Pastorale americana PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Domenica 07 Ottobre 2018 03:40

 

PASTORALE AMERICANA di PHILIP ROTH 

 

 

 

 

"Contrastare il padre non è uno scherzo e non contrastare il padre non è uno scherzo: ecco quello che stava scoprendo." [Philip Roth]

A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: ossia, le azioni di due corpi sono sempre uguali tra loro e dirette verso parti opposte. [Isaac Newton] 

Il romanzo è, nei fatti, il dettagliato ritratto di Seymour Levov, soprannominato lo Svedese per via della “mascella quadrata, l’inespressiva maschera vichinga di biondino dagli occhi celesti”. Impossibile cogliere dall’immagine sbavature, sproporzioni e incoerenze.

Il libro manifesta la difficoltà di fotografare un universo completo e privo di fraintendimenti e non, invece, sommerso da “strati e strati di incomprensione”. Pastorale americana denuncia un modo di essere (un modello, una mentalità, un sistema) accettato così com'è, senza sfumature e tralasciando le più intime contraddizioni. A essere messi sotto accusa sono l’America, la sua società, sotto certi aspetti il mondo occidentale e la sua filosofia.

Vi è un’identificazione completa tra lo Svedese e l’America. Entrambi sono bersaglio di una “adulazione assoluta, acritica e idolatra". Seymour Levov assume su di sé un impegno non da poco. Si fa talismano, si lega alla storia divenendone strumento.

L’investitura è avvenuta senza sforzo, per il gioco di circostanze più o meno fortuite. Si è trovato nel posto giusto al momento giusto (c'è una parola greca per questo: καιρός). I record sportivi esorcizzano le minacce della guerra (mondiale) e il timore di non vedere tornare i propri cari. 

Non ne sbaglia una. Costruisce una famiglia felice, prende in mano con successo la fabbrica del padre, corrisponde in pieno al medio americano:

“Continuavo ad aspettare che dicesse qualcosa in più di queste ineccepibili banalità, ma tutte quelle che venivano a galla erano altre superficialità.” Così si esprime Nathan Zuckerman, voce narrante e alter ego di Roth, comparso in altri romanzi.

 

 

 

Il disegno in verità è molto più complesso. Lo Svedese si attiene totalmente a un ruolo che lo rappresenta nel profondo. Non si opporrebbe mai all’America che gli ha concesso di affermarsi su diversi fronti. Lo farà la figlia, Meredith Levov, “la studentessa liceale che ha fatto saltare l’ufficio postale e ucciso il dottore.” Il periodo è quello cruciale delle contestazioni, in particolare il luglio del 1967 a Newark e Detroit, raccontato anche da Paul Auster in 4 3 2 1.

Se lo Svedese personifica l’America, la figlia Merry (Meredith) incarna la protesta, ma anche la follia di fondo comune a parti in causa che si parlano addosso, adoperando slogan di segno contrario. I ritratti composti tra le pagine alla fine si perdono nei simboli che riflettono.

Entrambi comprendono fin troppo bene la realtà in cui si trovano, implicazioni comprese. La vita reale li schiaccia nel momento in cui prendono il sopravvento la necessità vitale dell’ordine e l’ineluttabilità del caos (l’anticonformismo radicale e violento). Ordine e caos sono forze primordiali in perenne rapporto e confronto tra loro. Paradossalmente i protagonisti danno l’impressione di non pensare con la propria testa, di non scorgere la realtà tutta intera ma solo, per partito preso, il dritto o il rovescio, il giorno o la notte. Idealizzano nei rispettivi estremi l’ordine o il caos a ogni costo intuendo l’impossibile sintesi tra le facce della medesima moneta. 

Una sola cosa, tuttavia, alla fine emerge:

“Aveva visto come stanno le cose (…) l’ordine è minimo. Aveva creduto che la maggior parte fosse ordine e che solo una piccola parte fosse disordine. Aveva capito a rovescio”

È a questo punto che il modello si rompe e mostra le sue crepe. Il padre chiede alla figlia solo una cosa: sei stata tu? Si è resa colpevole dell’atto terroristico di cui la si accusa? Non le domanda il motivo. Merry chiede invece se lui sia disposto a riconoscere che la sua posizione valga quanto quella di lei. Non ne domanda le ragioni, quasi accettasse l’ineluttabilità dei reciproci percorsi:

"Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati."

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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