L'Editore Cesare Pavese PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Lunedì 31 Luglio 2017 02:16

 

L’EDITORE CESARE PAVESE di GIAN CARLO FERRETTI

 

 Cesare Pavese è ingaggiato dall’Einaudi nella primavera del 1938. È un periodo critico: si è in pieno Ventennio fascista, vi sono le ritorsioni del regime, perquisizioni, arresti, censure e autocensure. Quindi le crisi ricorrenti, le difficoltà di onorare debiti e stipendi. Ma talmente robusta è l’appartenenza alla casa editrice che non manca la tempra per tirare avanti.

Può parlarsi di un’identità einaudiana alla quale Pavese dà il proprio contributo, cominciata con il padre dell’editore, Luigi, economista e poi Presidente della Repubblica, il pensiero di Benedetto Croce, di Gobetti e Gramsci.

Pavese è una voce che si fa sentire, divenendo a poco a poco insostituibile, parte attiva del direttorio che tra i suoi membri conta Leone Ginzburg, Carlo Mascetta, Mario Alicata, Giaime Pintor. Tra i redattori e consulenti vi sono Noberto Bobbio, il giovane Italo Calvino, Natalia Ginzburg.

Pavese in genere svolge molto del lavoro preliminare, lasciando che gli altri ne dibattano traendone le conclusioni.

La mole di lavoro è impressionante. Spazia tra le incombenze redazionali e quelle promozionali. Il seguente elenco tratto da una lettera dell’editore, seppur dettagliato, non pare esaustivo:

 

a) traduzione dall’inglese di circa 2000 pagine all’anno formato «Saggi» (…) b ) revisione dei manoscritti e delle bozze di traduzioni altrui dall’inglese c) revisione di bozze di libri di carattere storico-letterario (…) d) esame di opere anche inedite, sia italiane che straniere per le quali venga ritenuto utile un tuo giudizio, magari con relazioni scritte su di esse. e) lavori vari saltuari di redazione e revisione della corrispondenza inglese (…) Ai lavori relativi ai punti a) b) d) e) ti abbiamo già sottoposto con esito felice .(…)

 

Non si tratta di un lavoro puramente impiegatizio, ma di vera e propria co-edizione. Un’opera viene giudicata a trecentosessanta gradi, valutandone il valore e la probabile accoglienza del mercato: un testo buono ma non vendibile potrà essere messo da parte. Un testo per il quale sorgono perplessità, se avrà successo di pubblico, potrà essere dato alle stampe. 

A tutto ciò si aggiunge la vasta produzione letteraria, che altrove non si sarebbe avuta: possibile per talento, per il clima cameratesco della cerchia eletta cui Pavese sente di appartenere. Un terreno più che fertile per la giusta semenza, fatto di circostanze favorevoli e sfavorevoli che permettono a Pavese di esorcizzare i suoi fantasmi, una strenua difesa dalla disperazione e dalla morte. Di fatto un’àncora di salvezza contro un’irresistibile vena autodistruttiva, una resistenza portata all’estremo limite. Un'attività, insomma, caratterizzata da un potente istinto, da tentativi e qualche errore, tesa e non andare dietro le ideologie del momento o a scuole di pensiero. 

Vi sono scelte felici e qualche volta infelici (quando rifiutò il manoscritto di Se questo è un uomo di Primo Levi, probabilmente senza leggerlo, infastidito dalla massa inusitata di narrativa memorialistica del dopoguerra). Non è mai un iniziare daccapo, ma un muoversi nella direzione da tempo stabilita. Quella per esempio di costruire con cura un modello di lettore: colto ma non specialistico.

Pavese convoglia i suoi interessi verso un unico centro (la collana viola): quello eroico dei primi popoli, dedicato all'etnologia. Da cui la (ri)scoperta del mito e la (ri)lettura del Ramo d’oro di Frazer, la cura e la pubblicazione di opere quali Origini e forme del mitoProlegomeni allo studio scientifico del mito, l’interesse per Le radici storiche dei racconti di fate (Propp), fino ai propri Dialoghi con Leucò.

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it 

 https://www.libreriauniversitaria.it/dialoghi-leuco-pavese-cesare-einaudi/libro/9788806151607?a=415021

 

In ogni caso Pavese si stacca dal dibattito contemporaneo, anteponendo a esso il richiamo del mondo classico. Esecra le conferenze. L’assegnazione di premi letterari provoca sofferenza. Lo Strega vinto nel 1950 con La bella estate è il colpo di grazia di una crisi giunta all’acme.

Sul modo di approcciarsi alle opere di un autore vi sono diverse posizioni. Un'opera letteraria dovrebbe parlare per sé, senza la necessità di indagare sulla biografia e sui trascorsi del suo artefice. L'interpretazione del testo stesso predilige la ricerca della intentio operis mettendo momentaneamente a tacere la intentio auctoris. Tale preoccupazione ha la sua giustificazione qualora si tratti di sondare mondi separati, quando la biografia non rispecchia l'universo letterario o addirittura lo smentisce. Non è il caso di Pavese, anzi. La Einaudi ha rappresentato una preziosa officina da cui ha ottenuto gli strumenti della sua arte trasfusa, in un ricambio incessante, nell'attività editoriale. L'indagine di Gian Carlo Ferretti ci fornisce un ritratto completo di una figura versatile, complessa e delicata della letteratura del Novecento.

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it

https://www.libreriauniversitaria.it/editore-cesare-pavese-ferretti-gian/libro/9788806221072?a=415021

 

 

 

 

 

Commenti

Mostra/Nascondi modulo commento.
 

Ricerca nel sito

Syndication

We use cookies to improve our website and your experience when using it. Cookies used for the essential operation of the site have already been set. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information