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L'uomo e il cane nella storia PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniele Picciuti   
Giovedì 31 Dicembre 2009 15:14

L’UOMO E IL CANE NELLA STORIA 

 

Quante volte avete sentito dire “Il cane è il miglior amico dell’uomo”? É ormai uso comune riferirsi al cane come a un amico fedele e il motivo è profondamente radicato nella nostra storia evolutiva.

Il legame tra l’uomo e il cane risale infatti alla preistoria.  Dai più recenti studi sul ritrovamento dei fossili, è stato appurato che già 12000 anni fa (ma alcuni reperti suggeriscono sia possibile arrivare fino a 40000) un antenato del cane molto simile al lupo, era perfettamente integrato nella primitiva società umana. L’uomo si serviva del cane per andare a caccia, per fare la guardia al campo e come spazzino del cibo che veniva scartato.

 

 

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Bisogna considerare che c’è stato un periodo storico in cui hanno convissuto contemporaneamente l’Homo di Neanderthal, l’Homo Sapiens e il lupo. É assai probabile che il motivo per cui oggi noi discendiamo dal Sapiens e non dal Neanderthal, sia da imputare all’alleanza sorta all’epoca tra il Sapiens e il lupo. La possente struttura fisica del Neanderthal lo rendeva indubbiamente un predatore più forte del Sapiens e forse anche del lupo. Questi due predatori, resisi conto che nei territori di caccia era sempre più difficile procurarsi il cibo a causa del Neanderthal, strinsero una primitiva forma di alleanza, iniziando a cacciare insieme e conseguendo così risultati migliori di quelli ottenuti dal Neanderthal da solo. L’inizio del binomio uomo-cane ha quindi origini molto antiche e forse la razza umana deve la sua esistenza oggi a quel legame che unì il nostro antenato a quello del cane. Il “bisogno” sociale che noi abbiamo di questi animali è quindi radicato nel nostro DNA, esattamente come  lo è per i cani nei confronti dell’uomo. Perciò, dire che “il cane è il miglior amico dell’uomo” non è una banalità, ma una realtà che ha solide basi storiche e genetiche. A tutti gli effetti, il cane fu il primo animale ad avvicinarsi all’uomo e tutt’oggi è quello che meglio ci comprende e che, meglio di altri, noi riusciamo a capire. Ma è proprio vero? In parte sì, perché la comprensione del cane è insita nella nostra filogenesi, ma, a conti fatti, molti dei segnali che il cane manda, noi li recepiamo in modo sbagliato. Il linguaggio del cane e quello umano raramente coincidono.

Quando un cane sbadiglia pensiamo che si stia annoiando o abbia sonno; quando si gratta che abbia prurito o addirittura le pulci; quando si lecca il muso che abbia fame; quando annusa in terra che stia seguendo una pista. A volte è realmente così, ma se tenessimo conto delle situazioni nelle quali questi comportamenti si verificano, ci accorgeremmo che la maggior parte delle volte questi non sono che la risposta a uno stimolo esterno.

 

 

 

Sbadigliare, leccarsi il muso, annusare a terra o grattarsi, rappresentano una forma di comunicazione definita come “segnali calmanti” o “di pacificazione”, che l’animale usa, secondo i casi, per calmare se stesso in una situazione di stress (anche lieve) o di preoccupazione, oppure per comunicare a un conspecifico (ma viene usato anche interspeciem) di stare tranquillo, che non ha cattive intenzioni ed è ben disposto nei suoi confronti.Un’altra cosa che dobbiamo considerare, quando ci rapportiamo a un cane, sono le sue motivazioni di specie, che spesso ignoriamo totalmente. Ad esempio, tenere in appartamento un cane come il beagle, poiché di taglia medio-piccola, non fa che frustrarlo terribilmente, visto che ha una fortissima motivazione predatoria ben radicata nella sua filogenesi e ha quindi bisogno di ampi spazi dove correre e seguire tracce, per soddisfare questi suoi bisogni innati; così come far vivere un alano, poiché di taglia grande, in giardino, anche con la pioggia o in pieno d’inverno, significa causargli danni fisici non indifferenti, vista la fragilità della sua salute e la sua natura fortemente sociale, che lo rende a tutti gli effetti un cane “da appartamento”; o ancora utilizzare un dobermann come cane da guardia o da difesa pensando che sia “cattivo” significa arrecargli una violenza  bell’e buona, considerando che si parla di un animale di indole pacifica, socievole, che ha una predisposizione naturale a legarsi con i bambini. In breve, esistono molteplici credenze errate che ruotano intorno ai cani, in taluni casi fuorvianti al punto da rischiare di creare danni seri non solo a loro ma di riflesso anche a noi, che finiamo per instillare paure, stress o aggressività in animali che per loro natura non dovrebbero averne. Purtroppo, nel corso della storia, il legame tra uomo e cane è risultato sempre sbilanciato, spostato verso la zootecnia. Gli uomini si sono serviti del cane, senza badare molto alle sue necessità, per il pascolo, la caccia, la guardia agli armenti e alle abitazioni, per il traino e addirittura in guerra. Vale la pena ricordare, a questo proposito, che durante la seconda guerra mondiale gli americani rischiarono di estinguere la razza Halaskan Malamute a causa del loro uso spropositato nelle azioni di guerriglia. Il cane è anche stato oggetto di vari simbolismi, basti pensare ad Anubi, il dio cane-sciacallo a guardia dell’oltretomba degli Egizi; o a Cerbero, il cane a tre teste a guardia dell’Inferno nella mitologia greca.

Per fortuna, negli ultimi anni sta venendo alla luce una scuola comportamentale di impronta cognitivo-zooantropologica che sta pian piano dissipando i dubbi e le false credenze derivanti dalla visione behaviurista secondo cui il cane non ha alcuna modalità di pensiero ma una semplice reazione del tipo stimolo-risposta. Gli studi congitivo-zooantropologici hanno evidenziato come il cane, messo di fronte a una serie di problematiche, agisca in base a delle mappe mentali, a delle rappresentazioni di quel problema e delle possibile soluzioni in base ai risultati ottenuti in precedenza. Dopo secoli di cammino fianco a fianco, sembra che l’evoluzione stia portando l’uomo a comprendere finalmente il cane, da sempre suo compagno di vita.

 

 

Un’antica leggenda degli indiani Navajo narra che dopo la creazione del mondo, il Grande Spirito separò gli animali dall’uomo disegnando una linea sulla sabbia che sarebbe poi diventata una catena montuosa. Il cane però saltò dall’altra parte decidendo di vivere con la creatura che amava di più: l’uomo.

 

 

Daniele Picciuti       

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