Il grande Gatsby PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Martedì 13 Marzo 2018 01:08


IL GRANDE GATSBY di FRANCIS SCOTT FITZGERALD

 

 

 

 

“Il telefono squillò di nuovo, facendoci sobbalzare; e mentre Daisy scuoteva bruscamente la testa guardando Tom, l’argomento delle scuderie, come qualsiasi altro argomento, cadde nel vuoto. Degli ultimi cinque minuti a tavola mi sono rimasti soltanto dei frammenti: le candele, che vennero riaccese senza un motivo preciso, la mia volontà di scrutare attentamente i volti di ognuno accompagnata dalla paura di incontrare i loro sguardi. Non potevo sapere cosa stessero pensando Tom e Daisy, ma sono convinto che nemmeno la signorina Baker, per quanto dotata di un certo scetticismo sfrontato, riuscisse a togliersi dalla mente la presenza stridente di questa quinta ospite. Ci sono persone che avrebbero provato imbarazzo; io ebbi l’impulso di chiamare la polizia.”

(Cap. 1)

 

Il punto di vista è quello di Nick Carraway.

Cugino di Daisy e vicino di Gatsby (protagonisti del romanzo), è un personaggio di raccordo. Trascinato dai meccanismi della finanza, si guadagna da vivere vendendo azioni e obbligazioni. Con la sua anima di scrittore è la voce più adatta a raccontare la figura e le vicende dell’uomo che dà titolo al romanzo. Vi è tra i due una sorta di affinità paradossale.

Siamo nell’America degli anni Venti, con una frenesia che segue il conflitto mondiale. Il misterioso Gatsby sovrasta la massa informe che popola e s’intrufola nelle sue feste. Ciascuno si cuce addosso il ruolo imposto dalla società per non restare ai margini e brillare, se non della propria, della luce altrui.

 Non sembrano periodi diversi dai nostri, tra delirio di ricchezza, voglia di approfittarne, le ombre di Wall Street, i vortici che sottraggono le menti alle materie dello spirito, a favore di meccanismi che permeano e agitano il mercato speculativo. Qui, per essere qualcuno, non è sufficiente il nome. Si deve essere in perfetta sintonia con i tempi, nuovi e però vecchi insieme, destinati a ripetersi a ogni salto di generazione.

Nulla di diverso dagli anni Venti di Parigi, raccontati da Irène Nemirovskij ne La Pedina sulla scacchiera. In comune l’impressione che ci si trovi stipati in un treno di corse e di rincorse, privo di tappe intermedie. Gatsby in parte fa eccezione, ma solo perché, in combutta con uomini di potere e malavita, è uno degli artefici, impegnato in attività secondarie e un po’ troppo collaterali.

Il fatto è che Gatsby è appena invischiato da quell’universo, ben altro lo travolge, lo afferra e lo tormenta. Possiede, come riconosce Carraway, un’anima diversa, sognatrice.

 È uno dei pochi personaggi di spessore letterario, smentisce su tutta la linea ciò che rappresenta. È assente e presente a quel mondo.

 

 

 

Grande sarà la sorpresa del buon Carraway nell’apprendere che parte della scapestrata ambizione di quell’uomo è alimentata da un’unica ossessione: l’enorme casa che ha costruito, le feste organizzate, hanno il solo scopo di riportare indietro Daisy, strapparla al marito, recuperando i cinque anni che lo separano da lei.

Se in passato ha conquistato la ragazza millantando uno status non posseduto, ora è in grado di mantenere – sia pur tardivamente – un’antica promessa. Un sogno matto, disperatissimo, una confusione totale tra l’oggettività delle cose e un destino solo immaginato.

Per concretizzarlo scende dal podio almeno due volte, mostrandosi fragile, umano, un eroe tragico i cui sentimenti sono messi a dura prova: nel chiedere a Nick di intercedere al fine di incontrare l’amata di un tempo; o nel tentativo di prendere di petto la situazione quando, rivolgendosi a Tom, marito di lei, pronuncia una frase ingenua, infantile, e però drammatica nel contesto e nei sottintesi che cessano di essere tali:

“Sua moglie non è innamorata di lei, non lo è mai stata. Ama me”.

Inutili i moniti di un atterrito Carraway: non è dato tornare al punto di partenza, il passato non lo si può ripetere sistemando le cose di oggi come allora. Ciò significa il crollo di un’intera dimensione per l’assenza di solide fondamenta, delle ragioni più profonde che la sostenevano.

Eppure sono proprio le illusioni disilluse a rendere grande Gatsby. Cosa che non può dirsi di altri che vivono nell’inquietudine di inseguire la ricchezza dei ricchi. A differenza di lui, nemmeno Daisy affiora dalla massa informe, in combutta con il marito che dovrebbe abbandonare.

Nel parlare di felicità («Sono p… paralizzata dalla felicità.»), Daisy traspira di una sfrenatezza non sana, avida di novità, ansiosa di sfuggire alla noia avendo visto, fatto tutto, essendo stata ovunque. Sullo sfondo i bruschi risvegli di anime che non vedono l’ora di ripiegare in pensieri superficiali e indolori. A proposito di sua figlia dirà:

“Bene”, dissi, “sono contenta che sia una femmina. Spero che sia stupida, è la cosa migliore che possa capitare a una donna in questo mondo: una bella stupidina.”

 

 

 

Carraway traccia fin dall’inizio un ritratto definitivo dei personaggi principali. Gatsby già nella prima pagina è ritenuto una brava persona, lasciando intendere che altri non valgano quanto lui.

Non stupisce il giudizio finale espresso nei confronti della coppia Tom-Daisy, a chiusura della storia:

“Tom e Daisy erano persone poco sensibili: distruggevano cose e persone per poi rinchiudersi nel loro denaro o nella loro vasta noncuranza o in ogni caso in quello che li teneva uniti; lasciavano agli altri il compito di sistemare il disordine che avevano creato…”

Quello che resta da capire è che Daisy, di certo non tenuta ad assecondare la follia di Gatsby, non riesce ad opporgli un valore o un principio di uguale spessore: per esempio la necessità di accettare la sorte ormai tracciata, o l’improbabile dovere di fedeltà all’uomo che ha sposato. Al massimo risponde con un compromesso assolutamente inaccettabile: poteva accettarlo come amante, aprendo e chiudendo una comoda parentesi simile alla liaison di Tom che, inopportuna, telefonava all’ora di pranzo.

Poco importa, conclusa la lettura, se l’enormità delle illusioni di Gatsby oltrepassino la figura di Daisy e qualsiasi cosa. Né interessa convenire che il tempo di Gatsby e Daisy sia trascorso. Se vi era intesa, essa è venuta meno anni prima, avendo intrapreso ciascuno vie che non c’era comunque modo di ricongiungere.

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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