grande Achille Campanile a dirlo, e, cercare una correlazione fra un ortaggio e l’immortalità dell’anima, se oggi è una sottile e palpabile ironia ed un pratico filosofare, ai suoi tempi poteva essere (e lo era) una vera provocazione.

 

Achille Campanile
Achille Campanile 

 

Nato agli inizi del novecento, famoso per il suo umorismo surreale dietro il quale c’era il fine drammaturgo, anticonvenzionale, arguto e colto, Achille Campanile inizia la sua carriera come giornalista de “La Tribuna” e poi con altre testate, lasciando nel dubbio chiunque cercasse di capirne il lavoro, se era un genio o uno “squilibrato” in senso lato.   Oggi potremmo dire che era un coraggioso pioniere, padre di uno stile moderno, d’avanguardia, e ispiratore di una comunicazione tipica alla ricerca dell’effetto, del colpire tutto e tutti con audaci battute umoristiche,  sebbene si trattasse degli Anni Venti in Italia, un periodo difficile, chiuso alle novità e alle nuove culture emergenti, e oscurato da una situazione politica che sfociò in ben più gravi eventi sociali.


Famoso per i suoi atti unici teatrali, che qualcuno oggi potrebbe definire bonsai alla  Jacchetti, il grande Campanile con poche battute rapide, incisive e di grande effetto, partendo magari da uno dei suoi protagonisti o solo da un titolo,  li esaltava fino al parossismo.  Non a caso, e ben presto,  già agli  inizi  della sua carriera di scrittore  attirò l’attenzione persino di Pirandello; e non è poco.


Quella di far ridere è un’arte che Campanile fece sua esprimendosi in tanti modi.  Sempre molto elegante e con l’immancabile monocolo, oltre ad innumerevoli lavori teatrali e cinematografici collaborò  attivamente anche con la neonata televisione dove curò una rubrica di critica televisiva apparendo lui stesso sul piccolo schermo, e dove realizzò persino uno spot pubblicitario per Carosello.  Tutti gli... over-anta si ricorderanno sicuramente di Carosello e di quando gli spot pubblicitari si chiamavano reclàme.  Gli stessi che poi se ne andavano a nanna subito dopo.


Le battute di Campanile erano un pò come sferzate di umorismo spicciolo, populista ma finemente progettato, un pò come barzellette di gran pregio e di grande effetto  che fecero di lui uno dei più grandi umoristi italiani.   Eccone qualcuna fra le più famose:

“Dove vai?”
“All'arcivescovado. E tu?”
“Dall'arcivescovengo.”


La stella nell'imbarazzo

La prima stella: Ma che vorrà da me quell'astronomo?
La seconda stella: Perché?
La prima stella: Mi sta fissando da un'ora con il cannocchiale


In banca (parlando di sé)

“Un giorno, avendo bisogno di quattrini, mi presentai allo sportello di una banca e dissi al cassiere: "Per favore, mi potrebbe prestare centomila lire?".  Il cassiere mi disse: "Ma sa che lei è un umorista?".  Così scoprii di esserlo.

 


Castigat ridendo mores – Dario Fo - Pasquino

 

Il filosofare spicciolo sul distinguo fra umorismo, comicità, eccetera,  in tutte le forme e in tutte le collocazioni e connotazioni e la capacità introspettiva di una comicità intelligente e di grande comunicazione, tutto ciò che riguarda le tre sorelle insomma, ci conduce inevitabilmente a considerare che, se sia vero che tutto il lavoro intellettuale dell’uomo possa diventare arte, ebbene questa sicuramente lo è; un’arte che nasce dal vivere quotidiano, che si nutre delle nostre goffe imperfezioni che ci ritornano come un piccolo spaccato di cui poter fare tesoro come i consigli di un amico.  Ridere insomma è come un messaggio che ci viene dal teatro, dal cinema, dalla pubblicità, e dalla televisione che è entrata nelle nostre case di soppiatto come un elettrodomestico costoso e riservato a pochi eletti  e che oggi, in un numero di apparecchi non inferiore a quattro unità per famiglia, gode degli stessi privilegi del frigorifero e della lavabiancheria: la casta degli assolutamente indispensabili.   Ma non divaghiamo, perché, alla fine della fiera, quello che ha fatto dell’umorismo il suo humus ideale, è la satira; una folta letteratura, ovviamente di genere, che dell’ironia fa un uso che spazia dal profilo modesto finalizzato al puro divertimento fino ad un altissimo livello culturale;  un modo di scrivere leggero e comprensibile a tutti come si vuole, che opera a sostegno di valide argomentazioni sociali, culturali e politiche, suscitando attenzione, incuriosendo, e persino istruendo la gente senza tediarla.


La terza sorella, la satira, è qualcosa di molto diverso.  Complessa nel suo essere, è la più aristocratica delle tre già citate sorelle, ed è un genere di umorismo che ha come scopo  principale  non  solo quello di divertire e suscitare  ilarità  ma per castigare potenti e prepotenti, per denunciare ingiustizie e soprusi, per richiamare l’attenzione e  per comunicare in un leggiadro sbuffo di allegorie anche il nome e il cognome di colui al quale la critica si rivolge.  Jean de Santeuil fu il creatore della famosa  frase che definisce meglio il concetto di satira come genere di umorismo che, con divine e accorte citazioni, ridicolizza i difetti umani per rimettere a posto le cose: ”Castigat ridendo mores”, ovvero  correggere  i costumi deridendoli.


Certamente la satira esiste da tempo.  É nata con l’uomo e come  strumento di pacata contestazione e di ironia verso le cose storte.  Singolare un passaggio da “Breve storia della censura e della satira” di Dario Fo e Franca Rame, insieme al loro figlio Jacopo:  “Gesù fu probabilmente tra i primi a rifiutare la cultura autoritaria del suo tempo, e la sua predicazione, in alcuni momenti, si riempie di senso dell’umorismo quando racconta che è più facile che una gomena passi per la cruna di un ago che un cammello entri nel regno dei cieli!” (in realtà fu una traduzione sbagliata perché non si trattava di un cammello ma di un ricco!). E ancora, i miracoli di trasformare l’acqua in vino, o salvare un’adultera dalla lapidazione erano gesti rivoluzionari che si opponevano alla cultura dominante, ma è innegabile che, dove non può l’azione, possano invece il pensiero e la battuta ironica.


La satira, quindi, non è solo un genere umoristico, è uno stile letterario che si estrinseca essenzialmente in una critica elegante, palese o mascherata, che viene rivolta agli argomenti  importanti per la società. Sia essa politica,  religiosa o sociale, e in qualsiasi epoca, una lingua tagliente, cauta ma incisiva,  sobriamente colta e intelligente,  ha sempre agito sulla gente con questo strumento, divertendola e incitandola ai cambiamenti innovativi o rigorosamente conservatori,  e  quindi aperta proprio a tutto  e a tutti.  Ne sono validi esempi la satira espressa dalle commedie di Aristofane, noto conservatore  molto  arrabbiato che prende di mira tutto e tutti, dalla  politica ateniese agli stessi Dei,  puntando il dito su Euripide e persino ingiustamente contro Socrate,  oppure le satire di Orazio, che attacca i comportamenti, e cioè il peccato e non i peccatori (peraltro persone comuni e nemmeno illustri),  le ballate dei  giullari di corte che con le loro moine, in realtà, e inconsapevolmente, pur declamando storie di vario genere e distinguendosi dai giullari di strada di diversa levatura culturale e morale, celavano già un cauto atteggiamento oppositivo al potere, e ponevano la prima pietra della satira politica.   E che dire di Voltaire che usò la satira contro la religione,  i privilegi dei nobili e la metafisica,  schierandosi nettamente contro i pregiudizi e il fanatismo,  sbandierando e sostenendo il  raziocinio della scienza?  In tutti i casi,  pertanto, e per qualsiasi motivazione, la satira viene utilizzata come strumento letterario a favore di un cambiamento importante.   Ma procediamo con ordine e facciamo un salto indietro nel tempo nella Roma del XIV secolo dove troviamo una delle più famose statue “parlanti”,  conosciuta meglio dai più come “Pasquino”.

 

Pasquino
Pasquino

 

Questo frammento, sbucato fuori per caso nel 1501, (e in questo caso non c’entrano i lavori della metropolitana di Roma), proviene da un gruppo statuario ellenistico e raffigura Menelao che sorregge Patroclo.   Tirato via dal fango nel bel mezzo dei lavori di risistemazione di una piazza fu sistemato su un piedestallo dal cardinale Oliviero Carafa, e da allora è divenuto leggenda.  Sulle origini del nome Pasquino, sono molteplici le interpretazioni che ci lasciano nel vago (come la Storia non scritta ci ha ormai abituati)  mentre immutato nel tempo resta il fatto che questo “totem”, al quale venivano affisse locandine in versi, o cartelli legati al collo della statua stessa, fu usato dal popolo per fini propagandistici, anche con la complicità di letterati (forse pagati per farlo) per esternare critiche  e indirizzarle ai notabili del tempo; perlopiù personaggi in vista come lo stesso Pontefice di turno, il cui potere temporale ne faceva un uomo potente, molto spesso spietato e impopolare, e quindi destinatario ideale di questa strana ma efficace messaggistica.  Poiché a quei tempi bastava poco per perdere la testa, e non mi riferisco all’infatuazione per una bella donna bensì alla corda del boia, questi messaggi,  definiti in seguito “pasquinate”, rigorosamente anonimi e in rima,  recavano metafore alle volte incomprensibili se non a chi erano indirizzati.


Qualcuno naturalmente pensò di distruggere la statua, come Adriano VI (l’ultimo papa straniero prima del grande Carol) che ordinò di gettarla nel Tevere.  I cardinali però, considerando  estremamente pericoloso un  "attacco" così diretto al popolo, lo ritennero un gesto inutile, anche perché, quando successivamente fecero vigilare la statua giorno e notte dalle guardie, le “pasquinate” apparvero ancora più frequentemente ai piedi di altre statue che saltarono fuori in tutta Roma. Allora tanto valeva saggiamente tenersene una, la prima, e non complicarsi inutilmente la vita.   

 

Una satira infuocata, quindi, quella che il popolo furente esercitava servendosi di Pasquino  contro l’arroganza e la corruzione  sempre a rischio delle frequenti rappresaglie e delle pene invero molto pesanti, che si è protratta anche più in avanti con le “pasquinate” relativamente  più  vicine a noi, come in occasione della visita di Hitler a Roma, dove con la capitale interamente ricoperta di cartone e gesso, ovvero adornata in onore dell’illustre ospite,  Pasquino non si smentì sentenziando:

Povera Roma mia de travertino!
T'hanno vestita tutta de cartone
pè fatte rimirà da 'n'imbianchino".


Oppure, nel recente, in occasione della visita dell’ex presidente Gorbaciov, un evento storicamente importante ma che mise in ginocchio il traffico di Roma:

La perestrojka nun se magna
da du' ggiorni ce manna a pedagna
sarebbe er caso de smammà
ce cominceno a girà".


Una libera manifestazione del popolo, quindi, che servendosi della letteratura umoristica satirica, corregge, o almeno prova a sollevare qualche problema per un auspicabile cambiamento. Questo ci riconduce nuovamente alla connotazione della satira come uno strumento di grande comunicazione  rivolto ai temi fondamentali della società.   In questo caso, siamo al cospetto di una satira classica; quella politica di antichi rigori animata soprattutto dalla necessità di sopravvivenza più che dal bisogno di cambiamenti, il che ci induce a pensare che ogni epoca abbia la “sua” satira.

 

 


 

 

 

Trilussa – Nasce il cabaret

 

Un altro grande interprete della satira classica è stato Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri) un grandissimo poeta che, avvalendosi della sua “romanità”, e conseguentemente di uno dei dialetti più “pittoreschi” ed espressivi d’Italia (un altro dei nostri patrimoni culturali da salvaguardare per le generazioni future) che a quei tempi era solo un linguaggio riservato alla plebe e non un dialetto vero e proprio, è riuscito a deliziarci con la sua letteratura apparentemente populista e ridanciana, ma terribilmente sottile, arguta e profonda.

 

Trilussa
Trilussa

 

Una sequela di trovate geniali, tradotte in rima con metafore di spessore a volte anche molto audaci, grazie alle quali Trilussa diviene il cronista satirico di mezzo secolo di  politica italiana,  utilizzando persino le favole come strumento di comunicazione.  Ben mezzo secolo di intensa vita politica e sociale se si pensa al quasi quindicennio giolittiano,  poi alla Grande Guerra, e agli anni del fascismo e del dopoguerra. Un intervallo temporale che gli consentì di attingere mille fatti e di descriverli,  divertendo il lettore  e commentando con ironia gli intrallazzi del potere, il fanatismo e la corruzione con una fluida e geniale capacità letteraria.  Dialettale? Certo, e quanto si vuole, ma molto vicina all’italiano, e quindi comprensibile anche ad un pubblico di livello più elevato della Roma popolana, ed è ciò lo ha reso popolarissimo, e non solo per la “Vispa Teresa” o per la famosissima statistica del pollo che di seguito riporto:


La statistica

Sai che d'è la statistica? È na' cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa

Ma pè me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale
pè via che, lì, la media è sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:

e, se nun entra nelle spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perch'è c'è un antro che ne magna due.
 


C’è da sottolineare, leggendo “La Statistica”,  la grande modernità della sua satira, che potrebbe essere utilizzata anche oggi, con uno spirito critico di tale spessore come il suo, facendo man bassa nella cronaca.  Trilussa magari  avrebbe potuto scrivere  qualcosa sull’eventualità di non riuscire a superare la quarta settimana,  o suggerire e scrivere i testi per Zelig in tivù, oppure i discorsi per qualche politico bisognoso di “un autentico ed adeguato umorismo di grande impatto internazionale”. Chissà?

 

Un altro rivolo del grande fiume della satira è il cabaret.  Uno spettacolo di intrattenimento, semplice come si vuole, in cui viene prevalentemente posto l’accento su una fine, intensa e sapiente diffusione satirica dei fatti. Espressione più culturale di altre forme antiche di intrattenimento umano, in cui la cantata e la ballata erano le uniche espressioni artistiche, il cabaret,  il cui termine deriva originariamente dal francese e che lo identifica come “taverna”, era un posto dove poter consumare cibo e bevande.  Basta pensare che nel XV e XVI secolo, in molte località europee,  i locali pubblici di questo tipo, perlopiù  bettole e mescite di vino mal frequentate, che oltre alla rituale consumazione e alle cantate e ballate, accoglievano anche artisti e intellettuali che per manifestare idee, lanciare messaggi palesi o velati in direzione del potere costituito utilizzavano la platea esibendosi in monologhi più o meno divertenti.

 

Il primo  cabaret europeo pare sia stato messo in piedi a Parigi  da un certo Rodolphe Salis nel 1881, lo Chat Noir, e, trattandosi di uno spettacolo essenzialmente popolare, sorse ovviamente  in un quartiere che più bohèmien non si può, come quello di Montmatre.

 

Chat noir
Locandina dello “Chat Noir”


Ebbe un notevole ed immediato successo come nuova forma di genere teatrale, e ben presto si diffuse come un incendio in altri posti: in Germania, con lo Schall und Rauch di Max Reinhardt poi trasformato in teatro, il Voltaire di Zurigo, e in Russia. E qui siamo già nel 1908 per l’inciso, agli inizi di un secolo ricco di eventi e di cambiamenti, cui la satira, il cabaret, il teatro e tanta letteratura, cominciarono a funzionare come un meccanismo oliato di diffusione culturale, nuove ideologie e propaganda politica con conseguenze piacevoli e non, perché erano tempi duri per tutti, basti pensare, ad esempio, a come doveva essere eroico il cabaret in Germania dopo la prima guerra mondiale, mentre una particolare attenzione, credo sia doveroso rivolgerla al cabaret della Berlino degli anni ’20 e ’30, un periodo storico in cui la Germania  poté registrare una grande evoluzione culturale.

 

Con l’avvento della Repubblica di Weimar, in una Germania neo-repubblicana che si avviava  pochi anni dopo ad assistere all’ascesa di Hitler al potere, il cabaret, libero dalla censura, divenne l’espressione della evoluzione sociale e delle mode del tempo  e la satira  assunse  un significato che andava ben oltre la classica critica ironica, fino a quando, una volta al potere Hitler non ne la cancellasse definitivamente.  Successivamente, quando i venti della seconda guerra mondiale erano già avvertibili,  e quando il messaggio che la satira lanciava in  opposizione al nazionalsocialismo tanto da essere addirittura vietata intorno al 1935, con la medesima impostazione, nella Germania dell’Est,   operò contro il regime comunista.  Uno strumento per tutte le stagioni.

  
Di recente sono state rinvenute alcune canzoni del cabaret berlinese, censurate dal regime nazista; un genere musicale, molto attuale peraltro, che in origine veniva eseguito solo a Berlino, la cui vivezza e modernità dei testi testimoniano l’attenzione ad argomenti non proprio leggeri a quei tempi, come: il sesso, la corruzione politica, le tendenze della moda.  Alcune di queste canzoni, addirittura, si riferiscono all’amore eterosessuale facendone quasi oggetto di scherno, o esaltano l’omosessualità  (das Lila Lied, la canzone viola, che è sicuramente una rivendicazione d’altri tempi dei diritti gay) e soprattutto l’amore lesbico, fino alla Maskulinum-Femininum, un brano che con un turbinio di allusioni e di confusione sostenne lo scambio dei ruoli fra uomo e donna; un testo che mai prima di allora era stato nemmeno immaginato da qualcuno.

  
In un noto locale berlinese, l’Eldorado, era consentito ai gay e alle lesbiche di frequentarsi, soprattutto alle donne. Nel 1928, quando si contavano già oltre 45.000 soci di diverse organizzazioni omosessuali tedesche ed esisteva addirittura una rivista lesbica, “Die Freundin”,  Margot Lion e nientemeno che la famosa Marlene Dietrich cantavano Wenn die Beste Freundin (...quando la migliore amica) con indosso delle violette.

 

Dietrich e Lion  
Marlene Dietrich e Margot Lion

 

Tra le righe, e aldilà del puro discorrere, il pubblico doveva essere dotato di una profonda cultura per cogliere le sfumature di questa arguta ed inconsueta satira; i testi, infatti, non erano da canzonette umoristiche, ma erano ricchi di allusioni e rifermenti di carattere storico e culturale, com’era nelle aspettative degli autori  di poter contare su un pubblico di livello alto; almeno quanto la moderna satira si aspetta dal proprio pubblico oggi.

 


Il cabaret italiano – Il Derby e il Bagaglino

 

In Italia, tanto per cambiare, il cabaret arrivò molto dopo ed ha stentato ad affermarsi, anche se, ad onor del vero, c’era già la rivista che in qualche modo aveva qualche affinità per il populismo dei contenuti e per la massiccia presenza di piccoli e rumorosi teatri per diffonderli, ma prima di passare ad un vero e proprio serbatoio di gag satiriche era ancora presto.  Le radici partono dai locali meneghini dove l’humus nel quale proliferò il cabaret era essenzialmente di sinistra.  Personaggi divertenti, trasgressivi e politicamente impegnati, riuscirono ad esprimere una satira nuova, intelligente e ricca.


Siamo nel 1963, quando esordirono Giancarlo Cobelli e Laura Betti, e grandi nomi come Jannacci e Gaber,  nel ’65,  che si formarono artisticamente sul palco del Derby Club continuando ad esibirsi per oltre un decennio.  Seguirono a ruota Svampa e Patruno, tra il ‘64 e il ‘69, che con Gianni Magni e Roberto Brivio formarono il quartetto dei “Gufi”, in tuta nera classica da cabaret, ironici e sarcastici, fecero della “Castigat ridendo mores” di Santeuil la loro bandiera.  I “Gufi” se la presero con stile e diplomazia contro l’Italietta di quei tempi che vedeva da una parte i nuovi ricchi e i piccoli borghesi prodotti dal  boom economico, e dall’altra i meno abbienti cui però la Fiat riuscì a dare un’automobile a rate,  e,  come conseguenza dei tanti stimoli che provenivano soprattutto dagli U.S.A.  s’impegnarono moltissimo anche contro il razzismo e le disparità sociali.  “I Gufi” aprirono la strada ad altri rivoli della stessa matrice satirica  e negli anni a seguire salirono alla ribalta altri validi artisti come Umberto Smaila, e Jerry Calà, Salerno e Oppini, meglio noti come “I gatti di vicolo Miracoli”.


Negli anni settanta,  grazie anche alla televisione, si ebbe una diffusione ancora maggiore del cabaret con innumerevoli esempi da ricordare con simpatia ed anche con una punta di commozione, pensando al grande Massimo Troisi  de “La Smorfia” con Decaro e Arena a Napoli. Ancora a Milano, che definirei capitale del cabaret senza togliere merito alcuno ad altre città, dove cominciarono ad apparire Cochi e Renato,  Boldi, Teocoli,  e tanti altri, per non parlare della partecipazione a questo tipo di spettacolo di attori del calibro di Paolo Villaggio e Dario Fo,  di Benigni, e Gigi Proietti a Roma. 

 

 Cochi e Renato
Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto

 

Chi si ricorda di Cochi e Renato e del famosissimo “Bravo sette più!”?  Oppure della strofa “la gallina non è un animale intelligente, lo si capisce, lo si capisce, da come guarda la gente!”.   Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, un formidabile duo comico nato al Derby di Milano come moltissimi altri, ma che vede consacrato il proprio successo soprattutto in televisione con un genere di comicità totalmente nuova per quei tempi;  soprattutto con le canzoni scritte con Jannacci con un risultato surreale, a volte poco comprensibile ai più, anticonformista  e ovviamente di sinistra, che ben presto entra addirittura nel linguaggio quotidiano (Come porti i capelli bella bionda oppure E la vita l’è bella basta avere l’ombrella).  In grado di alternare scenette comiche, monologhi privi di senso o deliranti e gag rapide,  il duo trova inizialmente qualche difficoltà ad essere compreso dal pubblico adulto, mentre i più giovani ne compresero immediatamente sia il talento sia il messaggio contenuto nei testi delle loro canzoni e nel dialogo dei loro sketch, trascinando poi anche tutti gli altri.


A un certo punto Renato Ponzoni  comincia a fare del cinema, ma la coppia regge e continua ad esibirsi, soprattutto in televisione, siamo nel 1974, poi esplode il successo per Renato come nuovo comico del cinema italiano, e dopo una serie interminabile di pettegolezzi, dissapori, smentite, fra lo stupore di tutti, i due si dividono nel 1976.  Dopo alcuni film insieme, i due comici prendono strade diverse, Renato verso altri successi cinematografici, e Cochi che si dedica al teatro.  Dopo una lunga serie di tentativi e piccole apparizioni televisive, i due si ritrovano nel 2005 a Zelig Circus,  per poi rimettersi insieme in teatro fino al recente “Una coppia infedele” in cartellone al Nuovo di Milano dallo scorso ottobre.  

E a Roma?  Il cabaret a Roma, a differenza di quello milanese impegnato politicamente e sostenuto da intellettuali di sinistra,  contava di esprimere una forma di divertimento per il pubblico lasciando fuori ogni velleità di satira politica e intellettuale, almeno agli inizi. Ciò comportò una netta contrapposizione delle due scuole artistiche.  Nel 1965,  infatti, quando fu fondata la compagnia de “Il Bagaglino” grazie a Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci, l’orientamento era proprio quello di mettere in scena un genere teatrale apolitico.

I primi ad essere ingaggiati nella compagnia furono Oreste Lionello, Leo Valeriano e Pino Caruso, poi nel 1967,  uno dei fondatori, il giornalista Luciano Cirri si separò dal nucleo originario e intraprese una nuova strada, con un gruppo di artisti nuovo e con uno stile marcatamente di destra.

 

Il Bagaglino
Locandina del Bagaglino

 

La nuova compagnia di cui faceva parte Oreste Lionello, recentemente scomparso, e lo stesso Leo Valeriano, reclutò Claudia Caminito  e  dopo un pò Anna Mazzamauro al suo posto,  infine Gianfranco Funari.  Il nuovo Bagaglino nel '72 si esibì al Salone Margherita e l’anno dopo in televisione la cui regia fu affidata nientemeno che ad Antonello Falqui.

La lunga lista di spettacoli messi in scena dagli anni ’80, gravitavano sempre in un’orbita squisitamente satirica e con la particolarità di basare i contenuti sullo sfottò dei potenti, imitandone l’aspetto e le gesta con una notevole carica di ilarità e sarcasmo.  Tutto ciò grazie anche al livello degli attori che negli anni hanno calcato la scena con la compagnia, basti ricordare fra gli altri Leo Gullotta, Pippo Franco, Laura Trochel, Maurizio Mattioli, Gianfranco D’Angelo e last but not least Enrico Montesano.  E’ quasi superfluo elencare i politici e non, italiani e stranieri, che hanno subito il trattamento non sempre leggero di questa particolarissima compagnia.

 


Satira televisiva  e carta stampata – I nuovi “giullari”

 

Oggi, certamente la musica è un pò cambiata.  Non ci sono monarchi da detronizzare (anzi ce ne sono sempre meno, eccezion fatta per qualche staterello africano, per i quattro re delle carte da giuoco, e per gli inglesi), né dittatori da impiccare, né statisti da criticare; anche perché di statisti veri possiamo ricordare Giolitti, Cavour, De Gasperi, Churchill,  e  altri sei o sette nel mondo e da cinquanta anni a questa parte.  Il termine statista viene sempre meno usato in cambio di un generico “uomo politico”, che prescindendo dalle cariche che andrà a ricoprire più o meno importanti, resta essenzialmente  un uomo di spettacolo.   Un tempo i politici tagliavano nastri e ponevano corone d’alloro ai caduti per rientrare dietro le mura protettive della res publica, oggi sono autentici  protagonisti delle telecamere,  partecipano ai talk-show  e ballano sotto le stelle.  Tutto ciò ha significato che la satira, che vige tuttora “contro” costoro, e che grazie a Dio è ancora viva come pure la democratica possibilità di esercitarla, è molto più fine ed elegante, più sopportabile; qualche volta, magari, prende una strada più sdrucciolevole delle altre e qualcuno s’offende, ma poi finisce italianamente a taralli e vino.  I giullari di un tempo, o meglio i buffoni di corte nell’espressione deteriore del termine, un tempo finivano a testa in giù dal ponte levatoio se osavano canticchiare e palesare le gesta amatorie extraconiugali del proprio monarca o quando esaurivano la carica di ilarità ed il numero di stupidaggini in repertorio. Inoltre,  mentre era costante il senso del dileggio canzonatorio del giullare, sbandierato come satira o come umorismo, esso era volto essenzialmente al mantenimento opportunista del proprio status quo a corte e dell’acquisizione/conservazione di un posto a tavola col monarca di turno.

 

Negli anni ’70 le cose erano molto diverse, come tantissime altre.  Ricordo che una sera, tornando dal lavoro, mi attirò la testata di un giornale autorevole che a caratteri cubitali diceva: “E’ esplosa una caldaia a Montecitorio – Non si contano le vittime!”.    Ero poco più che ventenne allora, nel ‘77 più o meno,  e quindi ben disposto a credere a qualsiasi cosa mi passasse davanti, senza mai cercare una spiegazione.  Non comprai il giornale, ovviamente, ma lo raccontai a mio padre una volta a casa.  La sua risposta fu lapidaria: “Non è scoppiata una caldaia, Robertì, l’aggiù visto pur’io stu giornale”- “Sono quei figli di buona donna de “il Male”, quelli che fanno i giornali falsi!”.

 

Seppi poi che si trattava di un giornale satirico intitolato: “Il “Male”- fondato da Pino Zac nel ‘77, e che fu pubblicato fino a tutto il 1982.   Per la verità fu una delle più importanti riviste satiriche italiane, con firme autorevoli e validissimi disegnatori come Cinzia Leone e Jacopo Fo, e scrittori come Angelo Pasquini.   Il giornale si ispirava ad un giornale parigino da cui proveniva lo stesso Zac,  intitolato “Le Canard enchaìnè”, l’anatra incatenata, ed esordì dapprima come “I quaderni del sale” e poi come “Il Male”.

  

Il Male
Una prima pagina satirica de “Il Male”
Ugo Tognazzi capo delle B.R.

 

Una delle principali caratteristiche di questa satira travolgente era appunto la capacità indiscussa di imitare le prime pagine dei quotidiani, con titoli che attiravano l’attenzione, assurdi ma possibili, come il mio caso della caldaia di Montecitorio.  Un evento storico a quei tempi e un  fenomeno di costume, sempreché si faccia anche ammenda delle  migliaia di sequestri e processi subiti dalla redazione, soprattutto dalla Chiesa, dal mondo dello spettacolo e della politica.  Riuscirono anche a mettere in pericolo il compromesso storico annunciando una rottura fra Berlinguer e la Democrazia Cristiana e ad annunciare la Terza Guerra Mondiale.

 

Vista meglio oggi, era una redazione di uomini coraggiosi, di alto livello culturale, e dotati di una notevole dose di ironia che consegnò ai posteri una letteratura satirica pregevole.  Quello che oggi si potrebbe definire un  “cult” nel suo genere.  I tempi cambiano, tuttavia, e sono finiti ormai i giullari che cercavano solo di divertire le corti, e se è vero che la satira ha conservato in generale il senso del divertimento finalizzato al cambiamento ed alla critica, magari non più clandestina come in passato,  oggi,  in qualche caso, è divenuta anche una forma di manifestazione di servilismo verso il potente di turno.

  

In pratica nella contestazione satirica oggi si evidenziano due posizioni diverse ed opposte, la destra e la sinistra, ovviamente,  e, al loro interno, due diversi atteggiamenti nel fare satira:  il primo, dileggiare divertendo e informando, dissacrando tutto e tutti con stile ed intelligenza,  facendo cioè una satira vera che cerca (com’è nella sua natura) di tendere al cambiamento reale, basato sulla denuncia e la ricerca di alternative democratiche sociali e politiche; il secondo,  grazie a Dio con una minore diffusione,  prevede lo sberleffo pre-autorizzato,  ispirato da chi conta su ciò  per farsi della pubblicità gratuita e di sponda servendosi di un comico fedele al suo schieramento politico.   I primi, nuovi giullari onorano la satira e la stessa democrazia, i secondi,  fortunatamente pochi,  ambiscono ad un “posto a tavola”, proprio come i giullari nel medioevo.

 

Marco Travaglio
Marco Travaglio

 

La figura del giullare “buono” di oggi invece (che è solo una definizione romantica che non vuole sminuire nessuno, soprattutto se i giullari hanno la penna all’arrabbiata di Travaglio e il suo livello sublime di fare e diffondere messaggi critici anche alle menti più distratte da ben più importanti problemi esistenziali come il campionato di calcio o le ferie)  già si prefigura come il giusto atteggiamento per un’artista o un giornalista di seguire i fatti della politica di turno,  nel pieno rispetto delle alternanze e come è assolutamente normale in una democrazia degna di essere definita tale, senza tralasciare gli eventi diversi dalla politica che ci riguardano e senza dimenticarsi di criticare anche quelli della propria parrocchia. Di fare della satira equa, alla fine.

 

Maurizio Crozza
Maurizio Crozza

 

Personaggi come la Guzzanti, Crozza, Grillo e tanti altri (di cui qualcuno costretto a dileguarsi e accompagnato alla porta come Luttazzi e Santoro qualche anno fa)  appaiono sempre più carismatici al pubblico televisivo,  siano comici oppure giornalisti,  poiché non più figure retoriche da messaggi subliminali  lanciati  ad una stolta platea da mescite di vino di un tempo, ma veri e propri guru della diffusione mediatica del dissenso ordinato, serio, civile e democratico che colloquiano con un pubblico attento e ben sveglio.   E’ senz’altro vero che tutto ciò si deve al fatto che sono cambiati i mezzi di diffusione, che è cambiato il livello culturale del pubblico e le esigenze della gente comune, e che, infine, la tecnologia e la veloce divulgazione nel villaggio globale che consentono un rapidissimo interscambio di esperienze e di messaggi più delle parole dette in piedi su una soap-box in un parco, risultano molto più efficaci. 

La satira si è sempre nutrita di questo, criticare i potenti per cambiare le cose, certo, magari non saremo più costretti ad appiccicare su una statua antica i nostri desideri o rischiare di far arrabbiare un papa, perché le cose sono cambiate. E, se i potenti vanno in televisione, dove trasmissioni come Ballarò o Porta a Porta sfondano l’audience, e dove sono di casa comici di valore come i citati Crozza e company, e nelle case, sul divano, c’è un pò tutta la famiglia ad ascoltarli, con quattro o cinque telecomandi di diverse tivù e pay-tv interattive, beh... qualcosa è cambiato sul serio, ma in meglio.  Speriamo che duri.  


ROBERT EWING


 

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