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Rileggendo Il Fu Mattia Pascal PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Giovedì 08 Marzo 2018 02:54

 

 

RILEGGENDO IL FU MATTIA PASCAL di LUIGI PIRANDELLO

 

 

 

 

Il Fu Mattia Pascal (1904), primo del suo genere, è un romanzo novecentesco. In esso spicca un nuovo protagonista, lo scioperato:

uno che la vita se la sa godere spendendo senza misura.

Si tratta di una figura che, qualunque scelta intraprenda, non ha nessuna possibilità di assurgere alla grandezza. A impedirlo sono le situazioni paradossali, grottesche, che alimentano un registro da opera buffa, se non le fattezze medesime. Mattia Pascal per esempio aveva una "faccia placida e stizzosa con grossi occhiali rotondi che indossava per raddrizzare un occhio che guardava altrove".

A fianco emerge una concezione del mondo che, come spiega Romano Luperini nella monografia dedicata all'autore (Pirandello, Laterza 1999), non è il puro prodotto di speculazioni filosofiche. Essa rappresenta a pieno titolo il secolo appena iniziato, epilogo dell'esperienza risorgimentale. Da quest'ultima, anzi, sembra derivare in massima parte la crisi di identità diffusa dei personaggi di Pirandello. Ovunque si vada, qualunque cosa si faccia, non sono d'aiuto il progresso, lo studio, né l'attività artistica.

Come è noto, il romanzo narra le vicissitudini di chi, creduto suicida dai suoi familiari, ha la possibilità di reinventarsi un nuovo se stesso. Artefice del suo destino, comincia un'esistenza altrove. Sulle prime vorrebbe (e dovrebbe) mandare un telegramma al fine di smentire l’infausta notizia uscita sul giornale.

Libero in tutto, si accorgerà di aver inseguito un’illusione. La sfida davanti alla quale si trova non è cosa da poco:

Chi sono io ora? Bisogna che ci pensi (cap. VII)

e in seguito:

Chi sono io, cosa rappresento in questa casa? (cap. IX)

Mattia Pascal indosserà i panni di Adriano Meis. Di costui immagina la storia, la riempie di personaggi nati dall'assemblaggio di tipi e di ritratti differenti. Ciò non significava raccontare panzane, correre il rischio di venire smascherato? Questa l’altra faccia della medaglia, l’inconveniente della sua fortuna: non gli riuscirà di consolidare l’identità sostituta, per una serie di problemi pratici facili da enumerare:

- È impacciato nel confidarsi. È impedita qualsiasi intimità e amicizia, non può nemmeno tenere un cane (cap. XI).

- Se subisce un torto, non può ricorrere all’autorità e far valere le proprie ragioni. Privo di legge, di un nome, e infine di una famiglia e di un patrimonio, è incapace di difendersi contro un’aggressione o un truffatore. Né può ottenere soddisfazione in duello (cap. XVI).

- Può tradirsi ogni momento, qualora intervengano coincidenze diaboliche: imbattersi nello spagnolo visto a Montecarlo quando ancora si chiamava Mattia Pascal; incontrare un parente di Adriano Meis (e lui non può essere che colui che ha detto o inventato di essere).

È in conflitto con se stesso prima che col mondo esterno. Per non farsi riconoscere da chicchessia si rade la barba e ritrova il suo odioso mento, piccolissimo (Cap. VIII). Oltre il mento c’è quel suo occhio che decide di operare, facendo a meno degli altrettanto detestati occhiali colorati, concedendosi, di nuovo, un paio di baffi e la barba. (cap. VIII e XI)

Lascia altre tracce di sé. Non possiede più l’anello nuziale, tuttavia l'abitudine di stropicciarsi l'anulare indica sia stato sposato.

 

 

 

E dire che poteva cavarsela. All'epoca mancavano banche dati e la possibilità di incrociarle. In verità, poteva pure mantenere l'identità di Mattia Pascal. In caso di richiesta di documenti o di rapporti con l’autorità, aveva più probabilità di cavarsela. Una situazione, insomma, non molto diversa quando, rientrato a Miragno, il suo paese, decide di non far valere i suoi diritti, se proprio non l’avessero costretto (cap. XVIII).

Alla fine è un’ombra d’uomo, è la prima maschera nuda, vivo per la morte, ma morto per la vita (cap. XV).

Ebbene sì. Torna, ma non è più Mattia Pascal. Il suicida che riposa nella tomba gli ha sottratto il nome. Non è nemmeno Adriano Meis. È il fu Mattia Pascal. Non può fregiarsi delle insegne di Ulisse, né riappropriarsi di quel che gli appartiene:

Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici (cap. XVII).

La sua storia è piuttosto grottesca, tanto da poterne ricavare un libro:

 Non mi par più tempo, questo, di scriver libri, neppure per ischerzo.

Alla fine si risolve a raccontare le sue avventure, che di questo si tratta. Lo scopo è dimostrare una tesi, riapparire al mondo dal quale (si) è escluso. Soprattutto a causa di un sogno proibito: quello di ricominciare da capo, tirando una linea su quello che è o ha creduto di essere.

A proposito di scrittura, prendono vita personaggi indimenticabili, i cui ritratti sono degni di una mostra fotografica. Nell'ordine appaiono Pinzone, il precettore, il Malagna, l'amministratore disonesto, Guendalina, la prima moglie di lui, e poi Oliva, Romilda, il signor Romitelli, il bibliotecario che Mattia dovrebbe sostituire. Per non parlare di Marianna Dondi, la Vedova Pescatore:

Aveva tutta l'aria di una strega, ma la figliola, ci avrei giurato, era onesta.

Il romanzo intero è intessuto di vere e proprie novelle. Tanto che non a sproposito gli giunge l'invito - per il tono - di leggerne qualcuna del Boccaccio (cap. III).

A volte tutto sta nel riuscire a dire le cose giuste nel momento giusto. Potremmo chiederci, per esempio, quale sarebbe stata la sorte e il significato del romanzo se l'avesse scritto qualcun altro, o fosse circolato cinquant'anni prima, o cinquant'anni dopo, in Italia o altrove. Fino a un certo punto sembrano domande peregrine.

Si tratta, in fondo, di un racconto in parte già uscito dalla penna di Collodi, dove Mattia Pascal/Pinocchio si allontana dal suo ambiente, dimorando nella Montecarlo/Paese dei Balocchi, fino al ritorno in seno alla famiglia. Il risultato non può apparire così simile e così diverso. In entrambi i casi vi è il riconoscimento che gli affetti, il mondo da cui si è fuggiti, era l’unico nel quale trovare protezione.

A cambiare è lo spirito con il quale si perviene a tale conclusione: di sollievo e gratitudine per essere uscito indenne da una serie di avventure rocambolesche (Pinocchio), di amarezza e rassegnazione per chi non vede e non trova vie d’uscita alla propria condizione.

Se il Mattia Pascal fosse un personaggio di Kafka, avrebbe le fattezze di Joseph K: nel Processo incombono ovunque la Legge e il Tribunale, i medesimi ostacoli che perseguitano (non potendosene avvalere) il personaggio di Pirandello. Vi è qui un eccesso di identità (quella ebraica dello scrittore praghese), l’epilogo però è molto simile. Joseph K. fa di tutto per disconoscere la legge e sfuggirle.

Alla fine vi ritorna, senza accettarla, venendo accolto per essere da essa divorato.

 

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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