Libera nos a malo PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Mercoledì 30 Maggio 2018 14:37

 

 LIBERA NOS A MALO di LUIGI MENEGHELLO

 

 

 

“I vizi canonici, invidia, superbia, iracondia, avarizia erano considerati tratti psicologici, non concetti morali.”

Il titolo è un gioco di parole. Il pretesto è Malo, paesino vicentino di cui parla l’affresco autobiografico, sociologico e linguistico costituito da queste pagine. Molte le storie raccontate in un inesauribile flusso di coscienza. Romanzo privo di trama, è pubblicato nell’anno in cui vede la luce il neoavanguardista Gruppo 63, importante per alcune prese di posizione nei confronti della narrativa dell'epoca.

 

Ci troviamo tra gli anni Trenta e uno scorcio degli anni Sessanta, un periodo in cui affiorano i valori profondi e arcaici di un mondo ancora veicolato dal dialetto. Lo stato di luoghi e persone si modifica a rilento, poi rapidamente. Si impone via via un diverso idioma: l'italiano.

 

Consapevole dello scorrere ineluttabile delle stagioni, l’autore vuole preservarne la memoria prima della scomparsa:

“Tra poche ore è settembre: questo momento non tornerà più per un anno, e non si può fermare.”

“Il paese non è cambiato come tanti altri, ma è pur cambiato. Fino a questi ultimi anni restava quasi fuori dello sviluppo industriale e commerciale del dopoguerra, ma ora ci è arrivata una piccola brezza di prosperità.”

 

I tempi, si dice, oscillano sotto la penna, difficile capire quanto stiano mutando. Si ha la coscienza di un’identità destinata a svigorire. Libera nos a Malo dà voce a un intero paese. Manca l'occasione di essere buoni o, peggio, buonisti, o di seguire modelli imposti da una morale tutt'altro che comune: emergono piuttosto la cultura orale, le tradizioni “della realtà pratica, dei bisogni fisiologici, delle cose grossolane”.

 

La lingua dialettale “si muove come la corrente”, insieme alla necessità (almeno a scuola) di impararne presto una nuova, ben lontana però dall'essere un dizionario vivente: l’italiano, al quale corrispondono ritmo e spirito differenti (da cinematografo).

 

I tempi pongono sul piatto dilemmi rilevanti, tra i quali la sorte del romanzo quale genere letterario: quali storie raccontare, cose presenti o irrimediabilmente scomparse?

 

Diceva Pasolini:

I padri da giovani avevano il problema del pane, mentre i figli oggi hanno il problema della motocicletta. La situazione è così diversa che i padri non hanno alcun diritto di insegnare.

 

Si pensi solo alla necessità di guadagnarsi il pane. Il verbo utilizzato in dialetto, tribolare (trabajar in spagnolo, traballaj in sardo), è indicativo di ben altro modus vivendi: prima che un diritto, il lavoro era lo strumento imprescindibile per la sopravvivenza di sé, e della propria numerosa famiglia. Vorrei ricordare sul punto I baci sul pane di Almudena Grandes, recensito in precedenza.

 

Quello della motocicletta, invece, segna nelle giovani generazioni esigenze inedite. Mutano le condizioni di vita e i costumi, si scoprono il tempo libero e il divertimento. Qualcosa si guadagna, ma anche si perde.

 

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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