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Archetipi - Le radici dell'immaginario PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniele Picciuti   
Venerdì 15 Gennaio 2010 18:43
ARCHETIPI – LE RADICI DELL’IMMAGINARIO

Nell’editoria moderna la qualità di un libro sembra aver perso importanza, soppiantata dalla quantità di opere che i piccoli e medi editori cercano di pubblicare per diffondere il proprio nome nella speranza, per lo più vana, di arrivare a più alti livelli.
Edizioni XII, a differenza di questi editori,  ha impostato i suoi piani editoriali sulla qualità delle sue opere e Archetipi – le radici dell’immaginario, ne è un esempio folgorante.
Copertina lucida e morbida al tatto, testi sottoposti a un’attenta revisione, tavole illustrate di notevole intensità a corredo dei racconti, temi che sono accomunati dalla presenza di archetipi tra loro differenti, ma tutti ben radicati nell’immaginario collettivo.  
Stranamente, nonostante si tratti di un’Antologia, una volta terminata la lettura ci si rende conto che non si tratta della solita raccolta di racconti di autori i cui nomi, pur essendo noti a molti appassionati del genere, non possono definirsi ancora stelle del firmamento letterario italiano; dicevamo, stranamente, perché di norma un’antologia non ha molta presa nel pubblico dei lettori, a differenza del romanzo. Ma Archetipi non poteva che essere questo. Qualcosa di diverso avrebbe avuto un impatto differente, che non avrebbe raggiunto lo stesso risultato.
Dodici racconti che si fanno leggere come fossero aria che si respira. Dodici autori che hanno colto l’essenza degli archetipi trattati. In sostanza, dodici anime spogliate di ogni corazza, che si sono offerte agli occhi del pubblico, per farsi leggere in una simbiosi unica.
Ma quali sono questi archetipi?
Demone, diluvio,  golem, resurrezione, cannibalismo, uomo nero, sirena, erede, confini del mondo, natura ribelle, maschera, anima.
Vediamoli.

Jay.rtf (Lake effect)
L’antologia apre con il racconto di Danilo Arona, un horror purissimo che sembra fondere insieme lo stile duro e sfrontato di Stephen King alle atmosfere da incubo di Lovecraft (non a caso l’autore  si diverte a fare uno scaltro riferimento ai due maestri nel corso della storia). L’ambientazione canadese, tra boschi di conifere e atmosfera lacustre, fa da sfondo all’incontro di due ragazzi, appartatisi per una notte all’insegna della trasgressione, con un demone antico e terribile, che loro stessi hanno incoscientemente evocato.
“Tremavo come una conifera sbatacchiata dal vento del nord e la mia mano, con la chiave tra le dita, vibrava di conseguenza. Non riuscivo a centrare il vano dell’accensione. In quei pochi secondi di nulla e di disperazione, da quel mondo di scaglie fumanti color del sangue, un impasto allucinante di artigli e squame, qualcosa prese a gocciolare. Densi pezzi di un umore grumoso che colpirono la scrostata carrozzeria della parte anteriore dell’auto, bucandola come carta velina. Mi sentivo pietrificato anche se ogni parte del mio corpo continuava a scrollare senza che potessi oppormi a tanto terrore. “

Il Diluvio
Il racconto di Daniele Bonfanti ci mostra le vicende di un gruppo di ricercatori che si trovano in Messico per una sconcertante scoperta: un’incredibile teoria sul Diluvio Universale che, se provata, cambierebbe radicalmente la storia del mondo. Il gruppo, attraverso uno scavo alle pendici di un vulcano, si addentra in una ragnatela di gallerie, alla ricerca di un misterioso sepolcro, punto di convergenza di due lontanissime civiltà.
“Era come guardare in un lago di notte. Le colonne di luce delle torce esitavano. Sembravano volere arretrare, tremando.
Una massa contorta.
Che si avvicinava.
Annunciata da un rollio, e da colpi secchi e continui.
La luce si adagiò sul metallo, disegnandolo.
Si faceva più prossima, veniva verso di loro discendendo la galleria oscura. Videro un’architettura in movimento di montanti e barre dorate, ruote dentate, tubi e ingranaggi.
Procedeva veloce, il suo profilo saturava il passaggio – sembrava sospinta da grandi cingoli.”


La Nuova Era
Immaginatevi una Praga fosca e decadente, martellata da una pioggia battente, abitata da persone – figure vaghe, come pennellate su tela da un pittore impressionista – che sono giunte ormai al termine del loro corso. Non vi è più speranza per l’umanità, se non quella che viaggia sulle spalle del vecchio guardiano e del gigante di argilla, ultimo baluardo di un’era antica destinata a spegnersi, braccata da esseri di metallo che racchiudono un improbabile, quanto ineluttabile, futuro.
Così Ian Delacroix rende onore alla figura del Golem.
“Piove.
Gocce pesanti sfiorano i vetri, indugiando all’esterno come dita di spettri in cerca di un rifugio.
Piove.
Lo sguardo di Gustav si perde oltre quel muro d’acqua, a rimirare la sua città. Può vedere ben poco, a dire il vero, in quell’atmosfera sospesa.
Ha perso ormai il conto dei giorni, da quanto sta piovendo, ma sa che il peggio deve ancora arrivare. Lo sente nelle ossa.
Piove.”


La Fenice
David Riva, autore di questa perla pregiata, riesce a confezionare un’opera che potremmo definire “teatrale”, sia per la forma assegnata ai vari capitoli (divisi in Atti e Scene), sia per il suo stile, capace di variare l’impatto emotivo secondo ciò che vuole trasmettere, ma sempre molto visivo, in modo che il lettore resti incollato alla storia, pagina dopo pagina. L’anno è il 1935 e ci troviamo in un gelido e cruento gulag, in una Russia spietata con quelli che reputa traditori della patria. Protagonista è Ol’ga, una giovane detenuta cui il destino sta per riservare una sorprendente seconda possibilità di salvezza.
“Vuole gridare Ol’ga, non avesse quella mano premuta sul volto, vuole che lui la finisca di farle quelle cose, vuole che  il mondo la finisca di essere dappertutto così doloroso. Trova solo un luogo, nella sua mente, dove neanche il respiro rabbioso che l’uomo le soffia nelle orecchie può raggiungerla. Il posto somiglia tanto a un giardino d’inverno.”

Fame di Potere
In un’epoca antica, a metà tra l’immaginario e la storia, si muovono esseri umani e non, accomunati da una tragedia che sta portando all’estinzione delle loro razze. Non vi è cibo, se non la carne del prossimo, e così il cannibalismo dilaga. In un contesto nel quale l’autore, Giuseppe Pastore, sembra giocare trasformando un horror in dramma sociale e viceversa, seguiamo le abominevoli gesta di Marziale Tre-Dita, il più spietato fra tutti i guerrieri.
“Si arrampicò a fatica sui rami nodosi di un vecchio faggio. Qualche minuto dopo, quando l’esercito del Piccolo Popolo transitò impettito sotto i suoi occhi, capì: Syllion doveva sapere del caos che regnava in città e aveva deciso di attaccare.
Gli Uomini sarebbero stati massacrati da truppe non più alte di un bambino di sei anni. Una fine ingloriosa e inevitabile. Ma Tre-Dita sorrise. Gli interessava poco dell’onore.
La sua unica preoccupazione sarebbe stata presto lenita. Dopo la strage, avrebbe trovato carne in quantità.”


Matmon
L’uomo nero è forse uno degli archetipi più comuni nell’immaginario collettivo. Esiste in molte culture diverse e rappresenta lo spauracchio di tutti i bambini. Chi non ha paura di quella cosa nell’armadio? Chi non ha paura di quella cosa annidata nel buio? O sotto il letto?
Gli adulti pensano che sia una favola della buonanotte, fanno coraggio ai loro figli dicendogli di non temere, che non c’è nulla di cui aver paura. Che i mostri non esistono.
Ma se uno di questi ragazzini incrociasse per caso il suo percorso con uno zingaro? E se questo vecchio decrepito gli dicesse che è vero, che l’uomo nero esiste, ma che lui conosce il modo per distruggerlo?
Strumm riesce a condurre il lettore in una lenta spirale di terrore in modo magistrale, lasciandoci affondare, assieme al piccolo protagonista, in un abisso oscuro in cui la paura diviene, in ultimo, un’arma che non dà scampo.
“Al chiarore della candela vide le sue mani, le sue gambe e le braccia dissolversi, trasparire, come affondate in un liquido nero. Immerse in un buio solido.
La fiamma si spense e la biglia iniziò a pulsare, ora ne era certo, ruotava lenta e pulsava. Si fece sempre più luminosa mentre lui sentiva la carne perdere di consistenza, il suo corpo perdere peso.
Stava diventando aria nera, stava diventando buio, scomparendo nel vuoto dell’armadio. Sulla sfera lattiginosa si aprì una pupilla, si dilatò e iniziò a fissarlo. Fissava il vuoto che era diventato.”


Sirene
Con questo racconto Samuel Marolla ci apre le porte di una Sicilia oscura, nascosta, permeata dalla minaccia di un orrore latente, proveniente dal mare. L’ambientazione è di chiaro stampo lovecraftiano e lo stile, dirompente come una mareggiata d’inverno, ci trascina rapidamente nella storia,  trasportandoci verso un qualcosa di ignoto e ineluttabile.
“Mentre Enzo correva nel bosco, le urla dei compaesani si affievolivano tra gli alberi, cedendo il posto a strani sussurri. Era un pomeriggio di ombre: il cielo era scuro, e il mare si ingrossava, sembrava respirare come una spugna marina, un gigantesco, mostruoso polmone nero, marcio fin nelle viscere. Lo Scoglio della Malarazza luccicava come una stella morta.”
 
Di madre in figlia
Un futuro in cui in fanatismo religioso e quello scientifico si scontrano e si fondono, in un’apoteosi di scelleratezze che vogliono scoperchiare l’ipocrisia di una società marcia, senza più ideali se non quelli di una Fede in rotta di collisione con se stessa. Biancamaria Massaro conduce il lettore nel delirio di una donna senza dignità, accecata dal desiderio di restare giovane e bella in eterno, e in quelli di una bambina che con i pochi mezzi a sua disposizione lotta per la propria vita.
Una maledizione che diventa vendetta.
“Ecco, adesso sono pronta a raccontarti il mio peccato, se lottare per la propria vita può essere considerato tale.
Perdonami se l’altro giorno ho cercato di ingannarti, ma non sopporterei la tua condanna, la tua disapprovazione. Lo so, con la Riconciliazione Dio Misericordioso perdona ogni cosa, ma tu sei umano come me, riuscirai a portare il peso del mio peccato?”


Il Cartografo
Cosa accadrebbe se Alessandro Magno rivivesse in una dimensione diversa dalla nostra? Un mondo le cui fattezze ricordano il nastro di Moebius e i cui confini sono irraggiungibili? Secondo Alberto Priora, egli ripercorrerebbe le proprie gesta, mirando a conquistare quanto e più di quello che aveva ottenuto in vita. Arriverebbe a sottomettere popoli e razze di epoche e universi differenti, a imporre il proprio dominio con la forza o con l’astuzia, e si spingerebbe ancora più lontano, fino alle insuperabili Colonne d’Ercole, rischiando tutto pur di riuscire dove prima aveva fallito.
“Oltre il bosco il terreno cala verso un’ampia vallata completamente disboscata, al cui centro si innalza una collina. Sopra di essa ci sono centinaia di strutture di legno. Da lontano sembrano giostre contorte, montagne russe pensate nel delirio, enormi circuiti che si intrecciano. In alcuni punti ci sono gigantesche pale che si muovono al vento. Avvicinandosi, si manifesta il folle ingarbuglio di ingranaggi, collegati tra loro in modo da farne girare altri in successione e sovrastati da rumori stridenti.”

Facile Preda
Un tuffo nell’orrore più oscuro, annidato nei recessi boscosi di una natura incontaminata e folle, capace di rivoltarsi contro l’uomo per vendicarsi dei soprusi inferti ai suoi figli; anche sacrificando i figli stessi, pur di soddisfare la propria perversa sete di giustizia. Elvezio Sciallis ci trascina in un incubo a occhi aperti, trasformando una normale battuta di caccia in una discesa infernale verso il dolore.
“Aveva il tronco e la struttura di un orso, camminava però su due enormi zoccoli da cervo e, nei brevi attimi che impiegò per avvicinarsi, Carlo s’avvide che dove lasciava le orme le foglie marcivano e brulicavano vermi grassi e pallidi, che subito cercavano riparo sottoterra.
L’avatar deforme incedeva vincendo la decomposizione che ne devastava il corpo.”


Il Buio sotto la Pelle
J. Romano ci apre le porte di un incubo, mostrandoci il buio che si nasconde dietro la maschera di un uomo rimasto solo, sconfitto da un’esistenza inutile, che ha trascorso vivendo le sembianze di un pagliaccio per troppo tempo. Il circo, ciò che ha segnato la sua vita dandole un senso, improvvisamente diviene un qualcosa di sconosciuto, da cui scappare, per dirigersi invece verso quella cosa che lo chiama nei suoi sogni, per mostrargli un’altra strada, un destino che mai avrebbe immaginato avere. Gli basta strapparsi quella maschera per mostrare a tutti e a se stesso ciò che vi si nasconde sotto.
“Era come se raltà e incubo si fagocitassero a vicenda, per poi vomitarsi, riapparire, e scambiarsi i ruoli. Dal buco, a mezzo metro di altezza, uscivano nere spire di fumo. Dolci, ma decise a non abbandonarlo, lo guidarono. Le braccia, la testa, le spalle. Strappi nella stoffa e detriti di cemento che morivano sull’asfalto. Rudy rimase sospeso per qualche secondo, con le gambe che sforbiciavano sotto la luce smorta dei lampioni. Poi, la penombra del vicolo si riempì di un suono basso: un respiro lungo che morì in un gorgoglio.”

Una cosa sola
L’ultimo racconto dell’antologia, firmato Luigi Acerbi, ci porta in un non lontanissimo futuro, sulla scia di un’indagine di un reparto speciale nato per contrastare le false nuove religioni. La Church of Unity si presenta come via per una nuova Fede, riuscendo in breve tempo a raccogliere al suo seguito migliaia di fedeli. Persino Stefano, inviato per indagare da vicino sulle attività del nuovo Credo, si converte scomparendo nel nulla. Ma cos’è veramente il rito dell’Unione? E’ davvero la dimostrazione di come tutti possano confluire nell’anima di ognuno? O è solo uno stratagemma ultratecnologico per promuovere una Fede ingannevole e folle?
“Tutti morti. I monitor a circuito chiuso mostravano i cadaveri sparpagliati ovunque per i corridoi e le stanze del centro. Erano corpi di donne, di vecchi, di malati. Di bambini. Era pieno di bambini.
Nìo tremava da capo a piedi, con le mani stringeva i braccioli della poltroncina blu. Avrebbe voluto strapparsi la maschera antigas e bestemmiare a piena voce, tanto da seppellire quell’abominio.”


Nel complesso, dunque, un’opera letteraria di tutto rispetto, che trae ancor più vigore dalla bellezza delle deliranti e suggestive tavole archetipiche di Diramazioni, la cui arte ci aspettiamo di poter visionare ancora in futuro.
Horror, fantastico, fantascienza.
Archetipi – le radici dell’immaginario spazia da un genere all’altro mantenendo sempre salda l’attenzione del lettore, al punto che la differenza tra i generi a un certo punto si affievolisce fino a scomparire, lasciando il lettore da solo con la storia. Con le storie.
Ognuna delle quali ricorderà a lungo.
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Editore: Edizioni XII
Prezzo: € 19,50 
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Daniele Picciuti

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