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Il sentiero dei nidi di ragno PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Lunedì 18 Marzo 2019 09:17

 

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

 

 

 

 

 

 

Pin, protagonista de “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino ha dieci anni, ci appare “con le mani in tasca nella giacca troppo da uomo per lui”; sembra più bambino di quello che è, perché “ha due braccine smilze smilze”. I ragazzini della sua età lo ignorano, diffidenti.

Amico dei grandi che frequenta e sberleffa, impara presto a muoversi con circospezione:

"Sono una razza ambigua e traditrice, non hanno quella serietà terribile nei giochi propria dei ragazzi, pure hanno anch'essi i loro giochi, sempre più seri, un gioco dentro l'altro che non si riesce mai a capire qual è il gioco vero."  

Finché è un bambino, sta in un’altra dimensione. Può prenderli in giro, scherzare senza condividerne fino in fondo il destino. L’infanzia consente a Pin di non avere troppo i piedi per terra e di rintanarsi in un posto sicuro creato dalla propria immaginazione: il luogo in cui i ragni fanno il nido e dove nascondere la pistola che, per scommessa, ha rubato a un marinaio tedesco. Grazie alla “distanza di sicurezza”, quando le cose si fanno “fin troppo serie”, può permettersi quel suo “strano commercio”, non esente da rischi, con l’universo degli adulti.

La prigione prima, la lotta partigiana poi, sono il terreno in cui avviene questo “commercio”, vissuto come un’avventura che lo mette alla prova.

È difficile per Pin trovare un punto di riferimento affettivo: se i grandi non sono affidabili, Lupo Rosso, sedici anni, di stanza nel gruppo dei partigiani, rappresenta un’irresistibile attrattiva: “potrebbero diventare amici sul serio”.

“È una cosa bellissima stare seduti insieme con Lupo Rosso dietro al serbatoio: sembra di giocare a nascondino."

Non è “ambiguo” come i grandi, però tratta Pin da bambino, e “questo [gli] dà ai nervi”.

Lupo Rosso, serio e concreto, è parecchio diverso da Pin. Usa un linguaggio (un codice) totalmente differente. Gli escono frasi del tipo: “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” e cominciano a prevalere i tentativi di spiegazione razionale del mondo circostante. È uno dei pochi, in teoria, in grado di seguire la traccia dei noccioli di ciliegia gettati da Pin nel bosco, come Pollicino con le molliche di pane. È per questo che il ragazzo si immagina di essere lui stesso Lupo Rosso – solo un poco più grande - quando impugna (gioca con) la P38 sottratta al tedesco.

Pin è il punto di vista privilegiato del romanzo, quasi non c’è scena in cui il ragazzino non sia d’intorno. Tra le righe, attraverso l’uso della terza persona, media la presenza dell’autore. La quale si fa prepotente fino a cambiare bruscamente di prospettiva nel capitolo IX, quando compare il commissario Kim. Sembra quasi un corpo estraneo al testo, eppure fa sì che la bilancia sia in equilibrio in entrambe le dimensioni: quella del reale (trasfigurato dal fantastico) e del fantastico (che ha le sue radici nel reale).

Kim non ha molti più anni. Procedendo in progressione (i dieci di Pin, i sedici di Lupo Rosso), quest’ultimo si può dire coetaneo dell’autore. Rispetto agli altri vive una fase successiva: ha piena fiducia nella razionalità che ogni cosa analizza con perfetta chiarezza:

"Tutto deve essere logico, tutto si deve capire, nella storia come nella testa degli uomini: ma tra l'una e l'altra resta un salto, una zona buia dove le ragioni collettive si fanno ragioni individuali, non mostruose deviazioni e impensati agganciamenti."

Non è “del tutto” adulto, età in cui ci si accorge che la realtà è una trappola senza vie d’uscita alla quale abbandonarsi con rassegnazione. Si assottiglia ulteriormente il legame con la dimensione fantastica: è la voce di chi sta con i piedi per terra pur richiamando, il suo nome, il libro della giungla di Kipling.

Nulla appare scontato: Pin a volte intuisce di averla fatta grossa, non dubita tuttavia di poter tornare sui suoi passi e farla franca. Anche quando si allunga l’ombra dell’irrimediabile e cambiano definitivamente i rapporti:

“non potrà più scherzare col tedesco dopo questo [la sottrazione della pistola]; e anche con i compagni dell'osteria sarà diverso, ci sarà qualcosa che lo lega a loro su cui non si può ridere e dire cose oscene..."

Per Pin il momento dell’irrimediabile non arriva mai, Pin è Pin in tutto il romanzo. Se ciò avvenisse diverrebbe Lupo Rosso, e divenuto Lupo Rosso si trasformerebbe di lì a poco in Kim. E Kim diverrebbe, evolvendosi, un adulto simile agli altri, disilluso dalla razionalità con la quale pretende di chiarire tutto.

Qualcuno ha efficacemente precisato che Italo Calvino ha (e dà) uno sguardo diagonale, di scorcio alla realtà. Evita insomma di avere troppo la testa tra le nuvole, ma anche di essere eccessivamente invischiato nell’oggettività del reale. Ha i piedi in due staffe, in modo che la realtà sia trasfigurata dalla fantasia, e la fantasia non sia mai sterile e fine a se stessa.

Ciò consente di richiamare il mito di Perseo il quale, se ben ci si ricorda, non guarda in faccia Medusa (ne verrebbe altrimenti pietrificato) eppure, affrontandola, le taglia la testa.

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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