Se questo è un uomo PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Sabato 19 Maggio 2018 07:45


Rileggendo SE QUESTO E' UN UOMO di PRIMO LEVI

 

 

 

 

 

“Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla può avere a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.”

“Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere…”

Se questo è un uomo è un libro destinato a tornare. Le domande non finiscono mai, le risposte non sono definitive. Da ragazzi si dà per scontato che la storia abbia voltato pagina, l’umanità abbia imparato la lezione, che la testimonianza di Levi rappresenti un monito risolutivo per il futuro:

Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale”

In occasione di una seconda, o terza lettura, il quadro si complica. Cambiano le conclusioni, ma è mantenuta la forte impressione iniziale.

Si tratta di un viaggio senza ritorno, a partire da un antinferno in cui si abbandona ogni speranza, dritti in una bolgia senza via d’uscita.

I richiami a Dante sono molteplici e sparsi, a iniziare dal viaggio (i vagoni merci chiusi dall’esterno) al soldato in cerca di denaro e orologi – tanto non serviranno più - un Caronte che omette di pronunciare l’avvertimento che conosciamo. Un luogo, insomma, in cui i sentimenti di chi è allo stremo si spengono e dove, sotto il dominio delle necessità, abdica il pensiero:

“Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.”

“Noi diciamo fame, diciamo stanchezza, paura e dolore, diciamo inverno, e sono altre cose. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato”.

Parlare di salvezza, dentro il Lager, è un paradosso. Quando Levi scrive di “Sommersi e salvati”, il ritratto di ambo le parti è spietato. I primi, come Null Achtzehn, soccombono al loro destino totalmente privi di volontà e di resistenza, indifferenti a quanto accade. I secondi sembrano invece trovarsi nel loro elemento: tra costoro Elias Lindzin, lavoratore instancabile, fisicamente indistruttibile, non in grado di vivere altrove, né di articolare un ragionamento sensato. Nel Lager “prospera e trionfa”, mentre in condizioni normali si consumerebbe in carcere o in un ospedale psichiatrico.

Qual è la sorte di Primo Levi? La sua umanità è vanificata, annientata. La testimonianza tratta dovrebbe aiutare lui e noi a rispondere a una domanda impossibile. Ha imparato a sopravvivere senza uno scopo, ha vissuto il venir meno di “molte consuetudini e molti istinti sociali”:

“Io so che non sono della stoffa di quelli che resistono, sono troppo civile, penso ancora troppo, mi consumo al lavoro”.

Quando gli dicono che stanno giungendo i Russi (“Morgen alle kamarad weg”), non prova definibili emozioni. Difficile dire cosa di sé sia sopravvissuto. Altri hanno preferito restare in silenzio per l’enormità di quanto subìto.

Dopo la guerra c’è stata la corsa a dimenticare, una soluzione fin troppo comoda, il tentativo di chiudere una questione ancora aperta. Si pensi al negazionismo inteso a porre nel nulla l’esperienza tragica vissuta, e l’impegno profuso nel rievocare i fantasmi del passato.

Se tacciono i testimoni, nessun altro può prendere la parola per loro.

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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