Todo Modo PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Lunedì 18 Dicembre 2017 01:29

 

TODO MODO di LEONARDO SCIASCIA

 

 

 

 

 

 

 

In apparenza Todo Modo ha un intreccio semplice. Un pittore entra per caso in un curioso albergo-eremo. Programma di assistere – non necessariamente prendendovi parte – agli esercizi spirituali dei suoi ospiti. Si prevedono quattro turni. Il  più importante riguarda ministri, deputati, sottosegretari, notabili. Gli eventi, a causa di una serie di morti violente, non tardano a precipitare.

L’opera, pubblicata nel 1974, è una denuncia contro il potere e il modo di servirsene.

Dal libro è stato tratto il film omonimo, della regia di Elio Petri. Entrambi (il romanzo e la pellicola) sono una presa diretta di un presente fattosi storia: in sottofondo il compromesso storico; la crisi petrolifera; la legge sul divorzio; il disastroso referendum inteso ad abrogarla; il terrorismo, culminato più tardi nel rapimento Moro.

Profondamente incardinate nella attualità e nella storia politica degli anni Settanta, sembrano imprigionate nell’epoca in cui sono state concepite. Venisse oggi scritto il romanzo, o prodotto il film, necessiterebbero di un lessico diverso. Quello utilizzato è troppo legato all’ideologia del tempo, i soggetti coinvolti non sono gli stessi.  È un inconveniente non da poco per autori politicamente impegnati e schierati.

 

Todo modo è un testo breve con riferimenti colti. Si cita una novella di Boccaccio, Origene, lo Pseudo Dionigi e soprattutto sant’Ignazio di Loyola (da cui il titolo: todo modo para buscar la voluntad divina). Il rapporto tra potere cultura è strettissimo. Non per nulla, si diceva, Luigi XIV aveva la stessa istruzione di Racine.

 

 

 

 

Il film di Elio Petri è una trasposizione piuttosto libera del racconto di Sciascia. Ciò che nel libro è taciuto, viene reso esplicito, l’aderenza all'attualità si fa totale e radicale. I personaggi ritratti richiamano correnti politiche precise, il Presidente interpretato da Gian Maria Volonté rievoca Aldo Moro. Cosa che, a seguito del drammatico epilogo che conosciamo, rese la pellicola improponibile.

Le differenze appaiono marcate: se nelle pagine prevalgono il ragionamento e la riflessione filosofica, qui prende piede un registro severo, quasi fondamentalista. La relazione tra la classe dirigente e la Chiesa si fa più stretto. I linguaggi (religioso e politico) si confondono, insieme ai ruoli: l’uomo di potere si trasforma in predicatore, l’uomo di Chiesa (nella fattispecie don Gaetano) ha le mani in pasta nei pubblici affari.

Il Presidente, potente nel proprio ruolo, è ostentatamente umile per via degli imperanti e indeclinabili principi cristiani. Don Gaetano, impersonato da Marcello Mastroianni, è eminenza grigia e gestore dell’albergo-eremo; di lui il regista ha accentuato l’aspetto  volitivo, inquietante e diabolico. Se ve ne fosse stato bisogno, a sottolineare la corruzione diffusa, non fa difetto un blasfemo furto di ostie consacrate. Né manca una tesi complottista che individua un messaggio cifrato tra le sigle delle società pubbliche di cui le vittime sono presidenti (todo modo para buscar la voluntad divina).

Gli esercizi spirituali valgono una maratona, sono fatti sul serio e raccolgono meditazioni sulla colpa:

 

 “Ora io vi chiedo qual è il vostro peccato personale, il peccato di un uomo del potere?” domanda don Gaetano.

 

La risposta non rimane sottintesa: è il potere e il suo esercizio. Senza di esso non sussisterebbe nemmeno il peccato. Sarebbe facile costruirvi intorno un alibi, ben espresso nel monologo di Toni Servillo nel film "Il Divo" di Paolo Sorrentino, il quale vede nel potere una mostruosa e inconfessabile contraddizione.

Nel film, l’invito a restituire il maltolto non significa cambiare rotta o optare per il buon governo. Vi si aggiunge la pesante rinuncia alle insegne del potere: una pretesa insostenibile quanto la coscienza che obbliga a rispondere e non tanto a parlar difficile solo se non si ha niente da dire.

 

Elio Petri porta alle estreme conseguenze il romanzo di Sciascia. L’incapacità di abdicare al potere implica la difficoltà di arrestare la crisi che partiti e correnti vogliono risolvere, ma anche l’impossibilità di sfuggire al proprio supplizio. Inutile abbandonare l’eremo, luogo in cui vengono alla luce misfatti e si commettono inquietanti delitti. Superfluo, nel contesto del giallo, persino individuare un colpevole (o dei colpevoli) in carne e ossa.

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Disponibile su Libreria Universitaria.it

 

https://www.libreriauniversitaria.it/todo-modo-sciascia-leonardo-adelphi/libro/9788845917585?a=0415021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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