Il cielo è rosso PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Martedì 23 Aprile 2019 09:59

 

 IL CIELO È ROSSO di GIUSEPPE BERTO

 

 

Il racconto inizia negli anni ’30, in una Treviso abitata da gente umile, dura e moralista, abituata a sopportare molto. 

La Treviso del 1944 non è diversa. Carla e Giulia, cugine adolescenti, sono in rapporti conflittuali con la nonna, in una quotidianità trascorsa tra liti e recriminazioni. La routine viene spezzata dai pesanti bombardamenti, quando si alzano in cielo «centinaia di motori», cui «si aggiungono i rumori delle bombe che cadono, come qualcosa che succhi l’aria orribilmente».

Il cielo si colora di rosso, e lo si può vedere da paesi distanti:

 

«Vedemmo alzarsi alte e smisurate le vampe delle fiamme degli incendi sopra Treviso e cortine enormi di fumo si dilatavano verticalmente; un rosso immenso poi si espandeva dovunque, dalla città lontana, e sembrava lambire perfino la Grasseghella»[Ponte di Piave] – Ferruccio Mazzariol, La mia Treviso, Passeggiate nella Marca, edizioni Santi Quaranta, p. 127-128

 

Carla e Giulia, alle quali si affiancano Tullio, Daniele e altri personaggi, rimangono sole. Le incursioni aeree hanno interessato il centro dentro le mura (San Niccolò, il Duomo, il Palazzo della Signoria, la Stazione). La città è irriconoscibile; le strade, punti di riferimento per orientarsi, sono scomparse.

 

Qual è il senso di questo? Non si tratta di essere buoni o cattivi. Il fatto è che ciascuno è quello che è, né buono, né cattivo. Le cose si fanno se servono, non si bada ad altro. Di fronte alla «realtà pratica», quella «dei bisogni fisiologici, delle cose grossolane» (così scriveva Luigi Meneghello in Libera nos a malo), non se ne avrebbe il tempo. Più avanti qualcuno dirà che «il male non è in te o in me», ma «in tutti gli uomini insieme». La conseguenza che ne discende riassume il romanzo nella sua interezza: «Tutti dobbiamo patire per il male di tutti, anche quelli che non ne hanno colpa».

 

Affiora, tra le pagine, il male oscuro, rilevante tema di un’opera futura, a rappresentare non un male individuale, ma quello universale e senza rimedio. Lo stesso che ha falcidiato migliaia di vite senza il minimo pensiero e preoccupazione; perché ciò è avvenuto meccanicamente, ad alta quota: «Le loro mani hanno un gesto semplice per muovere le leve», protetti, in volo, all’interno di una carlinga.

 

Si pensi a quale tipo di nuova quotidianità era gettata una comunità che già viveva con lo stretto necessario. Le cose chiaramente non cambiano nell’immediato, alla fine della guerra:

 

Era passato un anno e la miseria sovrastava sempre più grande. Ancora la gente non aveva altro scopo di vivere che quello di procurarsi il cibo per non morire. Ognuno doveva lottare per quel cibo, fare in modo che se qualcuno doveva restar senza, non fosse lui a restar senza. E intanto veniva un nuovo inverno, e tutti sapevano che in quel nuovo inverno molti sarebbero dovuti morire di fame e di stenti e di malattie che non si potevano curare. Eppure la guerra era finita, da diversi mesi ormai. Eppure si era tanto parlato, prima, del bene che sarebbe venuto dopo quella guerra.

 

Tuttavia anche in precedenza vi era una gerarchia tra poveri, tra chi aveva poco e chi niente:

 

Era accaduto che il popolo degli straccioni, che prima erano rimasti confinati nelle strade e nelle piazze dei loro quartieri, aveva invaso a poco a poco tutta la città (…) Forse era accaduto che si sentissero meno a disagio ora in quei posti, ove gli alberghi e i negozi non erano più tanto eleganti, e dove le rovine ad ogni pochi passi arrivavano a mostrarsi sui lati, come nelle loro strade e nelle loro piazze. Oppure era accaduto che aumentando di numero e di miseria, si fossero sentiti più arditi, padroni di tutto, e così fossero mossi alla conquista dei luoghi principali della città. Forse questa era proprio la ragione giusta, e spiegava anche la loro ostinazione nel restare in quei posti. Volevano ostentare la miseria degli stracci e dei corpi denutriti proprio là dove una volta non avevano avuto il coraggio di mostrarsi perché li avrebbero cacciati via.

 

Non manca l’altra faccia della medaglia: coloro che con il conflitto si sono arricchiti, “mercanteggiando” o approfittando della borsa nera o violando gli obblighi degli ammassi. Il denaro accumulato dai nuovi ricchi, se ora non serviva, sarebbe stato usato dopo.

 

C’è chi si trova spiazzato, al di fuori di queste categorie, come Daniele che proviene dalla media borghesia, privo di mezzi e di risorse per affrontare il disastro imperante. Nonostante il velo di disperazione che lo attanaglia, forse è l’unico cui si aprono vere alternative. Tuttavia è troppo giovane per ricoprire il ruolo che il destino (non privo di qualche promessa) sembra avergli assegnato. C’era da aspettare un po’.

Vince, purtroppo, la difficoltà di arrangiarsi con la sola forza dei principi, della cultura e dell’intelletto, tanto che i libri è costretto a metterli da parte (sia quelli da leggere, sia quelli da studiare). Non sentendosi né carne né pesce, bussa, improvvisando, da una porta all'altra delle possibilità. Eppure possiede quello spirito di iniziativa e quel po' di ingegnosità che non guasta, e fa da contraltare alla rassegnazione. 

 

Daniele esprime e rappresenta, nel proprio cuore, la distruzione di Treviso. La questione è cosa ripristinare, cosa riedificare tra case, vie, spiriti e persone. Qualcosa rimane irrimediabilmente perduto e irrecuperabile. Ciò gli viene detto con estrema chiarezza, e non una volta soltanto:

 

«Non è questo» disse Carla. «Dovresti capirmi. Ci sono delle persone che non possono trovar posto in un mondo come il nostro. Non è neanche colpa loro, anzi sono meglio di noi. Ma qui si tratta solo di forti e di deboli. Tu non sei proprio debole, Daniele. Hai le tue idee, e sei ostinato nelle tue idee. Ma non è il genere di forza che ci vuole per arrangiarsi in un mondo come il nostro.»

 

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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