| Non era stato poi così brutto |
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| Giovedì 11 Febbraio 2010 07:46 |
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Ho trovato questo racconto su uno dei forum di autori sconosciuti che frequento, l'ho letto e siccome mi ha colpito ed emozionato tantissimo voglio riproporlo ai lettori di Art Litteram. Come promesso all’autore, che per motivi personali si firma con uno pseudonimo, voglio ricordare che, cito le sue testuali parole: " Questo racconto è tratto da una storia vera ti pregherei però di far notare che io ho tentato di trasformare un fatto di cronaca in qualcosa di diverso, (anche se di fantasia, pensando a cosa succede dopo la morte), al limite una speranza, qualcosa che non addolori tanto e ho volutamente lasciato da parte tutte le considerazioni inerenti quella dolorosa guerra, che spettano o competono a ben altri esperti".
Miseria, che esplosione! Talmente tanta era la polvere sollevata che non si vedeva più nulla intorno, solo macchie indistinte. Sicuramente erano le case di quel povero villaggio che stavano attraversando, covo di terroristi, come gli avevano detto al briefing del comando, prima di iniziare la scorta. Ormai i terroristi attaccavano ogni giorno, nessun posto era più sicuro e quel villaggio meno di tutti. I rapporti degli elicotteri non erano affidabili, altro che "zona parzialmente bonificata", quella era un vero e proprio nido di vespe. Santo cielo, come si faceva a vivere in un posto del genere, pensava il maresciallo Antonio P. Girò lo sguardo attorno imbracciando il fucile mitragliatore. Non vedeva la colonna dei camion pieni di rifornimenti e nemmeno i Lince di scorta, in mezzo a tutto quel fumo, che non si diradava. Inutile chiedersi come faceva a trovarsi li fuori adesso, se prima era dentro il Lince capo colonna. Ora si trovava lì… doveva stare attento, ripararsi. Non vedeva niente, non c’era nessun riparo, non urtava nessun mezzo, nessuna parete, forse era stato sbalzato in avanti dall’onda d’urto, doveva essere un bel po' di tritolo, ma per fortuna non aveva riportato danni. Si ricordò dell’auricolare che lo infastidiva sempre, ficcato nell’orecchio sinistro, cercò di aggiustare il piccolo microfono che gli segnava la guancia come uno sfregio, per comunicare, per dire che erano sotto attacco, non aveva sentito altre voci, solo un brusio indistinto che si era affievolito. Ma non aveva più auricolare né microfono. Non sentiva il rumore dei suoi passi, mentre camminava e poteva anche essere un bene, ma aveva timore che la polvere si diradasse all’improvviso, facendolo trovare su terreno scoperto. Avrebbe già dovuto sentire i colpi d’arma da fuoco, i terroristi di solito attaccavano dopo un esplosione, ma non sentiva nulla, assolutamente nulla. Qui la questione era diversa, pensava il maresciallo Antonio P. Girava continuamente su se stesso con l’arma spianata, avanzando alla sua destra, dove ricordava che c’erano le prime case del villaggio, ma non urtava su niente. Dove erano finiti i suoi compagni? E i terroristi? Non voleva chiamare nessuno, non poteva rischiare di farsi scoprire, forse c’erano dei feriti, dei morti, forse erano sotto shock, forse anche lui lo era… poteva essere. Si. Poteva essere. Ma non era normale. Adesso era troppo. Quella polvere non si diradava, forse era un aggressivo chimico, cercò istintivamente la maschera antigas appesa al suo fianco, ma si rese conto che se era ancora in piedi non poteva trattarsi di un’arma chimica o biologica. Indubbiamente qualcosa stava cambiando. La polvere si allargava lentamente davanti a lui, come la nebbia d’autunno. Ma quel silenzio… non era normale… perché? Continuò a camminare. Assurda situazione. Quando lo avrebbe raccontato si sarebbero fatti un sacco di risate i suoi commilitoni, al ritrovo della base, davanti a una bella birra ghiacciata, ne era certo. Sicuramente era successo qualcosa di cui lui non era al corrente. E forse neanche loro. Adesso la polvere o meglio, quella che sembrava più una nebbia, si stava diradando a vista d’occhio davanti a lui. Tanto spazio intorno, tanto vuoto. E una debole luce, sicuramente del sole che filtrava, cominciava a scaldarlo, ma non era un calore cocente come quasi sempre da quelle parti, anzi. Stranamente gli ricordava il dolce tepore del sole che usciva dopo la pioggia, nella sua casa lontana e… questa era forte: gli sembrava anche di sentire l’odore dell’erba secca d’estate, inondata dal sole, tutto intorno a casa sua. Era davvero bello sentire di nuovo quel profumo. Si abbassò il foulard che gli copriva mezzo viso per ripararsi dalla polvere, ma non c’era polvere, si tolse gli occhiali neri senza rimanere abbacinato dalla luce, senza confessare a se stesso che non era possibile che lo faceva per respirare l’aria di casa sua… perché la sentiva! In quel posto. Questo non poteva essere possibile. La nebbia si stava diradando sempre più velocemente, ma sembrava assecondare i suoi movimenti e il maresciallo Antonio P. accennò un vago sorriso. Si, qualcosa era successo. Bisognava scoprire cosa. Poi vide davanti a se una vasta estensione di campi coltivati, a grano. Si. Pianure infinite di spighe, un cielo improvvisamente così azzurro da non poterlo guardare, gli facevano male gli occhi ora, ma come, mica ricordava questa abbondanza qui, questa bellezza, questa… pace. C’era tanta pace in mezzo a quei campi, ma cosa c’entrava lui con la sua uniforme da combattimento, che ora spiccava troppo in quello strano paesaggio, in quel posto sconosciuto? Cosa ci faceva? C’era qualcosa… due persone ai margini dei campi. Sollevò impercettibilmente l’arma, mai gli era sembrata così pesante ed estranea, non la guardò più, bastandogli sapere di averla in mano. Quelle persone lo stavano salutando. Sorridevano. Erano borghesi. Si avvicinò lentamente, ma aveva l’impressione di non muoversi e che fossero loro ad avvicinarsi, pur senza camminare verso di lui. Aveva deciso di non stupirsi, almeno per un po' . Quei vestiti, quelle facce, le conosceva. Senza dubbio. Suo padre e sua madre, poveri vecchi… che non c’erano più da tanti anni e ora… ora la nebbia era scomparsa. Mai stata nebbia in quel posto, c’era da giurarlo. Per quanto guardasse, vedeva solo campi di grano a perdita d’occhio, nella più bella e luminosa estate che avesse mai visto in vita sua e splendenti del sole più splendido e sopra un cielo che pungeva gli occhi tanto era intenso il suo azzurro. Aveva capito. Era troppo, ma aveva capito. Antonio buttò il fucile automatico, che non avrebbe mai dovuto lasciare. Lo aveva lasciato definitivamente. Si sganciò l’elmetto, lo tenne in mano per un po’, rovesciato come una coppa in attesa di essere riempita d’acqua. Si lasciò cadere in ginocchio, sentendo l’odore della terra, dell’erba e del grano invaderlo, come mai gli era capitato o forse come solo da bambino, e sollevò le mani e la testa al cielo, piangendo. Era suo quell’immenso grido che riempì il mondo, non sapeva di avere una voce simile, non l’aveva mai sentita, ma sapeva che era il grido di ogni fibra del suo corpo, ora consapevole che stava obbedendo a una legge che non era più quella degli uomini. In fondo, non era stato poi così brutto… morire.
Unius
Breve precisazione dell’autore:
"Conoscevo il maresciallo Antonio da venticinque anni, eravamo sergenti nello stesso battaglione da ragazzi. La situazione reale è quella che è e io non voglio esprimere la mia opinione politica sulle responsabilità di quella tragedia. Nel nostro mondo ci sono dei vincoli che bisogna rispettare, anche se non si condividono, come diceva Socrate. I fatti reali servono per un rapporto, per i giornali e per gli incubi che certi fatti rievocano. Il racconto, invece, è chiaramente di fantasia, narrato sotto forma di sogno, perché così mi andava di metterlo. In questo brano, non volevo fare il resoconto giornalistico di una morte, né descrivere il "villaggio", le sue alleanze, gli amici e i nemici, le famiglie, la situazione politica e la bellezza di quella civiltà, a ciò sono demandate altre persone. Amo tutto il Medio Oriente, il suo cielo notturno che ti fa venire le vertigini, tanto sembra di precipitarci dentro, la sua bellissima lingua, tanto da imbarcarmi nell’impresa di impararla, gli usi e i costumi, tanto da essere scambiato per uno di loro al mio rientro, da qualche nostrano funzionario zelante all’aeroporto (con mio pacato divertimento, osservando le cose da un’altra visuale). Ho tentato di rappresentare, per come mi piacerebbe immaginare che fosse, i pensieri di un’anima dopo la sua morte e per farlo ho scelto, come esempio, una persona della quale ero amico. Hemingway, che ammiro, diceva che si dovrebbe scrivere solo di ciò che si conosce e lui aveva conosciuto la 1^ e la 2^ guerra mondiale, intervallata dalla guerra civile spagnola e poi dai suoi innumerevoli safari in Africa. Non tutti hanno avuto la sua "fortuna". Grazie. Unius |



