Il Gattopardo PDF Stampa E-mail
Scritto da Cinzia Baldini   
Mercoledì 29 Maggio 2019 14:26

 

RILEGGENDO IL GATTOPARDO di GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

 

 

 

«Il Re va bene. Lo conosceva bene il Re, almeno quello che era morto da poco; l'attuale non era che un seminarista vestito da generale. E davvero non valeva molto. Un singolo sovrano può non essere all'altezza, ma l'idea monarchica rimane lo stesso quella che è; essa è svincolata dalle persone... ma i Re che incarnano un'idea non possono, non devono scendere per generazioni al di sotto di un certo livello; se no, caro cognato, anche l'idea patisce».

Non è facile stabilire a quale genere appartenga “Il Gattopardo”. Scritto negli anni Cinquanta, si è contestato a Tomasi di Lampedusa di non aver concepito un romanzo neo-realista. In primo luogo a causa del distacco nel tempo del racconto: l’autore sembra prendere le distanze dal suo presente come i suoi personaggi, che non si curano troppo delle future generazioni.

«Alla Santa Chiesa è stata esplicitamente promessa l'immortalità; a noi, in quanto classe sociale, no. Per noi un palliativo che promette di durare cento anni equivale all'eternità. Potremo forse preoccuparci per i nostri figli, forse per i nipotini, ma al di là di quanto possiamo sperare di accarezzare con queste mani non abbiamo obblighi; e io non posso preoccuparmi di ciò che saranno i miei eventuali discendenti nell'anno 1960.»

Questo, insieme alla natura di romanzo risorgimentale rischia di accentuare un presunto anacronismo: se il principe di Salina nell'adeguarsi ai tempi che incombono si pone al di fuori della Storia, non così l'autore per i non trascurabili sconfinamenti. Cita en passant i lavori della rete fognaria in corso di conclusione, e i bombardamenti del 1943. Si tratta di un ponte temporale che vale la pena di tenere a mente per le sue implicazioni.

Il Risorgimento è all’origine di tutti i mali e della crisi d'identità dell’aristocrazia siciliana (rappresentata da Don Fabrizio Corbera, principe di Salina), ma anche della crisi pirandelliana dell’Io. È importante valutare il periodo in cui i romanzi di Pirandello furono scritti (il Fu Mattia Pascal è del 1904) e il momento in cui Tomasi di Lampedusa redige il suo. In mezzo vi sono le guerre mondiali, parecchie pagine di storia voltate in un colpo solo, vicende che rendono remoto il rivolgimento –altrettanto epocale – dell’Italia unita.

Accostare Pirandello a Tomasi di Lampedusa può apparire azzardato, ma non lo è per chi legga (o rilegga) oggi "Il Gattopardo".

In comune vi sono la Sicilia e snodi storici rilevanti. Per esempio quelli di un’Italia dalla forma mentis ancora risorgimentale alla fine della I Guerra Mondiale, specie considerando:

- il genere di rivendicazioni avanzate in occasione della conferenza di Versailles (1919)

- il mito della vittoria mutilata che - insieme ad altre cose - avrebbe condotto al Fascismo (tra il '19 e il '21).

La storia è piena di “anni zero”. Oltre al 1919 può esserlo il 1914, lo è il 1945 (o il 1946). Lo è senz'ombra di dubbio il 1860, con i Mille di Garibaldi, il cui sbarco a Marsala decise il destino della nascente nazione.

Da questo momento il tempo si biforca tra:

- un presente rivolto al passato: il punto di vista del principe di Salina

- un presente orientato al futuro: il punto di vista di Tancredi che se ne esce con una massima divenuta proverbiale, e che è opportuno citare per intero:

«Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi.»

Non è da sottovalutare che, a cose ormai fatte, il principe di Salina la ripeta, facendone proprio il secondo periodo. Un modo per dire che d'ora in poi la realtà delle cose sarà disallineata dalla più rassicurante utopia:

«Dopo, invece, avremo la libertà, la sicurezza, tasse più leggere, la facilità, il commercio. Tutti staranno meglio, solo i preti ci perderanno… Tutto sarà meglio, eccellenza. Gli uomini onesti e abili potranno farsi avanti. Il resto sarà come prima.»

 

 

 

Il paradosso è che quel che si conserva è la superficie di antiche vestigia: l’identità più vera, celebrata nel gran ballo – semmai è esistita – è perduta per sempre. Non si sa bene cosa la sostituisca.

La nobiltà siciliana non è più la stessa, ha mutato volto. Poco importa che quella immaginata da Tomasi di Lampedusa fosse migliore o peggiore da quella raffigurata nell'opera (così si esprime, per esempio, Andrea Camilleri).

Il principe di Salina indossa l'abito delle circostanze che imprigiona, non ha molte scelte di sorta. Alla fine restano la rassegnazione, la stizza nei confronti di coloro che verranno:

[Il principe] «era irritato non già contro gli avvenimenti che si preparavano, ma contro la stupidità di Ferrara [il contabile] nel quale aveva ad un tratto identificato una delle classi che sarebbero divenute dirigenti».

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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