Le assaggiatrici PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Lunedì 02 Settembre 2019 10:26


Le assaggiatrici di Rosella Postorino

 

Non merito nulla, a parte ciò che faccio: mangiare il cibo di Hitler, mangiare per la Germania, non perché la ami, e neanche per paura. Mangio il cibo di Hitler perché è questo che merito, che sono.

 

Le assaggiatrici di Hitler si cibano dei pasti destinati al cancelliere del Reich. Non possono rifiutarli, non sono tenute a svuotare il piatto, devono soltanto scongiurare la morte per avvelenamento del Fuhrer.

 

Le ragazze, una decina, sacrificano la propria vita per la Germania, non diversamente da tutti i tedeschi. La loro è un’immolazione fuori scena, fuori dai campi di battaglia.

Non si sa con precisione, seguendo quali criteri, siano state reclutate. Si sa che condividono la medesima sorte. Il loro legame è stretto, tortuoso, tale da provocare «fratture e avvicinamenti con la stessa inesorabilità con cui si muovono le placche terrestri».

 

Emergono la vulnerabilità, la fragilità e la forza di Rosa (voce narrante). Si va dalla dipendenza emotiva verso figure presenti-assenti (la madre morta durante un bombardamento, il marito Gregor disperso in Russia) alla cupezza che prende il sopravvento.

 

Le assaggiatrici non sono dissidenti. Rosa è tedesca, tedeschi sono Ziegler, soldato delle SS, e Adolf Hitler. Insieme alle altre accondiscende a un ordine di cui non conosce a pieno le implicazioni. Vive in una dittatura, un regime duro per tutti: colpevoli e incolpevoli, conniventi e non conniventi.

Attraverso le parole di Rosa affiorano le reminescenze della sua infanzia piena di colpe e di segreti, ma pure l’estraneità di quanto avviene: «la politica non c’entra, non me ne sono mai occupata, e poi nel ’33 avevo solo sedici anni, non l’ho mica votato, io.» Alcuni forse, alla fine della guerra, se fosse stato possibile – ha scritto Anna Funder  – avrebbero eletto Hitler di nuovo.

 

Il romanzo è un’intensa riflessione sul significato della propria e altrui vita trascinata in un’epoca in cui il sentimento prevalente è la paura che entra tre volte al giorno, sempre senza bussar, e fa quasi compagnia.

 

È un acuto sguardo sull’orrore al quale non ci si abitua; soprattutto se vivere – e morire, come dimostrano gli innumerevoli attentati falliti alla persona di Hitler – sono prodotto del caso. E non è certo un caso se, spesso, “si può smettere di esistere anche da vivi”.

 

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti

Mostra/Nascondi modulo commento.
 

Ricerca nel sito

Syndication

We use cookies to improve our website and your experience when using it. Cookies used for the essential operation of the site have already been set. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information