La masseria delle allodole PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Martedì 07 Gennaio 2020 17:30

 

LA MASSERIA DELLE ALLODOLE di ANTONIA ARSLAN  

 

 

 

La Masseria delle allodole racconta il genocidio del popolo armeno avvenuto in Anatolia nell’estate del 1915, durante la prima guerra mondiale. Tra i sopravvissuti c’è zia Henrietta:

“Parlava molte lingue, compresa la sua, l’armeno, in modo legnoso, innaturale”. 

In lei subentra il senso di colpa dei superstiti, alimentato da una memoria sveglia e taciturna.

a storia della sua famiglia è tragica, in particolare quella dello zio Sempad, farmacista. Sognava la rinascita della patria antica, chiedeva di rimanere in Oriente, dove aveva messo radici. Anzi. Il conflitto in atto rappresentava l’occasione di ricreare una nazione armena e, con essa, un luogo in cui chi si trovava all’estero potesse tornare.

Ora come allora gli armeni fanno gruppo insieme ad altre e nuove comunità. Non si isolano,  né rinunciano alla propria identità. Giunti in un paese straniero, si fermano e si vantano di avere parenti in tutte le parti del mondo. Accolgono il progresso (si occidentalizzano) fino a scuotersi di dosso “l’indolenza orientale”.

In Oriente sognano l’Europa. Alcuni, nei primi del Novecento, già vi si trovavano. Yerwant,

fratello di Sempad, per esempio, poteva dire: “Ormai sono italiano”.

Diverso, invece, il disegno del destino. 

Giunge il momento di oscuri presentimenti:

“È uno stupore ovattato, denso. Cento gridi di angoscia vengono sigillati su labbra ridenti, cento pensieri di morte si levano, fluttuano incerti, si uniscono a intessere una buia danza. I bambini si riempiono le tasche di dolci, e si nascondono. L'odore acido della paura si diffonde come un miasma.”

Lo zio Sempad e i suoi congiunti sono fra coloro che non si recano in prefettura, quando i fermenti di un nazionalismo estremo decidono la mattanza. Alla masseria dove si dirigono troveranno non il riparo, ma soldati con le lame scintillanti

Per i vecchi, le donne e i bambini inizia l’esodo nel deserto verso la Siria.

L’autrice, di origini armene rievoca ciò che la Storia, povera di testimonianze, passa sotto silenzio.

Raccoglie storie di famiglia, reliquie di un passato nelle quali si insinua il sentimento di una angosciosa precarietà vivificata dalla profonda speranza di sfuggire al fato avverso. Ecco donne vestite a lutto a piangere i loro morti, oltre centomila, cacciate e abbandonate nel deserto, derubate, preda dei curdi.

A nessuno è concesso di aiutare gli armeni, impegnati a mettersi in salvo con feroce determinazione:

"Le donne armene sanno sopravvivere, devono saperlo fare"

Cercano e tentano stratagemmi per scampare alla sorte, uno più assurdo e coraggioso, disperato dell’altro, quasi un obolo versato per l'avvenire:

"Il debito dell'esistere è ancora una volta scontato, e si può, di nuovo, pensare al futuro"

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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