La città di Miriam PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Domenica 13 Agosto 2017 01:48

LA CITTA’ DI MIRIAM di FULVIO TOMIZZA

 

 

 

Fulvio Tomizza (1935-1999), nativo di un paesino dell’Istria, trascorre la maggior parte dell'esistenza a Trieste.

Sbocco marittimo dell’Impero Asburgico, la città è annessa all’Italia con il Trattato di Rapallo del 1920. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, occupata da tedeschi e jugoslavi, scoppia un drammatico contenzioso territoriale. Solo il Trattato di Osimo del 1975 pone fine alla questione convalidando l’assetto stabilito nel Memorandum di Londra del 1954: Trieste (zona A) è assegnata definitivamente all’Italia, l’Istria (zona B) fa parte della Jugoslavia già con il Trattato di Parigi del 1947.

 

La storia di questo piccolo pezzo di mondo (La città di Miriam) ha le sue ripercussioni sugli autori e i loro scritti. Si pensi agli elementi stravaganti, alle dissonanze grammaticali, agli accostamenti particolari che caratterizzano la penna di Italo Svevo, nato a Trieste nel 1861. Le sue opere, figlie di un un altrove storico e linguistico, sono tradotte da e in un idioma a esse forestiero.

 

Contrariamente a quanto lascia suggerire il titolo, il punto di vista de La città di Miriam (pubblicato nel 1972) è prettamente maschile (se non maschilista):

 

Era toccato a me soffrire perché io avevo avuto altre donne, lei nessun uomo.

 

Se così fan tutti, non c'è motivo, per Stefano, di cambiare prospettiva: la natura lo scagiona, attenua le proprie responsabilità. 

 

Il romanzo è pervaso dal paradosso espresso da una frase di Miriam, sua moglie. A seconda dell’inflessione e l’ironia sottesa si carica di significati al di là dell’intento apparente di tranquillizzare, confortare:

 

 Forse ti stai misurando sul tuo braccio. Voi uomini siete fatti così, ma la donna è diversa.

 

Angosciosi, vani e nobilitanti sensi di colpa afferrano Stefano, il quale persiste imperterrito nelle frequentazioni extraconiugali. Esse nascondono luoghi comuni (e pregiudizi al seguito) duri a morire, controbilanciati da quelli di segno contrario (il poco rassicurante così fan tutte mozartiano). Dietro la facile giustificazione delle infedeltà dell’uomo, si cela lo spettro della condanna inevitabile della donna (perché diversa), qualora cadesse nelle medesime tentazioni.

 

Meno scontato l’argomento tenuto in piedi dalla necessità impellente di tutelare la stabilità della famiglia. A causa di ciò(le infedeltà di lui non la pregiudicano, quelle di lei la comprometterebbero) si applicano due pesi e due misure. Non passa per l’anticamera del cervello di nessuno di separarsi. Miriam accoglie Stefano così com’è, perché la famiglia costituisce un tutto irrinunciabile. Poco importa se una serie di contrappesi difende una asimmetria intesa a negare una parità tra i sessi incompatibile con la salvaguardia della società naturale fondata sul matrimonio.

 

«Avevo un uomo, non te l’ho mai detto.»

(...) «Tu. Non è possibile» (...)

«Era un uomo sposato, andavo da lui»

 

Poi l’affondo finale di Miriam: «Non sei per l’emancipazione della donna, per l’esperienza prematrimoniale?»

 

Stefano non prende affatto in consegna le implicazioni che derivano. Ignora l’emancipazione femminile (citata per beffa), la simmetria e la reciprocità dei rapporti interpersonali. Significherebbe rinunciare alla sicurezza del focolare, mettere al primo posto altro, una libertà alla quale si guarda bene dal rinunciare, ma che non intende riconoscere alla sua metà. Quanto pericolosi sono, in fondo, gli esempi di Madame Bovary, Anna Karenina?

 

Il romanzo, così concepito e strutturato, soffoca sul nascere ciò che cerca di emergere tra le sue pieghe:  l'intenso e disperato attaccamento dell'uomo nei confronti di Miriam, il terrore, nato da non troppo consapevoli scrupoli di coscienza, di perderla.

 

 

Davide Dotto

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it

 

https://www.libreriauniversitaria.it/citta-miriam-tomizza-fulvio-marsilio/libro/9788831706674?a=415021

 

 

 

 

  

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