| La difesa di Giarabub |
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| Sabato 21 Marzo 2009 19:44 |
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I lettori sono invitati a dare un giudizio con un voto di gradimento mediante il modulo in testata. La Redazione di Art-Litteram . “LA DIFESA DI GIARABUB” di SALVATORE CASTAGNA
Tra gli episodi di quella sfortunata guerra, c’è la difesa dell’oasi di Giarabub. Giarabub era un minuscolo agglomerato di edifici sorto attorno all’omonima oasi, nel deserto cirenaico, in Libia, a cinquanta chilometri di distanza dal confine egiziano e a trecento chilometri dalla costa del Mediterraneo. Il maggiore Salvatore Castagna, autore del libro proposto, nacque a Caltagirone (CT) il 14 gennaio 1897. Volontario nella Prima Guerra Mondiale, fu insignito della medaglia d’argento al valor militare e venne ferito gravemente alla testa, pochi giorni prima della fine di quel conflitto.
![]() Salvatore Castagna (1897-1977) (Fonte: Wikipedia). “L’oasi di Giarabub è formata con palme, orti, pozzi d’acqua, in una larga fenditura del deserto, più bassa dell’immenso tavolato giallo di polvere nel cui fondo si nasconde, addirittura più bassa del livello del mare. Sembra che prima di apparire nella storia, Giarabub apparisse in sogno al senusso. Questi nel mezzo di una notte ebbe la visione di quelle palme, di quell’acqua che nasce dalla sabbia di quel remoto isolamento dove la confraternita da lui fondata avrebbe potuto trasferirsi per vivere tranquilla e prosperare. Chiamò al mattino due discepoli, indicò loro la direzione dei venti che provenivano dal mare e disse: «Camminate senza stancarvi, camminate sempre. Troverete il luogo che ho visto in sogno per ispirazione del Profeta. Fermatevi lì. Io vi raggiungerò». Raggiunse i discepoli con una carovana di mille cammelli, dopo aver viaggiato giorni e giorni. Era il 1856. Il fondatore della nuova setta religiosa si chiamava Mohammed ibn Ali es-Senusi, aveva settant’anni. Pochi tra i suoi discepoli ne avevano mai visto la faccia più giù degli occhi, avvolta da un velo tutte le volte che egli usciva in mezzo agli uomini; pochi ne conoscevano il luogo di nascita, che per alcuni era Mazuna, dipartimento di Orano in Algeria, per altri il Duar Torsc, per altri ancora una vaga località sulla riva del Mina non molti chilometri distante da Mostaganem. Sembra che egli discendesse da illustre famiglia mussulmana, che visitasse la Mecca a trentacinque anni e che entrasse nelle grazie dello sceicco marocchino Ben Idris; fu poi preso dalla mistica tariqa mohammedia (via di Maometto), riparò a Bengasi per sfuggire alle persecuzioni del governo turco, da Bengasi a Zaviet el-Ezziat e da qui, dopo il sogno di quella notte, a Giarabub. Nell’oasi, a quel tempo, c’erano solamente bianche mosche petulanti, nugoli di zanzare, sciacalli, pettirossi, camaleonti, vipere bicornute, rane che gracchiavano negli stagni e scorpioni. Giarabub era soltanto un posto d’acqua, dove sostavano rare carovane, pellegrini diretti alla Mecca, un nodo di piste, provenienti da Gialo, da Cufra, da Siwa, da Tobruk. Deserta in mezzo al deserto, nessuno la abitava. La torma dei nuovi arrivati si prostrò sulla sabbia, incrociò le braccia al petto, strinse il polso della mano sinistra tra l’indice e il pollice della destra, e pregò. Disse con fervore cento volte questa frase: «Che Dio perdoni», trecento volte quest’altra: «Non v’è altro Dio che Allah, Maometto è l’inviato di Allah ad ogni occhiata e ad ogni respiro, per un numero di volte che soltanto la scienza di Dio abbraccia», cento volte l’ultima: «O Dio benedici il nostro signore Maometto, il Profeta illetterato, la sua famiglia e i suoi amici, e accorda ad essi la salute». Alcuni tracciarono sulla sabbia la pianta della zauia (sede di confraternita), vasto edificio diviso in tre parti: la scuola dove sarebbero stati ammaestrati i giovani; la dimora dei confratelli; la foresteria per gli ospiti che sarebbero venuti in visita. Al loro nutrimento avrebbe provveduto la setta: il primo giorno con riso e carne di cammello, il secondo con grano e orzo, il terzo con datteri; per il resto della permanenza avrebbero dovuto provvedersi per proprio conto. Successivamente cominciarono a costruire. Era tutta gente che non portava il rosario sospeso al collo, non suonava tamburi o altri strumenti musicali nelle riunioni, non danzava, non fumava, non cantava, non beveva caffé. Questo imponeva la regola, che proibiva, inoltre, vestiti di lusso, meno che per le donne, le quali, acconciandosi e abbellendosi, favoriscono la propagazione della specie, per l’accrescimento delle forze dell’Islam. Nacque così Giarabub.” Esordisce con queste parole Salvatore Castagna, subito dopo la premessa, nel suo “La difesa di Giarabub” (Edito da Longanesi nel 1950), descrivendo il luogo che lo vide protagonista indiscusso, assieme ai sui soldati che avevano la massima stima e rispetto per il loro comandante, Libici compresi, di una pagina volutamente dimenticata, ma ugualmente epica delle vicende belliche dell’ultimo conflitto mondiale.
Giarabub ripresa dall’aereo (Fonte: Wikipedia).Il libro ripercorre, in una sorta di diario degli eventi succedutesi, ma in forma di racconto, gli undici mesi di permanenza dell’autore nell’oasi di Giarabub e in particolare descrive i continui attacchi alleati e le contromisure italiane nei nove mesi di guerra, dal 10 giugno 1940 al 21 marzo 1941, durante i quali, unico baluardo che resse al primo contrattacco inglese che respinse gli Italiani perfino fuori dalla Cirenaica, Giarabub rappresentò una autentica spina nel fianco dell’avanzata dell’armata inglese al comando del generale Wavell. Mie cari compagni d’arme, prima di chiudere questo breve diario, riuniamoci ancora presso l’osservatorio del caposaldo numero uno. Guardiamo a nord, ricordiamo la strenua resistenza dei presidi di Sceferzen, Maddalena, Uescechet el Heira, garn ul Grein. Torniamo indietro, e guardiamo Garet el Barud, che tanti episodi di valore ci ricorda. Poi, volgendo lo sguardo a giro d’orizzonte, sostiamo su Melfa, Garet el Cuscia, Barra Arrascia, el Aamra, Garet el Nuss, Fredga, Gara del Diavolo, Bu Salama, Bir Tarfui, Saniet ed Deffa che ci ricordano dieci mesi di continua lotta. Seguiamo ora la linea di difesa interna, e guardiamo le postazioni dei vari capisaldi, ove frequenti furono i forti concentramenti di artiglieria nemica. Infine soffermiamoci nel caposaldo numero uno e rievochiamo la gloria e il valore dei nostri cari fratelli, che in quell’estrema lotta contesero per più giorni, a palmo a palmo, il terreno al nemico. Quel caposaldo è il “cimitero degli eroi di Giarabub”; un cimitero senza croci e senza quel tricolore che sventolò per oltre dieci mesi sull’oasi. Ma noi ora lo vediamo come prima.»
MICHELE ZEFFERINO
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Giarabub ripresa dall’aereo (Fonte: Wikipedia).