L'Androgino PDF Stampa E-mail
Sabato 17 Ottobre 2009 17:26
 

L'Androgino

Recensione e intervista con l'autore Marcello Rodi

 

I tratti prosopici della sensibilità interiore di solito non mentono; i vecchi solevano dire “Ognuno ha la faccia che il suo cuore si merita!”. Marcello Rodi non smentisce l’assunto e la lettura del suo romanzo "L’Androgino” lo corrobora.

 

Marcello Rodi

 

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Ho conosciuto l’autore come commilitone e ne avevo apprezzato la policromia interiore standogli accanto in servizio e nel tempo libero per circa una semestre all’estero; l’”Androgino” mi ha rivelato un multi colorismo compositivo decisamente gemello del militare e dell’essere umano nel privato.

L’Androgino” è un'opera di pregio per l'anelito poetico che la permea, strutturata su una serie di 6 episodi a tema chiastico, in cui i personaggi, apparentemente paralleli, si ritrovano collegati, inopinatamente collegati, dal filo forte del tessuto: il dramma umano dell’11 settembre 2001, radiografato dal punto di vista della sofferenza individuale stuprata dal dramma collettivo di una nazione persa nell'odio e nella frantumazione razziale.

E tutto ruota olfattivamente attorno al mito dell'Androgino, la ricomposizione platonica del mito delle due metà dell'entità umana, il maschio e la femmina, troppo belli e troppo perfetti nella loro unione per non suscitare l'invidia della divinità o della natura.

L'angoscia in quest’anelito ricompositivo pervade struggentemente tutta la trama e l'ordito dell'endotelio narrativo: ricomposizione ed anelito di superamento della separazione nella vicenda sfortunatissima dei due protagonisti principali, l'Ufficiale riformato per causa di servizio e la brillante e bellissima avvocato, compagni di liceo ritrovatisi troppo tardi. Ma ricomposizione ed anelito anche in Ahmed, il musulmano che ha inopinatamente trovato la sua metà mela in quella America che l'ha salvato da un Islam troppo crudele e che la tragedia dell’11 settembre  rischia di fratturare per sempre come uno Zeus invidioso. Ed identico anelito in Vinny, magico ed anomalo super agente FBI dal cuore e dal cervello troppo al di sopra della media dell'ultima generazione di colleghi, in uno gnomone deontologico fortemente intessuto dell'impulso androgino sublimato dalla spinta al superamento del pregiudizio e delle  paratie razziali troppo emergenti nell'ultima America, aureolato dalla struggente ricerca dell'euristica metaesistenziale di Patricia, sua metà precocemente troncata dalla vita fisiologicamente matrigna. Come analoga petitio androgina è quella che permea il giovane Julian, figlio di quell'Avvocato votato ad una vita monadica e diffratta, figlia delle  scelte giovanili sbagliate : la scoperta di un diario materno ne spiralizzerà la tensione ricompositiva. Fino alla felice ed estatica reale ricomposizione tra lui e Kitty, la vera metà della sua esistenza in una spinta irrefrenabile in cui la visione ultraterrena angelica dei genitori morti riplasmerà la nuova vita dei due giovani.

Cerchiamo di scandagliare nell’eziogenesi e nella simbologia di quest’opera con una serie di domande all’autore

 

Tanta fatica, poche soddisfazioni personali ed un bastone ne erano stati la ricompensa”: quanto di autobiografico c’è in questa chiosa amarissima formulata dall’Ufficiale protagonista  del libro?

Quando, dopo una vita spesa con dedizione a servire la Patria, nel momento del bisogno le strutture che la rappresentano ti voltano le spalle subentra un sentimento che non è odio, né amarezza, ma profonda delusione. La chiosa è autobiografica, come lo è la storia (ovviamente romanzata) del Colonnello. A volte non basta spiegare le cose al proprio prossimo, perché spesso questo non ha il tempo di ascoltarti o non dà importanza alle tue parole: allora fissare determinati concetti scrivendoli è come se desse loro più forza. Diciamo che ho usato il mio libro per comunicare agli altri cosa stava accadendo della mia vita…

C’è un passaggio in quella specie di rapida autobiografia che il protagonista del Capo I tratteggia che suscita ricordi comuni a chi scrive ed a chi risponde e che pare evocare un’immagine resa perfettamente nel film “The Passion”, la flagellazione e la brutalità dei soldati romani a riguardo. Si legge: “Più passava il tempo….e più vedevo le pulsioni primordiali sovrastare quelli che erano i parametri basilari della civile organizzazione sociale”. Che tipo di testimonianza l’Ufficiale e l’uomo possono dare a riguardo?

Ho vissuto da vicino la noia dei giovani militari di leva quando prestavo servizio in Friuli: a diciotto anni esiliati in un piccolo centro di provincia dove, quando vai in libera uscita, gli abitanti fanno rientrare le loro figlie per timore che possano fraternizzare con loro. A quel punto l’unica risorsa disponibile è la prevaricazione del più debole, fenomeno che oggi è conosciuto come bullismo e che riflette quello stesso disagio e quella stessa solitudine provata allora da quei ragazzi in giovani a cui i genitori dànno tutto per placare i loro sensi di colpa e giustificare la loro latenza educativa causata dal lavoro e dagli impegni della loro vita sociale. Basterebbe poco per evitare certe situazioni: affetto, attenzione, e meno permissività distribuita in nome di una “modernità” che in realtà esiste solo a parole…

Un altro passaggio è sublime nella sua realistica crudezza, quando si fa riferimento al “post hostem ictum” nel Desert Storm: “Il seguito era molto meno esaltante, con le fiamme, l’odore del kerosene che bruciava unito alla plastica e alla carne umana. Spesso qualcuno riusciva a saltare fuori dal carro avvolto dalle fiamme, e allora toccava anche assistere a quella lunga agonia dolorosa senza poter fare assolutamente nulla”  Mi viene in mente il Comandante di squadra nel film “El Alamein” che dopo il colpo di mortaio efficace sugli inglesi esorta i suoi: “Dai, andiamo a far la spesa!” alludendo al cibo da sottrarre al nemico per sopravvivere. Quanto si fa aborrire la guerra da chi paradossalmente ha scelto di farla per professione?

Il concetto errato è proprio questo: il militare che sceglie la guerra per professione. In realtà chi decide di vestire una divisa non lo fa per amor di guerra ma per Amor di Patria. L’ambizione più grande di un soldato è quella di difendere ed essere utile alla Nazione, non quella di uccidere il proprio nemico o arrecare danni ad altri. Purtroppo una certa cultura, per propria convenienza, continua a propugnare questo modello negativo che si perpetua dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e che ha tanto contribuito, in passato, ad allontanare la Nazione dai propri soldati. Un vero soldato, forgiato ai concetti di lealtà, altruismo e coraggio, detesta la guerra con tutto se stesso.

Iniziava la mia nuova vita. 50 anni, pensionato, storpio. Un’anima sola costretta a guardare la vita come la piccola fiammiferaia dietro la vetrina del ristorante, come un orfanello fuori dal negozio di giocattoli: pare un tentativo di esorcismo del passato; come è gestibile la nostalgia per ciò che si era e l’odio per ciò che si è?

In determinati momenti questa gamma di sensazioni è davvero ingestibile, ma per fortuna il più delle volte cova sotto la cenere, colorando la vita di sfumature molto particolari…

Vi è un passaggio nell’opera che mi pare un vero squarcio di poesia: “Per me lei era l’immagine fissata su quella carta dai cristalli d’argento, era l’odore di buono della sua pelle che risaliva forte alle narici, stimolata da qualche zona recondita del mio povero cervello in corto circuito, era il tocco della sua mano che sfiorava il mio braccio durante una passeggiata fatta in quella gita di tanti anni fa, era il suono della sua voce che come musica tornava dal profondo del tempo che era passato inesorabile”:  è vero che la potenza e la forza dei ricordi riesce ad aureolare e sublimare la prosa?

A me personalmente succede di essere richiamato indietro nel tempo da odori, rumori, scherzi dei sensi: quando questo succede vivo come una sensazione di immersione nei ricordi che scuote in modo impressionante tutto il mio fisico. Ho tentato di trasporre in prosa questa sorta di “allucinazione emotiva”. Credo che un ricordo, supportato da una relazione sensoriale, sfiori davvero l’esperienza mistica per come riesce a coinvolgerci fortemente. E la prosa, evidentemente, tenta di rendere questo coinvolgimento.

Se così fosse stato, avrei girato i tacchi e sarei tornato velocemente a sprofondare nella mia melma quotidiana”sembra una metafora agghiacciante; è reale affermare che quando si perde ciò che si aveva o si era si può essere inghiottiti in una sorta di palude?

Certamente. Si tende a provare un po’ l’esperienza delle sabbie mobili: più ci si dibatte e più si sprofonda finendo con il soffocare. Ecco perché spesso ci si immobilizza sperando di non affondare ulteriormente… oppure si cerca un appiglio, un qualcosa che ci aiuti ad uscirne fuori.

Ogni giorno sei costretto ad una sorta di domicilio coatto con altre 20-30 persone della tua età, sei costretto a remare contro le avversità quotidiane, i professori, i compiti, le difficoltà di quel particolare momento della  vita che è l’adolescenza…Ecco perché quando ci si ritrova, si reinnesca quella complicità, quell’empatia che si era stabilita con la frequentazione assidua di tanti anni prima”. E’ una descrizione psicologicamente aderentissima della vita liceale, condivisa anche da altri artisti, penso al Verdone di “Compagni di scuola”, o al Pupi Avati i “Una gita scolastica”. Può un militare asserire di aver trovato situazioni assimillabili nel periodo accademico? Se no, perché?

Purtroppo no, proprio per il tipo di esperienza che ti costringe a ripartire da capo ogni cinque o sei anni, ad ogni trasferimento, e per il ricambio continuo di uomini alle dipendenze o al Comando. Inoltre c’è anche da considerare il luogo dove l’esperienza si svolge: di sicuro in un grande centro si crea meno coesione e cameratismo che in un piccolo centro. Continuo a considerare l’esperienza scolastica unica ed irripetibile per la modalità e il momento della vita in cui si svolge.

La visione della donna agognata viene mirabilmente dipinta in una similitudine  potentissima: “Nello stesso momento o quasi quel flusso si aprì come si aprì il Mar Rosso al cospetto di Mosè, e potei vederla bene in tutta la sua bellezza”: sento ronzare nelle orecchie l’epica omerica col 2° Canto dell’”Iliade” così gravido di similitudini ugualmente ieratiche. Quanto di sostrato classico c’è nell’ispirazione di Marcello Rodi?

Il liceo classico è stata la mia palestra, e l’ispirazione per buona parte dell’idea che poi ha costituito l’ordito de “L’Androgino”. La potenza evocata da alcune immagini letterarie mi ha sempre colpito e coinvolto, e quando si è trattato di esporre le mie sensazioni, è stato inevitabile rivolgere lo sguardo a quell’imprinting.

Assurdo” pensai tra me e me “avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi, ed ha trovato un uomo che non è riuscito ad amarla!” E’ una riflessione costante questa dicotomia tra realtà ed aureolizzazione inconscia di essa?

Sono uno che parla molto con sé stesso, o con i propri “angeli”, come li chiamo io. Non so a quanta gente capiti, ma trovo che sia un’esperienza profondamente rasserenante, anche se a volte molto dolorosa.

L’anelito, la pulsione dell’Androgino, all’ideale della  completezza, all’antica perfezione resta un impegno quotidiano o rischia di essere coartato dalla ripetitività ed adulterato dal passion’s sunset? In altre parole, chi è oggi lo Zeus invidioso che distrugge l’anelito androgino?

L’istinto della ricerca della propria felicità penso faccia parte del genoma di chiunque. Poi però subentrano dei fattori di disturbo (carriera, famiglia, convenzioni sociali) che a volte possono far apparire questa ricerca come una complicazione in più. E allora, spesso, si finisce per far finta di nulla, o per sacrificare sé stessi e la propria, possibile, felicità in nome degli obiettivi che ci si è prefissi.

Quanto della fisiologia o della patologia caratteriale dell’Uomo Marcello Rodi c’è dietro i caratteri dei protagonisti dell’Androgino?

Tutti i principali personaggi maschili (il Colonnello, Vinny, Julian) sono sfaccettature diverse del loro autore. E’ stato così più facile immergersi nei sentimenti e negli atteggiamenti durante le varie situazioni sviluppate lungo il romanzo.

Poi, senza nemmeno ragionare, mentre apriva la portiera della sua auto, quasi d’istinto dissi: “Buon viaggio, allora! Io ti aspetterò!” – Lei si voltò, sorridendo e rispose: “Come sempre!” Considero  questa brachilogia situazionale più efficace di cento parole per sintetizzare e fotografare il dramma, lo psicodramma dell’incomunicabilità umana, spesso caratterizzata nei giovani da timidezza, insicurezza, timori, senso di inadeguatezza. Il quadro creativo e poetico è a mio giudizio di una dolcezza e struggimento immensi! E’ una costante per l’uomo e lo scrittore il ricorso alla sintesi piuttosto che all’analisi ridondante? E’ vero che quanto più si è sinceri nei sentimenti tanto più si è stringati e ficcanti nelle parole?

Un bel sentimento può annegare facilmente in un mare di parole: è essenziale – quando ci si rivolge ad una persona che si considera importante – che questa comprenda inequivocabilmente il senso delle nostre affermazioni. E poi l’Amore emoziona: io diffido sempre di quelli che si dichiarano con iperboli verbali che spesso nascondono scarsa sincerità di sentimenti, e soprattutto scarse emozioni…

“…sapevo che forse non era giusto coinvolgerla in una storia con qualcuno destinato a diventare un relitto, e che sicuramente avrebbe meritato di meglio” Sembra che le paure giovanili così ben descritte altrove ritornino virando in nuovi timori d’inadeguatezza. Quanto il fanciullo torna in noi con la senescenza che ci limita?

Moltissimo: bisogna considerare che da piccoli siamo sempre limitati in molte cose come conoscenza, comportamenti, esperienza. Quando inizia il declino fisico quasi mai inizia quello mentale, ed il sentirsi nuovamente limitati fa riaffiorare atteggiamenti e reazioni tipicamente infantili, quasi a volersi dare un alibi per le nostre carenze.

In fondo, una donna che è stata lasciata da un uomo a causa della sua età, potrebbe gradire un compagno che in futuro non possa scappare… in tutti i sensi!” Nel timido, nel mite pare esservi una parte ribelle sopita e sonnacchiosa che tallona e fa da antagonista, riequilibrando il tutto a volte. Condividi?

In tutti c’è un Mister Hyde pronto a correre in soccorso del Dottor Jekyll…

Sovente la parola Amore è usata con l’iniziale maiuscola, in maniera magica, mitologica, programmatica. Nel passo “il mondo era diventato stranamente più luminoso da quella sera, da quel bacio, come se il sole avesse deciso di avvicinarsi un po’ di più alla nostra vecchia amata Terra” c’è tutta la potenza rivitalizzante del sentimento; il tono sembra rettilineamente elevato, ma certe curve danno la vertigine della creazione poetica.

Il sentimento con la lettera maiuscola è quello in grado di sollevare la patina di tristezza dai nostri occhi, consentendoci di ammirare i colori del mondo in tutto il loro splendore.

Il dotto ed azzeccatissimo riferimento classico al mito platonico dell’Androgino avrebbe potuto  avere uguale efficacia a mio giudizio con al citazione di Adamo ed Eva nell’Eden prima dell’avvento del serpente. Condividi quest’idea secondo la quale la mitologia a prescindere dalla sua matrice culturale e geografica esalta la quotidianità dei sentimenti umani?

Senza i sentimenti profondi non può esistere mitologia. In fondo questa racconta eventi straordinari che nella trasmissione verbale assumono un’aura miracolosa. E cosa c’è di più miracoloso di due esseri umani che scoprono la complementarità delle loro anime a dispetto dei conflitti caratteriali, razziali o educativi?

A pagina 54 vi è un passaggio ex abrupto nel giro di poche linee dal passato remoto al presente storico, che, a mio giudizio, rende il racconto struggente e palpitante e lo stile dell’autore sembra assumere un magico potere coinvolgente. Questa poikilia stilistica, questa tendenza alla variatio è istintiva o frutto di studio?

C’è da fare una piccola premessa: sono un accanito cinefilo e quando ho iniziato a scrivere il romanzo mi sono posto seduto di fronte ad esso come fosse il telo bianco dello schermo cinematografico. L’incipit “Adesso tutto è chiaro: la amo e l’ho sempre amata!” è l’introduzione di un lungo flashback che si conclude in quel punto del libro, quando il protagonista tira le fila del suo sentimento con questa specie di outing che ci riporta a un presente che di lì a poco diventerà drammaticamente definitivo.

Nessuno conosce il valore della pace come chi ha combattuto le guerre. Nessuno conosce il valore dell’Amore come chi ha respirato l’odio. Ed io di odio ne avevo respirato abbastanza. Adesso, se il   cielo vuole, è il mio turno di godere dell’Amore!”  Più di una donna confessa di sentirsi particolarmente attratta dai militari; sarà per la stessa ragione qui descritta, cioè per il fatto che forse lo stress dell’odio e della guerra rende inconsapevolmente più allenati a godere pienamente dell’amore?

Ci può stare, come ci sta il fascino del gladiatore che nell’antica Roma riceveva denaro dalle donne più belle e ricche dell’Impero in cambio di favori sessuali dopo le vittorie nell’arena. Eros e Thanatos, insieme, hanno sempre rivestito un fascino irresistibile.

A pagina 105 Vinny il poliziotto si rende conto che “le persone attorno a lui – a parte qualche eccezione – erano sovente più impegnate a farsi le scarpe in nome della carriera, o peggio a tirare  avanti la giornata. Poi succedeva che c’era chi si teneva le informazioni per sé, pensando magari di utilizzarle come leve di potere o per rendersi indispensabile. E questo era quello che più lo mandava in bestia” Sembra un’esperienza vissuta questa amara riflessione sul degrado reclutativo di certo accademismo deteriore. E’ pura teoria il mito dell’UNA ACIES?

In una società che dà più importanza all’apparenza che alla sostanza, inevitabilmente l’unica schiera si disgrega in una miriade di briciole a favore di ambizione, successo, visibilità. Probabilmente lo spirito originario si trova solamente alla base oggi come oggi, tra i ragazzi che si compattano nei teatri di operazione fino all’estremo sacrificio.

Io sono un buon musulmano, Agente, e un buon musulmano non uccide innocenti. Un buon musulmano è un buon cittadino americano. Ahmed prega Allah tutti i giorni per l’America e per gli Americani e per la sua famiglia…. L’America ha salvato Ahmed e le persone che ama, gli ha dato una casa ed un lavoro onesto” Questo passo profuma di Vangelo; il poliziotto ricorda Gesù incredulo di fronte alla sincera adesione fideistica del centurione romano, un nemico di Israele che gli chiede di guarire il proprio pais . E’ vicino l’autore questo humus culturale? Poco più avanti il poliziotto dice: “In Ahmed ho visto mio nonno e tuo nonno ed il nonno di tutti coloro che qui non sono nati eppure qui si sentono a casa loro. Senza quei vicini adesso avrei potuto essere un  malvivente figlio di malviventi. Invece sono qui. Ad aiutare quelli come Ahmed” ; insomma un’adesione totale all’ideale del porgere l’altra guancia. Quanto ne è permeata anche la vita dello scrittore?

Totalmente, anche se non in toto. Il perdono, come il rispetto, occorre meritarselo. Inoltre il Corano è uno dei libri più permeati di carità dell’intero universo religioso. Sono solo i malviventi che utilizzano brani di esso per giustificare le loro atrocità ed arricchirsi con il traffico di armi e di droga.

Julian pensa a sua madre e “la sua assenza gli bruciava ancora come se gli avessero strappato via la carne viva dal corpo”. E’ una bellissima e carnalissima immagine del dolore psichico con riflessi somatici, tipico dell’estrema sofferenza interiore. Più di una mamma di soldati morti all’estero mi ha detto: “Soffro nel mio corpo la perdita di mio figlio!”. Che ne pensa a riguardo?

La perdita di un genitore o di una persona cara a volte si propone come una vera e propria menomazione fisica, con lo stesso tipo di sensazione dolorosa. Non ho esperienza, e non oso pensare a cosa possa provare una madre che debba perdere il proprio figlio. Credo che sia contro natura, e che non ci possa essere alcun dolore paragonabile a questo.

Ho rinunciato già una volta alla mia felicità per timore di essere fraintesa o inadeguata o chissà cos’altro” E’ lo stesso tema, lo stesso struggimento delle parole della  protagonista femminile del meraviglioso film “L’amore al tempo del colera”. Conosci l’opera? Che valenza hanno nella vita di ogni essere umano il rimpianto e la gestione dello stesso?

Non conosco il film citato, purtroppo non rientra nei miei generi preferiti. In realtà quel passaggio deriva da un mio vissuto personale: da ragazzo preferivo vivere un amore segreto pur di restare accanto all’oggetto del mio sentimento: quando questo diventava confesso, qualora non ricambiato spesso l’amicizia o il rapporto interpersonale terminava a causa di imbarazzo reciproco. Ma in realtà poi si impara che non cambia molto confessandosi o non confessandosi: in quest’ultimo caso il rapporto è pura illusione personale dello spasimante, e allora tanto vale provarci e – in caso di fallimento – proseguire per la propria strada.

C’erano in quel locale persone di tutti i tipi: afro-americani, italiani, irlandesi, arabi: tutti erano comunque americani, e tutti accomunati da quel suffragio” E’ vero che chi soffre è solo, ma le tragedie collettiva fraternizzano gli uomini e fan loro capire che stupidità sia l’odio razziale. Perché l’uomo ha bisogno dei drammi di massa per superare questo isolamento monadico del dolore individuale?

Per un fondamentale egoismo insito nella natura umana. Nella nostra smania di primeggiare e nella nostra ricerca di eterna notorietà, ancora non abbiamo capito che è la generosità e la disponibilità a rendere straordinari. Si è mai visto un eroe egoista?

 

Bene! Lasciamo l’autore con la convinzione, dopo il fuoco di fila delle domande, di una personalità e un’interiorità di livello, corroborati da risposte puntualissime e mai evasive. Impossibile non condividere con lui certi tratti di esperienza che ci hanno accomunato nel servizio prestato! Credo che la risposta alla domanda 19 contenga una fisicità ed un sostrato interiore devastanti nella veridicità che esplodono: Eros e Thanatos vanno, ahimè, a braccetto: chi scrive li ha rivisti negli occhi smarriti di uno dei militari di Kabul, ricoverati al Celio dopo l’attentato del settembre scorso; erano pupille che roteavano esauste nel ricordo angosciante del fratello commilitone e conterraneo sbriciolato in torretta davanti al proprio autoblindo!

Grazie, Marcello, per la condivisione di certi sentimenti ed in bocca al lupo per la tua nuova carriera!

 

Autore: Marcello Rodi
Codice ISBN: 9781409259213
Prezzo: € 15,00
Pagine: 260
Editore: Lulu.com
Anno prima edizione: 2009
Genere: romanzo introspettivo 



 

Mariano Grossi

 

 

 

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