Due le Sfingi d'Egitto? PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Domenica 09 Gennaio 2011 17:56

 

 

"Hor-em-akhet e il suo doppio"

 

Due le Sfingi d’Egitto?

 

(di Michele Manher - "Archeomisteri" n. 35 – Settembre/Ottobre 2007)

Bassam El Shammah è un giovane professore di Egittologia del Victory College di Alessandria che ha completato i suoi studi alla Helwan University del Cairo. Da una decina d’anni a questa parte è il massimo (ed unico in sede scientifica) propugnatore della tesi circa l’esistenza nel passato di una seconda grande Sfinge nelle vicinanze di quella, a tutti nota, di Giza.

Il professor Shammah, nel sostenere questa sua tesi, parte da una serie di premesse esatte per arrivare tuttavia a delle conclusioni ipotetiche, e mai verificate, circa la presunta esistenza di un’altra sfinge, uguale a quella che tutti noi conosciamo, che avrebbe troneggiato un tempo anch’essa sull’altopiano di Giza accanto alla sua "gemella" sopravvissuta.

L’archeologia ufficiale ha già dimostrato tutto il suo disprezzo, se non proprio orrore, per questa immaginifica tesi, già fin dal suo primo pubblico apparire nel lontano 1997 ma, per quanto strano, assurdo ed inconcepibile possa sembrare esiste un documento storico che parla di questa eventuale, presunta seconda sfinge ed è la "Stele del sogno" di Thootmosis IV.

Ecco cosa c’è scritto su questa celebre stele, posta ancora oggi tra le zampe anteriori della Sfinge di Giza, a partire dal sesto rigo (dalle traduzioni di D. Mallet, E. Bresciani e B. el Shammah):

6 "quando giunse l’ora di permettere ai suoi accompagnatori di riposare, egli (andò) nel tempio Soped di Hor-em-Akhet, accanto a Sokar in Rostau e Renenet nel Giamut Superiore la Madre che genera gli dei del Nord, la signora del muro del Sud,7 Sekhmet che regna a Xois (con) Set il Grande di magia. Di fronte al sacro luogo della creazione, che si eestende fino alle terre dei signori di Keraha ed al sacro sentiero degli dei (che arriva) fino al cimitero occidentale di Eliopoli, la grande statua di Khepri giace in questo posto, grande di potenza, il più grande degli spiriti, il più eccelso tra quelli che sono venerati, quando produce l’ombra con il Sole sopra di lui. Gli abitanti di Menfi e di tutti i distretti che sono su entrambe le sponde vanno da lui con le braccia alzate per adorarlo.8 con grandi offerte per il suo ka.

Poi il principe si addormenta davanti al monumento e sogna che questo gli parla, dicendogli tra l’altro:11… la sabbia del deserto, sulla quale io mi trovo, mi ha ricoperto. Salvami perché questo è ciò che il mio cuore desidera.

Ora le domande cui ci costringe questo testo sono tante:

Com’è possibile che "Khepri" si trovasse "di fronte al sacro luogo della creazione che si estende fino alle terre dei signori di Kheraha ed al sacro sentiero degli dei che arriva fino al cimitero occidentale di Eliopoli?", cioè sulla sponda orientale del Nilo, dunque dalla parte opposta del fiume rispetto a quella in cui si trova (e si è sempre trovata) la piana di Giza con la "sua" Sfinge?

Se Khepri fosse stata la Sfinge di Giza, che come sappiamo dalla stele era ricoperta dalla sabbia del deserto, come sarebbe stato possibile per lei essere l’oggetto, in quelle condizioni, del pellegrinaggio e della venerazione da parte delle popolazioni del Basso Egitto?

Se fosse stato vero che le popolazioni del Basso Egitto avevano Giza come meta del loro devoto pellegrinaggio, perché non avrebbero mai pensato esse stesse di liberare il destinatario delle loro sacre attenzioni dall’umiliante morsa della sabbia?

Come faceva a produrre una grande ombra sul terreno, quando il Sole era su di lei, la Sfinge di Giza che invece, all’epoca in cui fu visitata dal principe Thootmosis, si trovava appunto sepolta dalla sabbia nel suo fossato?

Perché Thootmosis nomina in contesti diversi –nella parte iniziale del racconto- prima "Hor em Akhet" cioè la Sfinge di Giza, e poi "Khepri" (cioè il Sole del mattino, quando sorge all’orizzonte), "la grande statua" eretta sulla sponda orientale del Nilo, ai piedi di quel luogo che è oggi il quartiere Fustat nella Cairo Vecchia?

Thootmosis sta forse parlando di due grandi Sfingi di cui una, sepolta dalla sabbia, lui vuole che sia restituita anch’essa alla devozione popolare?

Hor em Akhet e Khepri erano stati unificati in un medesimo culto così come lo erano stati gli dei creatori del mondo Ra e Atum?

Sicuramente l’egittologia ortodossa risponderebbe a queste domande che non esistono riscontri in nessun altro documento di una simile interpretazione di questo testo!

 

La Sfinge
 

 

Invece il riscontro storico alla "Stele del Sogno" esiste ma esula completamente dalle competenze standard di un egittologo qualsiasi. Bisogna andare infatti, in piena epoca medievale, nel XII secolo dell’Era Volgare, per trovare il resoconto di un viaggio in Egitto compiuto da un geografo e cartografo dell’epoca, il musulmano arabo Abu Abd Allah Muhammed al-Idrisi (1100 – 1166), una delle più alte personalità della cultura e della scienza dell’epoca, che amava vantarsi di essere persino un diretto discendente del profeta Maometto, di cui appunto, portava il nome. Nella sua opera "Il Libro di Ruggero", dedicato al re normanno Ruggero II di Sicilia, il cartografo arabo descrisse una seconda sfinge sulla sponda orientale del Nilo, opposta a quella di Giza, trovata in un pessimo stato di conservazione. Il monumento era stato costruito, così riferisce, con «mattoni di fango» e ricoperto con pietre squadrate e levigate, ma la maggior parte di queste pietre di rivestimento erano già state portate via dagli abitanti del Cairo per costruire le loro case nella Città Vecchia, mentre il Nilo già «lambiva i suoi piedi». Al-Idrisi morì nel 1166 e proprio l’anno dopo il Nilo, nel suo lento lavoro di erosione della roccia calcarea della grande ansa della sponda orientale, abbatté gli ultimi affioramenti con un pauroso schianto notturno, spostando il suo letto di parecchie decine di metri più ad Oriente e creando così nuove isole sul suo corso. La povera sfinge costruita durante la IV Dinastia e la cui anima non era dura roccia, come quella di Giza, ma fango secco, fu rapita per sempre dalle acque imponenti del dio Nilo. Chissà se dragando la sabbia ed il fango del fiume nella zona tra Fustat e Giza si possa mai recuperare qualcuna delle ultime pietre sopravvissute al saccheggio –se mai ne sopravvisse qualcuna- tra quelle che costituivano il rivestimento del monumento, allo stesso modo di come oggi è rivestita (ancora in parte) di pietre lavorate la Sfinge di Giza.

Alla luce dei documenti presi in esame si può affermare che Bassam el Shammah ha ragione nel sostenere la tesi di una seconda Sfinge, solo che, dopo quello che abbiamo visto, dobbiamo concludere che lui sbaglia completamente nel nutrire la convinzione di trovare resti e prove di quel monumento nella piana di Giza, dove altri, hanno già cercato.

Per quanto riguarda, invece, la creazione del doppio di Hor em Akhet (la Sfinge di Giza) sull’altra riva del fiume, questo si spiega perfettamente con l’ossessione che avevano gli antichi Egizi di identificare le forse della natura non con un singolo dio ma con una coppia di dei. Nella cosmogonia ermopolitana ad esempio era stato immaginato un collegio di otto dei, cioè quattro coppie divine, creatori del mondo. Questa dualità originaria non poteva che riflettersi nella creazione: se c’è il Sole di giorno deve esserci la Luna di notte, se c’è la vita deve esserci la morte, e così via. Era dunque inconcepibile per gli antichi Egizi che una divinità potesse starsene tutta sola, cosicché quando i faraoni della IV Dinastia cominciarono a restaurare la piana di Giza, dopo aver dato un volto a quello che restava di un’enorme, preesistente, statua di leone accovacciato, s’accorsero che quella raffigurazione di divinità non poteva e non doveva restare sola. Crearono così il suo "necessario" doppio dall’altra parte del fiume, sulla riva orientale, là dove, guardando da Giza, ogni giorno nasce Khepri, il Sole del mattino. Dall’altra parte a Giza restava Horus.

Gli antichi Egizi a causa delle loro convinzioni religiose, non potevano accettare che l’equilibrio cosmico fosse infranto con la rappresentazione di un solo polo della dualità divina. La Sfinge non avrebbe mai potuto essere stata concepita in una sua monastica solitudine dalla mentalità dualistica degli antichi Egizi, quindi si trovava già là, prima che loro arrivassero e fondassero la loro nazione. Se tuttavia, fosse stato quel popolo a farne due, allora le avrebbe costruite entrambe scavandole nella roccia o entrambe assemblando mattoni di fango. Ma se una era di roccia e l’altra di fango allora dobbiamo pensare che, avendone trovata una già al suo posto, dovette farne esso un’altra, per forza, perché quella presenza solitaria avrebbe destabilizzato le sue più profonde concezioni religiose.

Non se ne esce: come la si vuole girare questa storia, la Sfinge che c’è adesso a Giza non possono averla fatta gli antichi Egizi. Ripensiamo ad esempio quando, nell’Antico Regno, un re costruiva il suo palazzo, faceva due ingressi, uno a nord ed uno a sud e faceva scolpire due grandi statue che lo raffiguravano una con la corona rossa –da collocare all’ingresso nord- e un’altra con la corona bianca –da collocare all’ingresso sud. Oppure all’ingresso dei templi c’erano due obelischi costruiti allo stesso modo e con gli stessi materiali. O i Colossi di Memnone che sono due costruiti allo stesso modo e con gli stessi materiali. Il viale che portava da Karnak a Luxor era fiancheggiato da una fila di sfingi criocefale a destra e da una fila di sfingi criocefale a sinistra. La verità può essere una sola: i faraoni della IV Dinastia sentirono la necessità, ispirata dalla maat "la Regola", d’inglobare nella loro visione del mondo e nel loro pieno dominio culturale, religioso e politico, il territorio in cui essi vivevano e governavano, con tutto ciò che esso conteneva.

Su ciò che restava a Giza di un grande leone accovacciato fu scolpito il volto umano di un dio e poi, dall’altra parte del fiume, per non fare disparità, fu costruito qualcosa che gli somigliasse, ovviamente con gli unici mezzi di cui poteva disporre una civiltà umana uscita appena dal Neolitico: un’ingegnosità armata di piccole pietre squadrate e mattoni di fango.

 

I Colossi di Memnone

 

 

Veduta frontale della Sfinge e della Grande Piramide

 

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