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Scritto da Chiara De Santo   
Domenica 14 Ottobre 2018 01:13


Ogni credenza ha il suo rovescio

Riflessione basata su “It” di Stephen King

 

 

 

 

Perché parlare di un libro esponendone la trama? Perché commercializzare il prodotto, spegnere l’intimità tra libro e lettore in favore dell’oggettività? Questo è il mio pensiero, probabilmente apparentemente pigro, fiacco, esuberante e carico di smanie eccentriche, ma ad esser sinceri, con tutto il rispetto, non mi va giù di scrivere un articolo per Wikipedia: la mia penna è di carattere personale, non sa essere obiettiva.

D'altro canto finirei dando per scontato che chiunque legga questa mia riflessione conosca la vicenda narrata e sbagliarei, perché probabilmente così non è, ragion per cui è necessario che io fornisca qualche coordinata, una base su cui erigere il mio pensiero.

“It” è una delle più celebri opere del famoso scrittore Stephen King, autore noto particolarmente per la capacità di saper dotare i suoi racconti di tensione crescente, caratteristica che l'ha consacrato al nostro tempo come il “maestro dell'horror”.

Il romanzo, frutto dell'unione di due generi, fantasy e horror, si sviluppa nella narrazione di eventi accaduti a distanza di ventisette anni: il gruppetto di protagonisti, il Club dei Perdenti, composto da sette ragazzini (Bill, Beverly, Ben, Mike, Eddie, Richie e Stanley) affronta due volte It, una creatura soprannaturale con la capacità di presentarsi nella forma rappresentante la maggiore paura di chi incontra e conosciuto nell’immaginario collettivo come il clown Pennywise.

It si nutre di carne, ma più propriamente di caos e violenza in senso ampio e generale: nella città inventata di Derry, palcoscenico della narrazione, ogni ventisette anni, quando il mostro si risveglia, terribili cose accadono, dalla sparizione di bambini a esplosioni di violenza quasi prive di un serio fondamento.

Sembra addirittura che la città sia passiva e, per certi versi, complice di It: il Club dei Perdenti è l’unica forza che si oppone alla strage del mostro e che, grazie al potere dell'amicizia e della razionalità che sfuma la realtà magica di It rendendolo un semplice frutto dell’immaginazione, vince sul male.

Questa prima vittoria si verifica durante la fanciullezza dei protagonisti e, a distanza di ventisette anni, risulta solo parziale: gli eventi si ripetono ma in modo molto più macabro, data la furia crescente del mostro precedentemente sconfitto. Lascio il finale ai lettori che, altrimenti, mi odierebbero, dato il gusto di scrittura di Stephen King, ricco di suspense da far perdere il fiato.

La mia riflessione nasce da un passo specifico del libro, essenziale per estrapolare il messaggio dietro le righe, lo scheletro dell’impalcatura narrativa:

“Se ci sono diecimila contadini medievali capaci di far esistere i vampiri con la forza della loro credulità, può essercene sempre uno, e probabilmente bambino, capace di immaginare il piolo con cui ucciderli. Ma un piolo non è che uno stupido pezzo di legno. La mente è invece la mazza con cui conficcarlo nel cuore. Ogni credenza ha il suo rovescio.”

Stephen King gioca molto con la concezione della paura, col potere che ha la nostra mente e la preminenza dell'immaginazione (soggettività) sulla realtà oggettiva.

Il gioco funziona nella narrativa, regge ed è alla base dell'intreccio temporale che rende un'alta suspense ma io, personalmente, lo trovo più interessante visto dalla prospettiva dell'efficacia narrativa, dell'impatto che ha su chi legge. La lettura di questo romanzo, in modo particolare di questo passo, è riuscita a scuotermi, ad aprirmi numerosi spunti di riflessione e a presentarmi profondi interrogativi: se è tutto nella nostra testa e ognuno di noi concepisce le cose in modo relativo e personale, a seconda della propria forma mentis, chi ci assicura che esista davvero una realtà oggettiva, “vera” e indipendente da alcun tipo di condizionamento legato a chi ci vive?

Ciò che io vedo rosso per te che leggi può essere verde e le paure che mi tormentano e mi tolgono il sonno per te possono non esistere, o essere inconsistenti e insensate.

E se quindi tutte le gioie e i dolori della nostra vita fossero dentro la nostra testa e non dipendessero da null'altro, basterebbe credere di essere felici per esserlo “davvero” e idealizzarsi spensierati per non avere problemi?

È un dubbio quasi amletico e probabilmente la risposta ad esso non esiste, e forse è meglio così, ma credo che ogni tanto non faccia male soffermarvisi.

    

Chiara De Santo

 

 

 

 

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