L'Arminuta PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Lunedì 12 Novembre 2018 15:49


L'ARMINUTA di DONATELLA DI PIETRANTONIO

 
 
 
 

L’Arminuta è scritto con un linguaggio essenziale e fortemente evocativo. Grazie a esso, e senza complicati giri di parole, il lettore condivide da subito la curiosa condizione della protagonista, una ragazzina restituita alla famiglia d'origine dalla zia che l'ha accudita e allevata negli ultimi tredici anni. Non le è dato sondarne i motivi, a quanto pare di dominio pubblico:

"Ero l'Arminuta, la ritornata. Non conoscevo quasi nessuno ancora, ma loro ne sapevano più di me sul mio conto, avevano sentito le chiacchiere degli adulti.”

Di solito, in storie simili, il canovaccio è diverso: si tende a voler tornare nella famiglia di provenienza quando ci si accorge che quella in cui si è vissuto fino a ora non lo è. Spesso è un modo per migliorare le proprie condizioni, materiali (per i nobili natali) oltre che affettive. Si può annoverare, esempio tra i tanti, Senza famiglia, il celebre romanzo di Hector Malot (1878).

L'Arminuta (non sappiamo il nome di battesimo) non è affatto entusiasta del mutamento.  Deve prendere confidenza con un ambiente, una routine e una dimensione affettiva completamente differenti. Non è figlia unica ma ha una sorella e dei fratelli. 

È una fiaba ribaltata, con un totale capovolgimento di situazioni. Cenerentola alla rovescia, da una inconsapevole situazione ideale  è proiettata bruscamente nella cruda realtà, in cui è la necessità a farla da padrona. E dove la nuova madre è la vera madre, il nuovo padre è il suo vero padre. In seno alla nuova famiglia si sente estranea, la reciproca fiducia è tutta da conquistare:

"Non l'ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori. Se dovevo rivolgermi a lei con urgenza, cercavo di catturarne l'attenzione in modi diversi".

Il suo è un duro risveglio:

"Dopo qualche giorno avrei saputo competere per il cibo e restare concentrata sul piatto a difenderlo dalle incursioni aeree delle forchette.”

Le domande sono molte. La più urgente è capire perché la donna che l’ha cresciuta (sua zia) ha rinunciato a lei: cosa impedisce di sfuggire a un'esistenza a cui non è abituata? L’altra, altrettanto indifferibile, (perché la madre naturale l'ha data via) non se la pone neppure, quasi mancasse un legame che giustifichi una ricerca in tal senso. 

Vi sono molti temi affrontati (il rapporto madre-figli è quello che fa da perno al romanzo), tra cui quello dell’identità di cui, la ragazza, non è mai stata priva. Ne ha avuto una diversa, la stessa che per tutto il racconto desidera recuperare ma che, invece, è perduta per sempre. L’identità originaria le risulta incomprensibile, nonostante il vincolo di sangue paradossalmente più reale di quella che le è stata sottratta.

Nessuno sembra avere né la responsabilità, né la regia di quello che le succede, vittime tutti di meccanismi di cui non si ha il pieno controllo. Sullo sfondo  ci sono scelte che, per salvare il salvabile, esigono radicali vie d'uscita.

 

Davide Dotto

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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