Il pasto di legno PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Pina Ciancio   
Venerdì 03 Novembre 2017 01:09

 

 

IL PASTO DI LEGNO di MARINA MINET

 

 

Ho letto molte volte questo libro e ogni volta lo scopro straordinariamente nuovo, toccante, stimolante. In questa lettura, proverò a concentrami su una traccia, lasciandomi condurre dal respiro dei versi. La poesia de Il pasto di legno nasce oltre che nella testa, nella carne viva e nel corpo. Dentro le ferite e le lotte del corpo, perché è con il corpo che partecipiamo alla realtà, ed è il corpo che fa da intermediario tra noi e il mondo.

Un viaggio dentro i confini femminili ed oscuri dell’anoressia, (malattia fisica e dell’anima) che si contestualizza attraverso infinite rappresentazioni/vissuti che rendono il dolore universale. E qui inizia la storia di Alice e del suo corpo negato e rifiutato,

 

“Ti sputi fino a non vederti più”
“Non si può sfamare un corpo già sazio”
“A volte ti domandi se ancora abiti un corpo
ingannandolo con un pasto di legno
travasato da bocconi sfamati”

 

del suo desiderio di diventare “olocausto” di se stessa, come più volte si legge tra i versi “per non essere polpa/ carne meditata al trancio/ in revisione”. Alice (tra le tante) è una delle voci della raccolta e lascia fluire dal proprio corpo percezioni, emozioni e rappresentazioni di sé, senza inibizioni, nè filtri, in un flusso libero, da cui emergono i frammenti dell’inconscio e le macerie di un’anima sempre in guerra con se stessa e con la vita. Una poesia che si espande attraverso i labirinti della mente, per trovare una sua forza in un sovvertimento del linguaggio poetico e delle sue leggi, dove non esiste un ordine preciso, un prima e un dopo, un inizio e una fine “Non serve un inizio in una storia senza fine/ Un principio con una logica selettiva e concreta /E’ assolutamente censurante”. Il linguaggio è spinto fino alla tensione massima, la sintassi è fatta di arditi accostamenti analogici; di echeggiamenti classici, robustezza concettuale e visionarietà evocativa.

 

Vorrebbe mangiare un sasso per digerire il mondo,
Ingerirlo spesso,
Tagliente,
Indolore.
Senza che le schegge tritate in sacrificio
urtino alcuna parola d’obiezione

 

Ecco, allora, che il linguaggio si fa “incarnato”. Alice, come Elisa e le altre figure che popolano la raccolta, vive il suo corpo-carne talvolta come estraneo, ombra, involucro vuoto, talvolta come oggetto “E’ ceppo il corpo/ legno affusolato d’ignobili digiuni”, o addirittura “marionetta sdentata” da esibire. Si assiste a una messa a nudo del sé per una riappropriazione del sé, (un nuovo parto) una riconquista della corporeità libera da condizionamenti, preconcetti, ruoli sociali. Per essere come ci si sente, non come gli altri ci vogliono.

In questo libro, il lettore come l’autore, vive la fatica di stare a corpo a corpo con l’angoscia, l’inquietudine e il dolore, che penetra nelle fibre più recondite e capillari del corpo e della mente. Il tutto scandito in proiezioni temporali oscillanti (presenti, passate e future)

 

Hai innalzato un corpo
Soltanto per donarlo cella ai vermi.
Fine misera d’incassi ai taglialegna
Ideatori d’aperture
Senza affondo né obiezione

 

Il linguaggio di Marina Minet è rubusto, potente, ricco di spunti, segni, rimandi e sfumature, volte a cercare le inclinazioni e le piegature più giuste per esprimere questo dramma umano e sociale. Si legge e si sente con la testa e con la pancia. Non necessita di troppe spiegazioni o interpretazioni, occorre ascoltare più che capire. Spogliarsi dei propri filtri e preconcetti, per stabilire un contatto, per scoprire che in fondo la storia di quella “parola” ha per Alice, come per tutti noi “un bersaglio da stanare”, un valore salvifico e spirituale.

 

Sgorgherà lode la parola
Grano sminuzzato la fatica
Gioia da scavare l’ossessione
perché venga la fine dell’inverno e increspi il sole;
la visione inversa per curare semi inariditi da interrare”

 

Sono i versi di Preludio, la lirica che l’autrice pone tra le prime in apertura e che lasciano tracce e “nozioni” al lettore su come orientarsi tra questi versi, e che a tratti definirei di guerra, di una guerra solitaria, necessaria, perché “nessuno è venuto a strapparmi le mani dal fronte”.

Una poesia totale ed assoluta, devota al corpo e alla parola che non si chiude al relativo, ma è ricerca di infinito, di mistero e che sa sperimentare anche una religiosità profonda della tolleranza e del perdono.

 

Le dita:
devote all’ingordigia dei silenzi
con l’indice sospeso nel perdono
A pezzi, incerte,
rimpatriale segnando tolleranza”.

 

Maria Pina Ciancio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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