I Canti del disamore PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariano Grossi   
Lunedì 13 Maggio 2019 15:09

 

I CANTI DEL DISAMORE E LA POESIA D’AMORE LATINA E GRECA

 

Ha un fascino retrospettivo di una bellezza e coinvolgimento unici approfondire il Guglielmo Campione ”bambino dell’amore” e fotografare le lacrime reali e psichiche che le prime delusioni sentimentali generano in queste struggenti liriche del disamore, in quel reperto di scioccante purezza interiore che solo il fanciullo tradito riesce ad esternare; e questo soprattutto dopo averne compulsato ne “Il lungo cammino del fulmine” tutto l’interessantissimo percorso intimo evolutivo dall’amore e disamore a quello della maturità codificato con Amore e Psiche e Amore e Divino.

 

 

 

 

Come ne “Il lungo cammino del fulmine”, l’ermeneuta può trovarsi in varie difficoltà nella decrittazione delle sue metafore, sinestesie, allegorie, ipallagi, dei suoi ossimori e paradossi che si aggrovigliano in un ermetismo che è un guanto di sfida ruvidissimo per l’esegeta di turno.

I canti del “Disamore” appaiono come una sorta di sottosezione crudelissima della prima parte de Il lungo cammino del fulmine, intitolata per l’appunto “Amore e Disamore”: la rabbia, la delusione, l’orgogliosa coscienza del sé umiliato nel confronto cogli antagonisti d’amore, crogiolate e nutrite dagli studi classici e dall’ingrediente episteme psichica che l’autore coltivava in contemporanea con le proprie ταραχα contingenti, ispirano la visione di un mondo in cui i parametri di dedizione, rispetto, fedeltà e trasparenza appaiono deformati e ribaltati, spiralizzandone un simbolismo che per il neofita rischia di diventare talvolta caliginoso e inaccessibile.

 

 

 

 

Come dice Cinzia Baldini: ”Guglielmo Campione è un corso d’acqua che si conosce piano piano e diventa familiare e alla fine è come se su quel fiume si fosse nati”.

Ma l’impressione personale più essenziale in quest’analisi è l’inopinabile, a tutta prima, lezione universalizzante della vicenda che, se può, ad un primo acchito, apparire individuale e strettamente propria e privata, ad una lettura più attenta e approfondita rivela in sé estensibilissimi connotati generali che ne fanno un’occasione di riflessione antropologica e psicologica sul mondo affettivo maschile: uno stringente spaccato della naturale dualità tra uomo e donna in una società che, negli anni 80 del secolo scorso, oramai registrava la piena emancipazione della donna, decisa ad autodeterminarsi e farsi piena padrona delle sue scelte, scalzando i tabu vigenti che riservavano ancora e solo al maschio la possibilità e il diritto al confronto tra i partner e la relativa “collezione” degli stessi, e la fedeltà come ultimo periferico optional nel rapporto sentimentale.

L’autore, in quegli anni poco più che ventenne, appare come un maschio che sente il proprio specifico che lo scevra e lo smucchia dal ciarpame deculturato della massa maschile post sessantottesca, ma vive come una mutilazione questa nuova possibilità paritaria del tradimento: è lungi dalla sua sfera psichica, lo sconvolge, tanto più quando esso si realizza a causa di un antagonista così dissimile e antipodico a sé.

Ne deriva una ribellione intima del sé che, pur prendendo coscienza di una donna oramai lecitamente e legittimamente affrancata e omologata ai parametri maschili, vive con profonda delusione le sue incapacità di discrimen tra maschio e maschio (emblematiche in tal senso “I traditori non puzzano d’anima”, ”Il poeta” o ”Imbrogliare e tradire”).

Ahinoi, oggi reazioni così nobilmente auto-riferite, dolorosamente auto-metabolizzate e cauterizzate non si registrano più in un mondo in cui la virtualità ha distrutto sia la dialettica psichica interiore degli esseri umani che la reale interlocuzione maschio-femmina: il dolore auto-elaborato in attesa di guarigione autonoma cantato dall’autore, con riferimento al suo primo volume, lascia il posto invece ad un’assenza di pensiero e di sublimazione che genera un’aggressività incontrollata nei drammi di cui son piene le cronache di femminicidio. Lungi dal repellere o impellere la rabbia per un rifiuto, come visibile nell’epopea del disamore dell’autore, il maschio odierno l’espelle e la deflagra sovente esizialmente sulla compagna fuggiasca.

Leggere dunque la teoria del disamore di Guglielmo Campione può fornire uno spaccato di una società che oggi si è decolorata e dileguata. Anche per questo si deve esser grati all’autore per una produzione poetica oltre che per l’incredibile didattica della sublimazione delle proprie più intime emozioni istoriate dalle figure retoriche e dal bagaglio culturale classico che ne caratterizzano tutta l’opera, perché, volente o nolente, chi  legge queste liriche sente chiaramente ronzare nelle orecchie Saffo, Catullo e Properzio ed è un fracasso dolcissimo!

 

Andromeda

La vanità di Cassiopea, madre di Andromeda, andava punita: le Nereidi erano troppo indignate per la sua convinzione di esser più avvenente di loro! Poseidone, sollecitato da loro, spedì un mostro nefasto a far stragi sui lidi della terra del re Cefeo, marito di Cassiopea e padre della fanciulla. L’Oracolo di Ammone per trovare una via d'uscita decretò il sacrificio di Andromeda, vergine figlia di Cefeo! La fanciulla venne incatenata a una costa rocciosa per espiare le colpe della madre, che dalla riva guardava in preda al rimorso. Ma sopraggiunse Perseo che, stordito dalla bellezza angosciata di Andromeda, le chiese reiteratamente come si chiamasse; ella raccontò dopo molte reticenze la sua storia, che interruppe improvvisamente, lanciando un urlo di terrore alla vista del mostro che, avanzando fra le onde, muoveva verso di lei. Perseo si lanciò contro il mostro, lo uccise, liberò Andromeda (Properzio I,3 qualis et accubuit primo Cepheia somno libera iam duris cotibus Andromede; “…quale la cefeide Andromeda si stese sul giaciglio nel primo sonno liberata dalla dura rupe…”) e la fece sua sposa. Andromeda gli diede sei figli.

'Ανδρόμεδα da νήρ + μέδω “Colei che si prende cura dell’uomo”, “Colei che lo forgia e governa”; il maschio monco della sua patrona ed artefice sente irreversibilmente che un pezzo del meccanismo del cuore l’ha lasciato mutilo e in piena orfanezza. Brilla fulgidamente l’idea della femmina guida nel processo evolutivo del maschio e tutta l’episteme mitologica ed astrologica del poeta si riplasma in questo ricordo dove lo strazio del vulnus d’amore già ha lasciato il posto all’amputazione struggente e melanconicissima. Ma qui, nell’eredità mitologica, Andromeda, vittima trasversale ed ereditaria della stizza delle Nereidi contro la vanità materna, pare quasi trasmettere questo lascito malvagio all’amato che se ne vede ingiustamente orbato dopo tre splendidi giorni d’illuminazione e odegitrismo. La stella che brillava alla faccia della coltre nefelica è nuovamente mitologicamente vittima di rapimento a tutto discapito dell’amante, innocente vittima del perpetrarsi dell’invidia oggi umana come ieri divina!

Il fascino del nome così attraente e seduttivo non sembra esser ignorato da una delle più grandi firme della poesia antica: Saffo si mostra nel Frammento 130 proprio in gara con una rivale in amore che ha quel nome, la guidatrice dell’uomo, la soccorritrice, la stella luminosa che l’abbaglia e lo distoglie da altri interessi:

 

Ecco di nuovo mi agita Eros,

lo scioglitor di membra,

dolceamaro invincibile strano essere….Attide,

t’è venuto in uggia di pensare a me e voli verso Andromeda”

 

ρος δητε μ' λυσιμέλες δόνει

γλυκύπικρον μάχανον ρπετον

...................................................

τθι, σο δ'μεθεν μν άπήχθετο

φροντίσδην, π δ'νδρομέδαν πότ

 

Marylin

Pare intravedersi un’identificazione tra la donna perduta e la glaciazione conseguente al suo abbandono ed un postarsi della stessa su linee irraggiungibili per un brindisi irrepetibile e proibito, unitamente ad una docimologia che si appalesa ribaltata tra il polo maschile e quello femminile, quasi a dire che l’orfanezza del bene amato catapulta i due generi in dimensioni antipodiche e scambiate rispetto ai topoi vigenti. L’atmosfera che promana in queste prime liriche sembra infatti decisamente upside down nell’ottica dell’autore, perché egli pare ansioso di dipingere un mondo a termini rovesciati: la donna guida che si allontana, la femmina che mascolinamente abbandona il partner. E i nomi delle donne abbandonanti (Andromeda, Marylin) sembrano di per sé evocare la fugacità e l’effimero, l’impalpabilità e il desiderio irrealizzato e troncato proprio sul più bello.

Stilisticamente pregevole poi la variatio tra le prime due strofe tutte ellittiche del predicato e l’ultima dove il verbo inopinatamente riappare, così come è elegante il passaggio da due strofe

ingressive oggettive e fotografiche pur nelle metafore che rappresentano (donna=ghiaccio, donna=morte) e l’ultima prettamente soggettiva e psichica con la fugace pennellata all’atmosfera di vedovanza lasciata nell’autore dall’abbandono di Marylin.

Poche linee, ma dinamicissime nei loro contrafforti concettuali!

 

La rozza accoglienza del giorno 

S’aggrovigliano i sentimenti e si rincorrono le reazioni istintive e le meditazioni più profonde e più sofferte in questo roveto inestricabile di verità e menzogne, sincerità e bugie lasciato in eredità all’amante nuovamente ferito. Cronologicamente il maschio non riesce a collocare la prima menzogna intercorsa nell’esplicitazione dei propri sentimenti, ma la nebulosità della trasparenza nel legame fisico con la propria femmina e la falsità si fisicizzano in una coltre velata e scura che cozza con la luminosità del giorno; ed è sintomatico, in questo diaframma ingrediente, che a sancire il taglio definitivo sia proprio la luce del mattino per porre magari una cesura all’ennesima travolgente carnalità notturna istoriata dai concetti di avidità onirica, fluidità instabili e gelo, crioterapico estintore della passione amica delle tenebre. E’ allora, in quella rete inestricabile e puntuta delle auto-interrogazioni, che si fa strada la figura diabolica come nuovo e inaspettato suggeritore di troncamento col passato

 

Culla il mio Dolore

Pare invocarsi una taumaturgia dalla donna perduta, una richiesta disarmata e disarmante di lenimento alla sofferenza concretizzato nell’immagine della culla, emblema di una funzione materna terapeutica quant’altre mai. Il distacco genera nuovamente domande, ulcerazioni psico-fisiche e anelito di riposo, con l’immagine del sonno appetito in un fantasmagorico alternarsi di polluzione poietica che gronda un nutrimento oscuro e tenebroso; forse è possibile intravedere dietro i “violacei grappoli del cuore guerriero” una funzione grondante e nutritiva dei capezzoli dell’amata? La donna si fa combattente, eppure, nel contempo, infante insicuro e  bisognoso di guida, foriera di contrasti incoercibili nella tricromia del candore, del sangue e della nera alcova, crogiuolo della pulsione sessuale.

 

Ora volteremo le spalle al sole

Sembrerebbe una sinfonia del peccato originale cantata dal maschio colpevolizzatore: la donna reitera la funzione sottrattiva che caratterizza la sua nascita; deprivato di una costola, Adamo si appalesa libero e al contempo vulnerabile, al punto da seguire la sorte dell’amata verso l’addio alla luminosità paradisiaca optando per l’oscura quotidianità di una vita orbata dello stato edenico.

E la dicotomia tra sessualità e spiritualità si sublima nella disperata invocazione in clausula (paiono riecheggiare alcune note dell’ “Alleluja” coheniano!)

 

C’era nato un bimbo

Il rifiuto della genitorialità schiude le porte a un addio impreventivabile nello stordimento iniziale della felicità procreativa. Il candore immacolato del nuovo nato rassembra la spuma bianca travolgente della pulsione onirica dei procreatori che pare, ahinoi, rifluire subito nella risacca dello scetticismo ingrediente: è il claudicare della donna quello che sembra scioccare il protagonista maschile in una repulsa non immaginabile in cui l’amata si augura che il neonato non le rassomigli, ad impetrare un più agevole disconoscimento, una più tragica orfanezza per il nascituro.

 

Non fermare il flusso

Non v’è discrimine tra le varie fattispecie del genere umano per quanto ha tratto con le sofferenze dell’amore: l’ρωτος λγος prima o poi colpisce tutti e vano risulta l’anelito individuale di ognuno (maschio o femmina che sia) di tentare di impedire un fisiologico inevitabile scorrere dell’interlocuzione tra i sessi scevra da vincoli etici; quando il desiderium reciproco si prosciuga, inevitabilmente l’amore si fa disamore e l’essere pensante deve rielaborare in sé una storia di sepoltura e progressiva riesumazione di nuove pulsioni il cui orientamento, a tutta prima indecifrabile, andrà rischiarato dal flusso temporale che verosimilmente è l’unico terapeuta per sanare l’assenza di etica nella vitalità umana.

Se c’è una didassi sottesa in questo grido d’angoscia rassegnato, è proprio quella: trovare una polarità nello scorrere del tempo che assommi in sé quell’etica che la vita ex se sembra rigettare, tempo come lenitore delle ferite d’amore, tempo insostituibile galantuomo.

 

Esilio orgoglioso

Che sentimenti urlano nell’esternazione dell’uomo ferito che esula (esilio da e + salio, io mi allontano) dal confronto quotidiano? Con chi si appaleserebbe quest’ultimo? Una nuova amante? La precedente, alla ricerca di un’interlocuzione chiarificatrice? Non è dato intenderlo pienamente, di certo il λάθε βιώσας gronda una fierezza inscalfibile che si fa dinamica e transeunte da un primo stallo di riservatezza e timore per sfociare nell’audacia di chi è pronto a surrogare (e il termine non è scelto casualmente, poiché nulla può sostituire a tutta prima integralmente e fedelmente un legame che ci ha vincolati nel tempo) l’amore pregresso con nuovi interessi da scoprire e approfondire (le arti) pur nella consapevolezza di uno stato fisiologicamente accidioso simboleggiato dalla metafora del cronografo strutturalmente in ritardo.

 

Il mostro del Due

Siamo probabilmente nella fase di evoluzione della sindrome esiliatrice e una nuova improbabilmente duratura relazione, punteggiata di riferimenti e attitudini di elevazione culturale, genera nel maschio ferito recidività all’isolamento; la dualità in questa fase, dove il vulnus si rivela ancora etimologicamente cruento, assume le sembianze del portento, del nemico portatore di conflitto, agevolmente barattabile con una più irenica monadicità interiore. Ed è fisiologico che in tale ottica i ridotti teatrali abbiano il sapore di una morbida leccornia che impanierebbe e invischierebbe la germinazione di nuovi rapporti interpersonali. 

 

Lingua d’allodola in gelatina

Nella Divina Commedia Dante chiede a Virgilio cosa sia la fortuna:

 

« Colui lo cui saver tutto trascende,

[...]

ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani

di gente in gente e d'uno in altro sangue,

oltre la difension di senni umani;

[...]

Vostro saver non ha contrasto a lei:

questa provede, giudica e persegue

suo regno come il loro li altri dei.

Le sue permutazion non hanno triegue;

necessità la fa esser veloce;

sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest'è colei ch'è tanto posta in croce

pur da color che le dovrìen dar lode,

dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s'è beata e ciò non ode:

con l'altre prime creature lieta

volve sua spera e beata si gode.»

 

Credo non ci possa essere altro tipo di commento a questa amarissima lirica gravida di disperazione, sintesi e rimpianto per ciò che sarebbe dovuto essere e non fu.

Se il tempo potesse fermarsi e i suoi stessi araldi potessero imbalsamarsi per non far da metronomi al suo scorrere e divenire che scandisce le separazioni a volte irreversibili degli amanti!

Ma ciò non è dato agli umani, come spiega perfettamente Virgilio a Dante nel VI canto dell’Inferno!

Chiaramente, pur nella fase del disamore, primo stadio evolutivo della progressio interiore dell’autore, la cui maturazione intima ci è nota per averla esaminata nel volume “Il lungo cammino del fulmine”, il sostrato culturale fondante aiuta a modulare i vulnera sentimentali universalizzando il proprio dolore e riplasmandolo in vicende parametriche come quella di Romeo e Giulietta, a costituire un dolce termocauterio del proprio contingente ρωτος δράμα.

 

Rue Hector Berlioz

Omnia Aqua Delavat. πάντα λούει τ δωρ.

Facile immaginare un vitalistico conflitto interiore per un giovane e ardente poeta meridionale tra la carnalità di una Parigi multietnica e devota alla μξις spirituale e fisica e l’aspirazione trascendente di stampo coheniano in questo simbolismo dicotomico tra il fortunale atmosferico e la potente tenuta di carico della ragnatela delle pulsioni più viscerali.

Quattro linee che contengono una fotografia nitidissima di un romanzo giovanile chissà quante volte reiterato e reiterantesi!

 

Liberi di mai morire

Non interessa al poeta la cosificazione dell’oggetto di desiderio: l’annuncio esplosivo nell’incipit della lirica è corroborato da una svolta avversativa programmatica: “Tutt’altro! Io intendo amarti!”

Quale verbo greco si travasa qui dal sostrato classico dell’autore? Στέργω (l’amore filiale o genitoriale), φιλέω (il voler bene), γαπάω (l’amore completo gravido di protezione, cura, benevolenza), ραμαι (l’amore passionale)? Propenderemmo per γαπάω la terza accezione, alla luce del messaggio immediatamente successivo: ti amerò al di là dei contratti convenzionali umani (allusivo al matrimonio?). Il contratto pare all’autore una castrazione dell’impulso vitalistico, mentre egli chiede all’amata un’universalizzazione del sentimento che travalichi per sempre la terrenità andandosi ad inscrivere nell’afflato dell’eterno!

 

Il poeta

Nel gioco degli ossimori l’autore si diletta in un ritratto del creativo non si sa quanto autobiografico in cui si riflette il naturale anelito trasgressivo della giovinezza; e già la ribellione impenitente dell’artefice di versi necessita di un innesco di sofferenza, di una sorta di sindrome di Stoccolma: il poeta crea versi per chi lo ha fatto soffrire, senza quella molla egli non sarebbe sé stesso.

Egli assomma in sé l’inutilità effettuale di ciò che scrive e contemporaneamente la grande pericolosa esplosività delle sue linee, un mix che ne fa una sorta di Achille psichico: isterico, terribile, imbattibile eppure vulnerabile!

Paragone mitologico ed epico più stringente non sapremmo trovare!

L’eroe nascosto da giovinetta a Sciro, il bisessuale incallito tra Briseide e Patroclo, colui che ribalta i valori sul campo di battaglia a Troia, colui che si ritira e rientra bellicosissimo e crudele, colui che piange e strepita come un bimbo viziato colla genitrice, colui che lascia la gloria e la vita per una dimenticanza di chi l’aveva immerso! Questo coacervo contraddittorio ravvede il poeta in sé stesso o nel poeta a livello universale!

 

Mattino di Venerdì Santo

Una lugubre coincidenza cronologica: essere abbandonati al mattino del Venerdì Santo in una simbiosi mortale della carnalità e della trascendenza.

Questa lirica è una vera sinfonia depressiva ritmata secondo le indicazioni dell’autore al tempo funebre (Trauermarsch: In gemessenem Schritt. Streng. Wie ein Kondukt, Marcia funebre. A passo misurato, severamente, come un corteo funebre). A passo misurato, severamente, come un corteo funebre) della V sinfonia di Mahler in attesa di una Pasqua ufficiale e personale che non può non apparire lontanissima.

Un mattino simile non può che sostanziarsi di tedio, oblio e uggia, ma v’è di più: traspare una sorta d’identificazione tra uomo tradito e agnello sacrificale pasquale, il poeta pare tastare il proprio capo, indice, palmo, pollice sembrano indugiare sulla corona di spine in una sorta di reiteratio della processione dei Misteri in cui la traditrice sembra assommare in sé le negatività erodiane, pilatesche, giudaiche e di tutte le altre stazioni di una Via Crucis dell’amor deluso.

 

Il ghigno sublime

Una strofa ingressiva madida di acutissime sinestesie suona l’antifona ad un concerto di alternanze tra pieni e vuoti; l’abbandono ha segnato il confine tra un ieri gravido di pienezze, simboleggiate dall’allegoria dei cassetti dove la quotidianità del rapporto amoroso alternava fisiologicamente felicità e pene, e l’oggi vuoto abbarbicato alle scure riflessioni della mente sul perché dell’orfanezza; il reiterarsi in avanti e all’indietro, l’andirivieni di queste meditazioni le rassembra alla detersione e lubrificazione di una pistola. Qui il sostrato classico del poeta genera fisiologicamente coll’idea della bocca da fuoco il richiamo al binomio amore-morte!

La calda ed estiva copertura carnosa della chiostra dentale si desta nella caligine dell’addio e ciò che prima fu sorriso diventa smorfia sarcastica.

Il muscolo cardiaco caparbiamente orbo è transito di un impulso carnale che non trova sfogo in questa solitudine assiderata.

Sublimazione significa passare dallo stato solido a quello gassoso senza transitare da quello liquido: è un passaggio dunque traumatico che sottende il poeta in questa metafora del transito dalla fisicità densa del rapporto a due alla monadicità aeriforme dell’isolamento!

Mai titolo fu più sinteticamente analitico della sofferenza del maschio abbandonato!

 

I traditori non puzzano d’anima

Un’ode dal sapore Deleuziano, per dirla con M. Foucault: la simbologia del contrario e del ribaltamento del luogo comune e del pregiudizio in un climax adirato ed etimologicamente teso al discrimen tra ciò che è preconcetto e ciò che va scartavetrato! L’autore mostra un vulnus interiore che pare generargli un’adesione verso i reietti e i perdenti, ma anche per chi tradisce come protagonista d’una reazione cinica alla disillusione dell’amore.

Ne nasce una contro-teoria assolutizzata: il traditore parrebbe l’ignavo dantesco che non ha una collocazione nel mondo perché l’anima può avere anche un tanfo nauseabondo, ma ha una sua entità; il traditore non vuole più esser vincolato a qualsiasi orizzonte di senso scivolando via incorporeamente! Da qui parte la litania del dissidio dai loci communes, dai topoi che negativizzano le altre entità umane: disertori, anoressici, nomadi, atei, immorali. La patria è una prigione che non può ingabbiare un cittadino del mondo che travalica nazionalismi e municipalismi per esser fratello dell’essere umano sotto qualunque latitudine. Non è lui che abbandona (desero, is, ui, desertum, deserere) la Patria: è il mondo che non può abbandonarlo, poiché esso ne è matrice e vulva generatrice! La fame è un aguzzino che coarta il desiderio di libertà e di non accettazione degli stati di fatto e chi non l’appetisce (ν-ρέγω) non ha catene, se ne svincola. La struttura abitativa è in quest’ottica del ribaltamento un altro schiavista e carnefice che non può ingabbiare chi originariamente pascola nel mondo al servizio di un gregge da accudire (νομάς da νέμω io pascolo). Perfino la divinità può apparire violentatrice della libertà individuale e il poeta s’interroga: siamo sicuri che è il senza Dio ad aver rimosso la Trascendenza e che non sia Costei ad essersi diaframmata da lui? In questo climax del ribaltamento persino l’assenza di etica va vista sotto un’ottica antipodica: la morale è sempre figlia di qualcosa e di qualcuno: chi se n’è liberato mostra pura ed incontaminata umanità e indipendenza. Ma una gradatio siffatta suggerisce la comprensione del primo scalino della reazione vulnerata del poeta; e allora in tale prospettiva di congruità anche l’asetticità olfattiva del traditore si ricompone e si riconsidera nel quadro dello svincolo dalla dipendenza da chicchessia in una sorta di autarchia onnipotente (sappiamo bene come la figura stessa del traditore per antonomasia, Giuda, sia foriera di dubbi interpretativi che più di un esegeta ha analizzato nell’ottica dello sgabbiamento dai punti referenziali!)

Se ne deduce alfine un’idea di un uomo profondamente ferito, ma che “porgilaltraguancisticamente” si mette in discussione e riabilita chi l’ha deluso e ingannato, quasi autoaccusandosi e giustificando la ratio di un verosimile dolorosissimo abbandono. E il rancore e la ribellione lasciano il posto a un indicibile struggimento che si modula proprio sulle note dell’apertura e della comprensione degli errori altrui nella misura in cui si affaccia la percezione di eventuali propri errori.

 

Imbrogliare e tradire

Come nella precedente lirica, il tradimento e imbroglio sinonimi di doppiezza e malafede, concetti contigui, subiscono qui nel poeta, esacerbato dall’abbandono, una discriminazione ed una docimologia difforme; l’imbroglione è un puerile bluffatore, un simulatore di qualcosa che non è e non gli appartiene; il traditore ha in sé la perizia e l’expertize dell’artista provetto, capace di giocare sulla scena del rapporto a due con eclettismo parti antagoniste e scisse. L’imbroglio è semplice artigianato, il tradimento è capacità talentuosa d’istrione. Un’ode alla formazione reattiva di stampo chiaramente psicoanalitico.

 

Art script for antilovers

L’abbandono ha isterilito la voglia d’amare del poeta che si auto-battezza come “anti-amante” concorrente di un’immaginifica campionaria di produzioni artistiche destinate a ulteriori analoghe vittime delle traditrici in servizio permanente effettivo sul globo terrestre: si concorre per gli umori epidermici di creatori di versi, ghiacciaie del cervello che trasformino i sorrisi in smorfie (lessico già usato ne “Il ghigno sublime”), muscoli cardiaci che sillabano umori da sacchi lacrimali e membri virili, o ciò che sopravvive di essi, pronti per nuovi orientamenti), in un’elencazione quasi delirante  che gronda di strali di colpevolezza verso la fuggiasca; questo è il lascito di chi è andata via; fatiche di creativi, sterilizzazione dell’affetto, dicotomia tra ragione e sentimento ancora sanguinante, sessualità a stento repressa.

 

Imparerò a vivere nello scandalo

Il poeta, ferito e deluso da chi ha disatteso e vilipeso amore e dedizione, esterna un rigetto del suo vecchio io donativo e modulato sul rispetto del partner; chi si è sentito fino ad oggi misurato, moderato, educato, sempre alla ricerca di affinità elettive con l’interlocutrice di turno non può, deluso, che aspirare ad una pristina didassi dell’eccesso abbrutendosi ed assimilandosi probabilmente a quei modelli di maschio che l’han soppiantato e gli son subentrati. La metafora della vita come malvivente in azione ad alterum laedendum ispira all’abbandonato un’omologazione a quei parametri per imparare come gli altri a gustare i sapori dell’eccesso.

 

Nella testa un pensiero mi vola

Sentirsi, proprio malgrado, il carnefice e al contempo la vittima di un libero volatile: il pensiero che si fa alato e va ad ingabbiarsi nel cervello dell’amante ferito e, contro la sua volontà, pur dibattendo le piume, non riesce a sgombrarlo! Riecheggiano all’incontrario le note e le parole della mitica El condor pasa, ma qui l’ornitologia non ha sembianze di rapace diretto al cuore dell’innamorato, bensì ne penetra la mente installandovisi con angustia e immanente crudeltà!

 

La farfalla vuole ali più grandi

Ancora una volta il mondo con le ali si fa sema dell’insoddisfazione umana il cui target reiterato sembrano nuovamente il tedio e l’uggia (già accennati in “Piove la mattina del Venerdì Santo”) che deve aver colpito la donna traditrice e fuggiasca; e non c’è qua un minimalista e generico impersonale invito all’accontentarsi del poco che si ha o di quel che si ha; qui sta sotteso ancora una volta il sostrato classico dell’autore, c’è il bisbiglio dell’oraziano carpe diem quam minime credula postero, poiché la pienezza è l’oggi e le svolte insoddisfatte verso un domani ignoto possono essere foriere di atroci pentimenti.

 

Una corrente d’acqua io ti porto

Il poeta ferito, posto in naturale e antagonistico confronto col sottrattore della donna amata, urla tutto l’orgoglio per il proprio specifico che è freschezza, purezza, sapidità, linfa, nutrimento e calore in un ordine cosmico vilipeso dal putrido disordine di un’alcova posticcia.

 

Come uno zero nudo

Lirica terribilmente gemella dell’“Insolente accoglienza del giorno”: il poeta considera l’incanto della μξις notturna come ininterrompibile in ragione del nobilissimo contenuto di gratuita donazione; il giorno luminoso pare venire a sciogliere questo incantesimo in un upside down del τόπος che vorrebbe di solito la donna abbandonata dall’uomo al mattino. Che simbologia sottende in clausula l’angelo della sera dall’apparente ambigua natura? Il tradimento? L’usurpatore imminente e immanente? Non è dato saperlo. Di certo il sapore del nuovo giorno, che nella sua luminosità ci si aspetta fragrante e odoroso, emana per il poeta ridestato dopo il coito un tanfo nauseabondo di abbandono e tradimento.

 

Un giro di chiave alla tua cella

Dicotomia e antipodia della valenza di un sigillo d’amore; si rammenta Catullo, capostipite della sacralizzazione del bacio:

 

Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

 

Dammi mille baci, poi altri cento,
poi altri mille, poi per la seconda volta cento,
poi altri mille ancora, poi cento.
Dopo, quando e ne sarem dati migliaia,
confonderemo il conto, per non sapere,
o perché nessun maligno possa invidiarci,
sapendo che esiste un dono così grande di baci.

 

Per il maschio è un dono sacro e liberatore, per la donna sembra un volgare ed effimero contatto epidermico da collezionista; per lui l’osculum significa alitare sulle labbra della donna i germi della libertà affrancatrice, per lei il marchio della propria sudditanza e prigionia, un auto-serrarsi nella propria individuale superbia.

Interessante rilevare nel distico centrale la prima assonanza in una produzione poetica improntata sul verso libero e sgravato dai vincoli metrici.

 

Senza sensi nuovamente ti rinvenni

La reiteratio (nuovamente) del ritrovamento, la concessiva ingressiva dell’idea ricettiva e conduttiva della fedifraga ritrovata (pur ti portai) sono sigilli della tipica peculiarità di quest’autore: una caratteristica concettuale la sua che tende inconsciamente a intersecare più di un’associazione e rappresentazione psichica aggrumandole insieme: re-invenio, etimo che associava all’azione del reperimento la spiralizzazione ad libitum del prefisso iterativo, in Italiano ha quadruplice accezione:

1. ritrovare, scoprire;

2. riprendere i sensi, riacquistare coscienza dopo uno svenimento;

3. recuperare la freschezza, la morbidezza, la flessibilità originarie, perse in seguito ad appassimento o essicazione;

4. detto di un metallo, essere sottoposto a rinvenimento.

Orbene, queste accezioni, a giudizio di chi legge, sono compresenti nel verbo usato dal poeta che è strutturalmente incline alla συνδασύτης, alla condensatio. L’amata ritornante viene al contempo ritrovata, ridestata, rivitalizzata, rinvenuta a mo’ di un acciaio o di una lega leggera; ahinoi, sensazioni precarie, poiché la quotidianità del rapporto re-intrecciato rivela che nulla potrà mai essere più come prima con l’originale freschezza e trasparenza; l’amata s’è corrotta, il rapporto deturpato irreversibilmente; lo testimonia il guardarsi ciecamente e furiosamente indietro alla ricerca di un passato oramai in agonia.

Ancora una volta, inconsciamente o consciamente, l’autore gronda di sostrati classici e veterotestamentari: come non pensare alla moglie di Lot che si salifica guardando indietro durante la fuga da Sodoma? Pare un’autoaccusa quella dell’autore: volger lo sguardo al passato non rigenera i rapporti del presente che vanno rinnovati dal vero amore (ma qui siamo appunto nei canti del disamore, che mai come oggi ha una valenza pregnantemente etimologica!).

E come non pensare al Carme 107 di Catullo, quello del ritorno di Lesbia?

 

Si quicquam cupido optantique optigit umquam

insperanti, hoc est gratum animo proprie.

quare hoc est gratum nobis quoque carius auro

quod te restituis, Lesbia, mi cupido.

restituis cupido atque insperanti, ipsa refers te

nobis. o lucem candidiore nota!

quis me uno vivit felicior aut magis hac est

optandus vita dicere quis poterit?

 

Se contro ogni speranza ottieni ciò che desideravi in cuore una gioia insolita ti prende. E questa è la mia gioia più preziosa dell’oro: a me tu ritorni, a me, o Lesbia, a un desiderio ormai senza speranza, al mio desiderio ritorni, a me, a me tu ti ridai. O giorno luminoso! Chi vivrà più felice? Chi potrà mai più pensare vita più desiderabile di questa?”

 

Ma effimera pare la sensazione dell’autore come effimera si rivelerà nel Liber Catullianus la gioia dell’amante di Lesbia!

 

L’altare dell’orgoglio

E’ forse proprio nella μεγαλοφροσύνη l’humus del disamore che vive il poeta in naturale prosecutio col carme precedente; non riuscire a stemperare l’intransigenza ieratica di questa divinità implacabile che non si lascia ammorbidire dai numi attigui e pur compresenti nell’animo umano quali la comprensione, il perdono e la solidarietà, genera all’arrogante deità dell’amor proprio una prigione ineludibile, un Alcatraz da cui non è possibile sottrarsi, poiché la caligine e il tanfo nauseabondo del suo turibolo originano un’asfissia del sentimento che oramai è inviluppato nel disamore insanabile. E’ ancora lontano l’autore dalla fase terminale del suo percorso umano, quella dell’incontro col Divino, ma anche qui al lettore attento non sfugge l’impronta sacroscritturale dell’ispirazione del poeta; agevole la presa di distanza dal demone orgoglio sulla base degli ammaestramenti del salmista: gli orgogliosi son così concentrati su se stessi che i loro pensieri son lontani da Dio: “l’empio con viso altero, dice: ”il Signore non farà inchieste. (Salmo 10.4) νεκεν τίνος παρώξυνεν σεβς τν Θεόν; επεν γρ ν καρδί ατοκ κζητήσει"

L’indagine divina pare invece già cominciata per l’autore, vista la cognizione della prigionia che quel demone orgoglioso procura!

 

Come un dardo il cielo infinito

A stretto giro brucia fortemente l’orgoglio del maschio ferito e il poeta guarda direttamente le plumbeità del mondo muliebre fisicizzato negli occhi della traditrice; l’uomo non abbassa lo sguardo, la sua vista ha potere ustionante, poiché creatura forgiata dai suoi fattori a dirigere il capo verso l’alto a discrimen di “tutte l’altre fatture”, per dirla col sommo poeta. Ancora sostrato classico in questa ennesima espressione del vulnus venereo che piaga, ma non piega la rettitudine (in senso quant’altri mai fisico!) dell’autore; si pensi a Genesi 15.5: “poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle!”; si pensi a Dante, Inferno XXXIV, 133-139:

 

“Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo su, el primo e io secondo,

tanto ch’i’ vidi de le cose belle

che porta ‘l ciel per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.”

 

E, dulcis in fundo, a Ovidio, Metamorfosi, I, 76-85:

 

Sanctius his animal mentisque capacius altae

deerat adhuc et quod dominari in cetera posset:

natus homo est, sive hunc divino semine fecit

ille opifex rerum, mundi melioris origo,

sive recens tellus seductaque nuper ab alto

aethere cognati retinebat semina caeli.

quam satus Iapeto, mixtam pluvialibus undis,

finxit in effigiem moderantum cuncta deorum,

pronaque cum spectent animalia cetera terram,

os homini sublime dedit caelumque videre

iussit et erectos ad sidera tollere vultus:

 

Barlumi di lancia

Il vulnus amoris si somatizza nuovamente e, pur non appalesandosi la fisionomia del pugnalatore, il dolore è fisicamente avvertibile in una lirica effimera eppure lunghissima nell’immagine lancinante che lascia al suo lettore con quell’interessantissimo avverbio π κοινο tra l’attributo invisibile ed il predicato verbale stringe, talché il lettore venga lasciato volutamente scettico se sia la mano di chi colpisce ad esser tuttora inconoscibile ovvero sia il suo assalto a tutt’oggi permanente nel ventre di chi soffre, così come altrettanto sublime risulta la sinestesia della stretta dei riflessi della lama nel corpo dell’abbandonato.

Come non avvertire echi Nerudiani in questa immagine dell’autore? 

 

Non solo il fuoco

 

Ahi, sì, ricordo,
ahi, i tuoi occhi chiusi
come pieni dentro di luce nera,
tutto il tuo corpo come una mano aperta,
come un grappolo bianco della luna,
e l'estasi,
quando un fulmine ci uccide,
quando un pugnale ci ferisce nelle radici
e una luce ci spezza la chioma,
e quando
di nuovo
torniamo alla vita,
come uscissimo dall'oceano,
come tornassimo feriti
dal naufragio
tra le pietre e l'alghe rosse.
Ahi, vita mia,
non solo il fuoco tra noi arde,
ma tutta la vita,
la semplice storia,
l'amore semplice
di una donna e d'un uomo
uguali a tutti gli altri.
 

 

O perché non captare Lorca in questa breve lancinante lirica di Guglielmo Campione?

 

Vento dell'Est, una lanterna

e un pugnale nel cuore.

La strada ha un fremito di corda tesa.

Un fremito di enorme calabrone.

Da ogni parte vedo il pugnale nel cuore.

 

Deliziosi stupidi

Attenta analisi etimologica richiede questa lirica gravida di carnalità disillusa e già presaga del fallimento del legame amoroso più vero. Delizioso è chiaro attributo della stupidità nel suo radicale che rimanda sicuramente al pluralia tantum deliciae, arum con riferimento ai piaceri della carne; deliciosus in Latino è attestato sintomaticamente in Marziano Capella e in Sant’Ambrogio col chiaro significato di “voluttuoso”; la voluptas è di per sé insensata e stupida perché figlia dello stordimento, dell’ammirazione esteriore (tale è il significato di stupeo) ed è parente dell’oscurità non fisiologicamente modulata dalla luce satellitare, chiamando a sé il contiguo etimo dello sdrucciolamento, già usato nel “Lungo cammino del fulmine” in una poesia come “L’insolente accoglienza del giorno” e del ladrocinio (ché altrimenti non si giustificherebbe il contiguo complemento predicativo del soggetto, furtivi, da  fur, is), gemella della sottomissione (il riferimento alla frusta e alla schiavitù è tutto in connessione logica) e del baratto (svendere significa scendere a compromessi per stato di necessità). La dolcezza epidermica del contatto sessuale pare già dazio da pagare alla conseguente purulenta ferita che tale frusta non tarderà a generare. Amore fisico ulcerante descritto con tratti consequenzialmente e terribilmente logici.

 

Cerbiatta immortale

Ancora il sostrato classico traspare in questa giovane amante persa, icona di una divinità quasi cacciatrice del maschio perdutamente innamorato, una sorta di Artemide soprannominata λαφηβόλος - "Colei che ferisce i cervi", ella stessa rimembrata come immortale cucciolo di cervo; sintomaticamente Luciano nei “Dialogi mortuorum” si esprime in tal senso: νεβρς τν λέοντα αρε, “il cerbiatto uccide il leone”, in una similitudine che pare quasi ripescata dalla lirica di Campione: la fragilità del maschio fotografata nell’immagine di una cerbiatta irraggiungibile, quasi a ripercorrere il mito di Atalanta, in parallelo colla simbolistica del corso d’acqua che scorre inafferabilmente come l’amore carnale fugacemente vissuto in una notte indimenticabile.

 

Dietro spesse gramaglie

Abito da lutto; per lo più al plurale: essere in gramaglie; una vedova in gramaglie; anche figurato: le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare, e non hanno preso le gramaglie (Leopardi); più raro il singolare: in gramaglia parvemi avvolta natura veder (Tommaseo). Meno comune, il drappo funebre col quale si copre il catafalco, o in generale i drappi da lutto con cui si addobbano le chiese in occasione di riti funebri. Così il dizionario della lingua italiana Treccani per la definizione del lemma usato dal poeta, lemma lugubre quant’altri mai cui vitalisticamente si contrappone l’appetito della linea slanciata dell’amata verosimilmente svanita, perduta, ma che ancora suscita nel protagonista voglie furtive o empiti immersivi allusivi al pescatore di perle che non ha timore di affrontare gli anfratti marini per la meravigliosa ostrica da sottrarre alle gabbie di Nettuno. Si intravede un’assonanza asimmetrica nell’incipit e nel desinit cui il poeta finora non è aduso (gramaglie/tagli)

 

Dimentico lentamente

Traspare l’idea della donna generatrice di vita dolcissima e ristoratrice dietro il simbolo dello zampillo le cui acque placano il poeta sitibondo; il liquor lo rigenera riplasmandone i ricordi fisicizzandoli nel riflesso dell’amata/fonte ad oggi proiettato sulle pareti della magione che fu verosimilmente sito alcovico; la sorgente ha lasciato il posto, nella memoria di chi ne è stato orbato, d’una punta d’arma da taglio (già evocata in “Barlumi di lancia”) il cui balenio necessita di lunghi tempi cicatriziali; dice il cantore: “E va’, tristezza, va’! Per te c’è un pensiero e una lacrima! Addio, Felicità! Vedrai, le ferite si chiudono!”. La fisiologia della cauterizzazione del vulnus amoris ha la sua diacronia e questa vuol cantare l’autore in questa breve ode del ricordo e dell’attesa della guarigione. Questo accenno finale alle ferite rimarginate e alla razionalità che prende il sopravvento dopo lungo tempo sottende ancora una volta il sostrato classico properziano, dell’ Elegia III, 24, vv. 18-19:

 

vulneraque ad sanum nunc coiere mea.
Mens Bona, si qua dea's, tua me in sacraria dono!

 

Lapide alla bontà

Il carillon è uno strumento musicale automatico del diciannovesimo secolo che produce musica facendo vibrare delle lamelle di acciaio disposte a pettine, con delle punte poste su un cilindro o su un disco rotante. Non è dato comprendere a tutta prima perché a questo simbolo d’armonia e accoglienza il poeta accosti nuovamente l’immagine della lama tagliente (è la terza volta che avviene nella raccolta a stretto giro) soffermandosi stavolta sull’ornamento dell’impugnatura che ha il cromatismo dell’emoglobina, forse a reiterato sema del vulnus amoris quasi presagito; tale simbolo vulnerante stavolta pare al protagonista un pilastro monolitico a pianta quadrata posto a scopo celebrativo e ornamentale come monumentum (che, non si dimentichi, viene da memini, e successivamente da monimentum) probabilmente in una stanza di giovane studente universitario, figura semanticamente antipodica ad un’amante scaltra e subdolamente pronta a tradire.

 

Geografia di mia vita

Solcar mille mari e affondar in un’onda sola: mitico incoercibile sostrato odisseico! Come non rimembrar il Canto di Ulisse nell’Inferno dantesco? Voglia o non voglia, scientemente o inconsciamente, Campione è classico nel tessuto connettivo della sua poiesis!

Cerchio = perfezione, compiutezza, unione, ininterrompibile e incesurabile. Senza inizio né fine, linea unica ad estremità ricongiungenti e reciprocamente annichilite. Status della sostanza primigenia, inattingibile e diafana, monomorfica e adiafora. Non ha angoli né spigoli, sema dell’armonia, e traduttore di ciò che è indifferenziato in identità di principio in virtù della mancanza di opposizioni, come l’alto e il basso, il destro e il mancino ecc. Simbolo spirituale, immateriale, psichico. emblema duplice, di magia e divinità. In quanto cielo, simboleggia la sfera intellettuale e spirituale. Opponendosi al Quadrato, fisicizza la volta celeste in relazione alla terra, alla materialità. Collegato al ciclo perenne della vita. La circonferenza, figura geometrica nella quale non è dato distinguere il principio dalla fine, effigie di eternità e perfezione. La cinesi circolare, quella del firmamento, è perfetta, immutabile, senza inizio né fine, né variazione; pertanto simboleggia il tempo, successione continua e invariabile di istanti tutti identici gli uni agli altri, donde il concetto di ciclicità. La circonferenza determina altresì un limite discriminatore tra facies interna definita ed esterna infinita. 

Il poeta sembra sintetizzare tutta questa simbolistica con le allusioni reiterate allo spirito del cerchio, questa perfezione cui fanno pendant le immagini “quadratiche” della naufragabilità, fallacità dialettica, dormienza drammatica di una partner che pare opporsi nella sua fluidità all’anelito di perfezione invocato dall’autore.

L’alternanza infida dei sì e dei no dell’amata sembra lasciare indifferente il poeta, conscio che l’unione carnale con il soggetto rappresentato può costituire soltanto diradamento ed allontanamento dall’ansia di circolarità che lo plasma.

Sublime l’immagine del contrasto finale tra statiche materialissime e drenanti paratie muliebri e dinamicissime correnti indefinite maschili.

Una dicotomia arrenothelica che pare sostanziare in fondo tutta la silloge! 

 

Mi saprai odiare?

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

 

(Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento).

 

Zeki asserisce che l’attivazione delle stesse due aree (insula e putamen destro) si verifica nell’odio e nell’amore “may account for why love and hate are so closely linked to each other in life.”

Balint formula sull’odio riflessioni al tempo stesso illuminanti: “Secondo me l’odio è l’ultimo residuo, il rifiuto e la difesa contro l’amore oggettuale primitivo (o il conseguente amore arcaico). Ciò significa che noi odiamo le persone - anche se queste sono molto importanti ai nostri occhi- che non ci amano, e rifiutano, come partner, di collaborare malgrado i nostri sforzi per guadagnarci il loro affetto. Ciò evoca in noi le pene più amare, sofferenze e angosce del passato, e ci difendiamo contro il loro ritorno innalzando le barriere dell’odio, negando a noi stessi il bisogno di questa gente e la nostra dipendenza da loro. A modo nostro noi vogliamo confermare a noi stessi che questa gente -benché ci stia a cuore- è cattiva; che non dipendiamo più dall’amore di tutte le persone che ci interessano e possiamo fare a meno dell’amore di quelle che – tra loro – sono le più cattive.”

 

Insomma, c’è tutto il Campione classico e psicanalista in questa lirica che tratteggia proprio i due poli opposti eppure così contigui dell’odio e dell’amore, paludandoli dietro una non si sa quanto innocente o provocatoria domanda dell’amata fuggiasca: “Sarai in grado di odiarmi?”; appare un quesito retorico, poiché il soggetto dovrebbe essere profonda conoscitrice dello spessore umano dell’innamorato; la mistione delle immagini più dolci ed amorevoli (stelle, luna, strizzata d’occhio, perle, baci, cuore, carezze) all’interrogazione sulle attitudini al μισεν del partner canta un’antifona  tutta catulliana e psichica,  sostrato pregnante dell’ispirazione dell’autore.

 

Vita amore e morte

Accipe fraterno multum manantia fletu

Atque in perpetuum, frater, aue atque uale.

 

La exhortatio al congiuntivo presente (“ti attendano, bimba!”) fa ronzare nelle orecchie la chiusa del carme 101 di Catullo in memoria del fratello morto.

 

Davvero questa lirica pare la sinfonia struggentissima di un commiato ad aeternum, una sorta di ave atque vale in cui, come in un’urna cineraria, si consegnano alla memoria dell’amata fuggita i tre cardini fondanti dell’essenza dell’uomo donator gratuito di sé stesso: βίος, γάπη, θάνατος, ognuno istoriato nelle sue peculiarità quasi genetiche. La pulsione del superar forse la mera fisicità relazionale, il mettere in gioco rischiosamente sé stessi e l’addormentarsi in questa frenesia compulsiva che solo l’eros può donare. La passione nel suo divenire e nel suo riplasmarsi attraverso una donazione che travalica l’intreccio erotico. Il velame post mortem nell’attesa della piena coscienza del reale. Mai come in questa lirica l’ambiguitas dell’autore pare quasi triadizzarsi, se così si può neologizzare, poiché l’explicit con il nome di una divinità comune al mondo classico greco-romano e alla religione indù offre ampia gamma di opzioni al lettore ignaro dell’ispirazione più intima di chi scrive: sia essa l’obstetrix della mitologia ellenica, sia essa la fecondatrice ridestatrice della terra in primavera secondo  la religione romana, sia essa la madre di Krishna, a noi appare sema del risveglio umano e dello svincolo dalle apparenze e verosimiglianze che coartano l’esistere per approntare la cognizione piena dell’essere.

 

Ricettario afrodisiaco

Ancora un Guglielmo ribaltatore della stereotipia dicotomica arrenothelica. Stavolta attraverso una chiave di lettura culinaria della fruizione del legame sessuale: la voracità muliebre, l’accelerazione orgasmica di lei, rallentata e centellinata dall’inopinato slow down di lui. La γυναικεία ταχύτης zavorrata dall’νδρικ βραδύτης. Non zone erogene da titillare, ma periferie somatiche da esplorare e guarnire. L’autore in tutta la silloge ama rovesciare i κοινο τόποι del rapporto uomo-donna e lo fa per esperienza diretta vissuta sulle proprie carni scottate dalla “volatilità” dell’altra metà del cielo.

 

Noi fummo un angolo dove l’amore passò

Ancora un’ode sulla volatilità dell’amore istoriata dall’immagine dell’incinerazione di esso e della sua umbratilità. E la metafora geometrica sembra dare al ricordo una valenza transeunte eppure permanente nella mente del maschio vulnerato dall’abbandono e dal ricordo lancinante che si reitera nel tempo. Vibra nel sostrato culturale dell’autore il ricordo di Angelica e Medoro in quella rincorsa sfrenata degli amanti incisori dei loro nomi sulle verticalità immote dei luoghi da loro stessi frequentati, passaggio dove il poeta si cimenta estemporaneamente in un verso rimato. Sul piano carnale sembra intravedersi la figura del dio Kama di cui si raccontava la relazione pericolosa con Parvati, figlia dell'Himalaya e sposa di Shiva. Shiva, in preda al sacro furore della gelosia, gli indirizzò uno sguardo con i suoi occhi ardenti tale da ridurlo in cenere. Figlia di quale invidia, di quale gelosia è la fine dell’amore del poeta, amore che andò ad incinerirsi in altro luogo? Non è dato saperlo, ma il lettore, conoscendo l’humus culturale dell’autore, sente ronzare nelle orecchie anche il mito di Semele, la divinità greca amata da Zeus e madre di Dioniso: Euripide nelle “Baccanti” la descrisse morta incenerita dai fulmini di Zeus che ella aveva voluto vedere in tutto il suo splendore.

 

Il piglio salubre della frusta

Pare emergere un desiderio nemetico e anatemico in questi due congiuntivi esortativi estremamente acustici che il poeta dedica alla fuggiasca inscritta nuovamente in una cornice di scivolosa umidità a metafora dell’inaffidabilità del progetto  muliebre. Sono τόποι costanti quelli della donna acquatica e slittante nella produzione di Guglielmo ed il panorama che fa pendant a quei ricordi amarissimi pare esser specchio di quell’idea sfuggevole e pugnalatrice che le partner dell’età giovanile gli han lasciato in eredità. Sarà vera o metaforica anche l’insalivatrice dipinta in chiosa? Non è dato sapere: certo, allegoria o realtà, il poeta deve esser stato tradito da un moto di ribellione imprevedibile nell’interlocutrice di turno e la ribalderia di chi ha osato disprezzarne gli intenti merita sentenze vendicative quali lo scampanio a morte e la flagellazione più vulnerante. Si risente qui anche il Nietszche di “Cosi parlo Zaratustra”:

 

«Dammi, o donna, la tua piccola verità!» io dissi;

e allora la vecchierella soggiunse:

«Ti rechi presso le donne? Non dimenticare la frusta».

Così parlò Zarathustra.                             

 

“Expuit in terram, fecit lutum ex sputo et linivit lutum super oculos eius”: mi piace scandagliare nella metafora dell’insalivazione dell’amato una sorta di dicotomia taumaturgica tra femmina e maschio, quasi che la donna arroghi a sé la capacità di  dissolvere la cecità dell’uomo che non si rende conto di una realtà dissimile dal suo immaginario. In tal senso l’innesco scritturale potrebbe esser fonte d’ispirazione anche per questa lirica che indugia sugli effetti acustici del rapporto naufragato anzitempo.

“Io ti disprezzo... ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più... Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi... Eccola la verità... ti disprezzo e mi fai schifo.”

 

Vi è però un’altra possibilità ermeneutica quella dell’Emilia de “Il disprezzo” moraviano, una sorta di figura impleta penelopea che si pone dicotomicamente rispetto al Riccardo-Ulisse: saremmo di fronte come qualmente ad una femmina ribelle, attivamente indomita che sfugge ad ogni opinabile e preventivabile valutazione da parte del proprio partner. Ritengo questa una delle liriche più soggette a un ventaglio interpretativo, una delle migliori espressioni dell’ermetismo di Guglielmo Campione.

 

Non manca mai un filo di perle

Mai l’autore ha raggiunto tali vette di sarcasmo e causticità nella demolizione dello stereotipo di femmina che deve aver vissuto negli anni giovanili; pare urlare un’irresistibile ribellione e la denuncia della fragile apparenza dietro cui all’epoca le ragazze paludavano il loro empito emancipativo; ed è pura realtà vidimabile a cura di un coetaneo; dietro alla luna falsamente saggia con cui la donna paludava il chiodo fisso maschile che ella nell’afflato femminista degli anni mirava a demonizzare e demolire, sovente vi era il dito delle medesime voglie ed isterie trasgressive che scaltramente dissimulava. E i parametri di tale paludamento sono capillarmente descritti dal poeta: la fretta simulatrice di trasandatezza e sciatteria, la scivolosità degli sguardi a mo’ di anticamera di fintamente candidi paramenti intimi, l’impeccabilità dell’abbigliamento facilmente obliata dall’effetto choc della visione otticamente e gustosamente tangibile del reciproco oggetto del desiderio sessuale.

Mi pare riascoltare le note altrettanto dirette di queste invettive di Catullo e Marziale:

 

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimos Remi nepotes
.

 

(Gaio Valerio Catullo Carmen 58)

 

Quod fellas et aquam potas, nil, Lesbia, peccas.
Qua tibi parte opus est, Lesbia, sumis aquam.

Se succhi l’uccello e poi bevi dell’acqua, Lesbia, non sbagli.
Utilizzi l’acqua, Lesbia, nel modo che ti è utile.

 

Marziale: Epigrammaton, Liber II, carmen 50.

 

 

Mariano Grossi

 

 

 

 

 

 

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