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Dante e Casella. Purgatorio Canto II PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariano Grossi   
Lunedì 05 Dicembre 2016 15:33

 

Dante e Casella tra narrazione, mimesi, armonia ed aritmetica

 

“L’esametro prodrammatico che precede esametri drammatici è prodrammatico quando, per tutta la linea e mediante un semplice verbo di “dire” di modo finito, svolge la funzione di avviare l’intervento (di un personaggio).

L’esametro epico-prodrammatico, sintatticamente sufficiente, ammette un solo soggetto, il parlante, e un solo verbo di modo finito, il verbo di “dire”. Ammette un altro verbo di modo finito, purché questo sia della medesima sfera del “dire” ovvero della sfera psicologico-prosopica.”

Così Carlo Ferdinando Russo in “Iliade: matematica e libri d’autore”, Belfagor, XXX, 1975, pp. 497-504, all’indomani della cognizione della precisa funzione di versatilità compensativa, nelle dinamiche strutturali compositive dei poemi omerici, degli esametri prima definiti omnicomprensivamente “versi formulari” e che precedono l’intervento di un personaggio.

Come già espresso in “Dante omericamente e virgilianamente armonico, aureo ed aritmetico” (Art Litteram, 30.06.2016), per riconoscere analoghe economie in Dante, che non è vincolato da linee intere, olodiegetiche ovvero olomimetiche, vi è una spia analoga che indica la soglia d’ingresso della sezione dialogica, onde scevrarla dal comparto narrativo. I versi riservati al poeta per la narrazione si debbono intendere troncati allorché avviene il passaggio del “microfono” al personaggio che è avviato mediante un semplice e formulare verbo della sfera del “dire”, espressamente enunciato ovvero ellitticamente sottinteso. Questa spia è essenziale in un canto come il II del Purgatorio, dove scopriremo due ulteriori versi introdotti in inverted commas, come direbbero gli anglofoni, ma che fan parte della sua economia narrativa.

 

Ma andiamo per gradi e dal testo stesso riconosciamo innanzitutto il sistema “amplificatore” dei personaggi danteschi. 

Già era 'l sole a l'orizzonte giunto
lo cui meridïan cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto; 3
e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia; 6
sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov’i’ era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance. 9
Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora. 12
Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra ’l suol marino, 15
cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,

che ’l muover suo nessun volar pareggia. 18
Dal qual com’io un poco ebbi ritratto
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto. 21
Poi d’ogne lato ad esso m’appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscìo. 24
Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto, 27
gridò: "Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali. 30
Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l’ali sue, tra liti sì lontani. 33
Vedi come l’ ha dritte verso ’l cielo,
trattando l’aere con l’etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo".
36
Poi, come più e più verso noi venne
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne, 39
ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. 42
Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero. 45
’In exitu Isräel de Aegypto’
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto. 48
Poi fece il segno lor di santa croce;
ond’ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen gì, come venne, veloce. 51
La turba che rimase lì, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia. 54
Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch’avea con le saette conte
di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, 57
quando la nova gente alzò la fronte
ver’ noi, dicendo a noi: "Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte". 60
E
Virgilio rispuose: "Voi credete
forse che siamo esperti d’esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete. 63
Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco". 66

L’anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte. 69
E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo, 72
così al viso mio s’affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi oblïando d’ire a farsi belle. 75
Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante. 78
Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto. 81
Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. 84
Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. 87
Rispuosemi: "Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?". 90
"Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo vïaggio",
diss’io; "ma a te com’è tanta ora tolta?". 93
Ed elli a me: "Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ ha negato esto passaggio; 96
ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace. 99
Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto. 102
A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala". 105
E io: "Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie, 108
di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!". 111

’Amor che ne la mente mi ragiona’
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona. 114
Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente. 117
Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: "Che è ciò, spiriti lenti? 120
qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto". 123

Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, 126
se cosa appare ond’elli abbian paura,
subitamente lasciano star l’esca,
perch’assaliti son da maggior cura; 129
così vid’io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
com’om che va, né sa dove rïesca; 132
né la nostra partita fu men tosta.

 

Come si può notare, al verso 28 vi è il  primo stacco drammatico: gridò: "Fa, fa che le ginocchia cali.
Il secondo è rintracciabile al verso 59: ver’ noi, dicendo a noi: "Se voi sapete,
Il terzo al verso 61: E Virgilio rispuose: "Voi credete
Il quarto al verso 88: Rispuosemi: "Così com’io t’amai

Il quinto ed ultimo al verso120: gridando: "Che è ciò, spiriti lenti? 120


Questo nel passaggio netto da dieghesis a mimesis, ma altrettanto netta riconoscibilità si ha nei passi più nitidamente “interdrammatici” come ai versi 91 -111:

 

"Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo vïaggio",
diss’io; "ma a te com’è tanta ora tolta?". 93
Ed elli a me: "Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ ha negato esto passaggio; 96
ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace. 99
Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto. 102
A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala". 105
E io: "Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie, 108
di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!". 111

 

Dunque, verba declarandi espressamente prodotti, o in forma esplicita o in modo infinito, oppure con soggetti e complementi di termine mediante ellissi del predicato verbale. Ma, mentre in Omero il verso prodrammatico è un manipolo versatile che compensa in alcuni canti la quantità epica-narrativa, in altri quella drammatica-dialogica, in Dante questi passaggi di microfonatura, si vedrà, fan corpo unico con l’economia mimetica della struttura poietica, laddove altre due linee virgolettate qui presenti son da considerare pura formulazione del narrante, in quanto titoli di un canto liturgico (verso 46 ’In exitu Isräel de Aegypto’) ed exordium di una canzone dell’autore stesso (verso 112 ’Amor che ne la mente mi ragiona’). Se ne rendono conto tutti i commentatori che, anche tipograficamente, li scevrano dagli altri, corsivandoli, nella considerazione che essi vengono citati dal narrante a mo’ di titoli in fase prettamente diegetica.

 

Quanto sopra ci consente di individuare, come già riscontrato nel XXIV Canto dell’Inferno, una precisa progettazione equilibrata da parte dell’autore per le quantità drammatiche (45 versi) e quelle narrative (88 versi) che stanno tra loro in chiaro rapporto aritmetico, 1 : 2.

 

 

 

I percorsi già indicati da Beniamino Andriani ne “La musica nella Divina Commedia” e da Paolo Vinassa De Regny ne “Il numero – Dante e il simbolismo pitagorico”, cui facemmo cenno nel citato articolo del giugno scorso, percorsi, si badi bene, già da Dante stesso suggeriti nel Convivio II, XIII, 20 -24 (“…e queste due proprietadi sono ne la Musica, la quale è tutta relativa, sì come si vede ne le parole armonizzate e ne li canti, de’ quali tanto più dolce armonia resulta, quanto più la relazione è bella…”), sono pienamente confermati nei materiali da costruzione (versi monologici e dialogici) così come per ciò che attiene alla ripartizione scenica del canto, anch’essa progettata a tavolino e già individuata dalla massa dei commentatori.

Ma anche nella ripartizione tematico/scenica del Canto II ci devono supportare e suffragare le parole di Carlo Ferdinando Russo ne “L’ambiguo grembo dell’Iliade”, Belfagor, XXXIII, 1978, pp. 253-265: “Già solo come si manifesta nei manoscritti disponibili, il fenomeno dei sette esametrri eccedenti-mancanti ha le caratteristiche di un congegno per istruzioni economiche. Sul versante poietico, macroscopica è la lezione di ambivalenza e cangiabilità: il proemio di A ambiguamente valido per due canti, e altrettanto la coda libraria di A, due canti ambiguamente validi per due sedi. In miniatura, la ambivalenza è insita in quel materiale duttile che è l’esametro epico-prodrammatico: materialmente epico, può tuttavia valere come materiale drammatico; di norma accessorio, risulta tendenzialmente isolabile.

Orbene, le istruzioni didascaliche fornite da Dante nella drammaturgia di questo Canto s’ispirano proprio ad analoghi criteri di polivalenza e mutabilità economica, secondo un modello che abbiamo già descritto, nella bibliografia in calce riportata, in Omero, Virgilio e Orazio. I criteri proporzionali fondanti dell’opera, coincidenti con le spie sceniche già individuate uniformemente dalla massa dei commentatori, danno vita ad un gioco di incastri e reversibilità che costituiscono al contempo una sorta di timbro d’autore contro le contraffazioni.

Il Canto II si basa su due temi fondamentali posti in stretta successione cronologica:

-      L’approdo delle anime in Purgatorio”, vv. 1 -75, aspetto tematico maggiore, estensione 75;

-      Casella e Catone” v. 76-133, aspetto tematico minore, estensione 58.

Si tratta di temi in rapporto matematico armonico tra loro, mentre l’aritmetico, abbiam visto, vige tra i due materiali da costruzione:

 

 

 

Ma i confini concettuali delle due sezioni sono a loro volta ripartiti in motivi che definiamo, con lessico sempre mutuato dal Russo, principali e secondari.

Il tema maggiore si suddivide, infatti, in un motivo primario chiamato “L’Angelo nocchiero”, dal verso 1 al verso 51, e uno accessorio, chiamato “Le anime dei penitenti”, dal verso 52 al verso 75, un’estensione 51 e un’estensione 24, anch’esse in rapporto, nuovamente aritmetico, tra loro, a somiglianza dei materiali da costruzione:

 

 

 

Il tema minore si suddivide analogamente in motivo principale chiamato ”Casella” dal verso 76 al verso 114, e un altro secondario chiamato “Catone” dal verso 115 al verso 133. Un’estensione 39 e un’estensione 19 analogamente in rapporto aritmetico tra loro:

 

 

 

La scena di Casella non può che terminare con l’immagine estasiata di Dante, attonito dalla malia di quel canto, trattandosi di una scena prettamente amebea, un duetto responsoriale tra i due co-protagonisti, discriminata dal tessuto connettivo primario del canto che è strutturato sulle visioni collettive e di massa, in una struttura anulare che si dipana dal loro arrivo guidato dal nocchiero divino e termina col rimbrotto di Catone loro diretto per quell’attardarsi col canto del musico. Le masse penitenti sono silenziate nella scena destinata a Casella, dove gli interlocutori rimangono due in un’estasi reciproca che determina pausa a tutto il dinamismo del pezzo. Dinamico è l’esordio del canto col sorger del sole, l’arrivo del vascello alato, l’approccio delle anime al viandante vivo e mobile a mo’ di unicum nella massa degli spiriti penitenti, dinamico  infine l’intervento di Catone perché essi riprendano il cammino. La malia statica della sezione di Casella deve interrompersi al cenno della fascinazione subita da Dante. Il verso 115, con il reinserimento in scena di Virgilio e delle anime, costituisce la cesura per un’ultima frazione di canto.

Ma con Russo non esiteremo a definire summa di ambiguitas questo canto, nel senso prettamente etimologico (ambo + agere, “che riesce ad andare su doppia via”), poiché esso è costruito con un gioco semantico di analogie e rimandi. Se è vero che la struttura tematica è quella dianzi descritta, improntata sul rapporto armonico scoperto dai pitagorici nella musica (e Casella ne è simbolo essenziale), è altrettanto vero che il discrimen tra sezioni dinamiche (L’angelo nocchiero, le anime in approdo, Catone, estensione 94) e sezione statica (Casella, estensione 39) darebbe vita ad un’ulteriore suddivisione filo-aritmetica.

E, se ritorniamo un attimo con l’occhio ai due versi titolistici virgolettati di cui parlavamo a proposito dell’economia narrativa e drammatica del canto, il 46, ’In exitu Isräel de Aegypto’, e il 112,’Amor che ne la mente mi ragiona’, scopriremo un altro significativo escamotage numerologico e simbolico escogitato da Dante per sigillare la propria opera delle contraffazioni; un distanziamento che richiama fenomenologie analoghe già descritte in Orazio nel ”Carmen Saeculare” (Orazio e Virgilio armonicamente, simmetricamente, duttilmente leggibili”, Art Litteram, 11.06.2016): i due versi distano  tra loro 67 linee, vale a dire la metà esatta del Canto; i versi che li precedono (45) e quelli che li seguono (21) ne costituiscono, nuovamente, l’ennesimo rapporto aritmetico.

 

 

 

Di seguito riproponiamo il testo del canto, evidenziando con cromatiche diverse le varie parti tematiche e i relativi motivi:

-      in azzurro l’aspetto tematico maggiore;

-      in grigio l’aspetto tematico minore;

-      con caratteri normali i motivi principali di ciascun aspetto;

-      con caratteri in corsivo i motivi secondari di ciascun aspetto. 

 

Già era 'l sole a l'orizzonte giunto
lo cui meridïan cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto; 3
e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia; 6
sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov’i’ era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance. 9
Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora. 12
Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra ’l suol marino, 15
cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che ’l muover suo nessun volar pareggia. 18
Dal qual com’io un poco ebbi ritratto
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto. 21
Poi d’ogne lato ad esso m’appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscìo. 24
Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto, 27
gridò: "Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali. 30
Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l’ali sue, tra liti sì lontani. 33
Vedi come l’ ha dritte verso ’l cielo,
trattando l’aere con l’etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo". 36
Poi, come più e più verso noi venne
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne, 39
ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. 42
Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero. 45
’In exitu Isräel de Aegypto’
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto. 48
Poi fece il segno lor di santa croce;
ond’ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen gì, come venne, veloce. 51

 

La turba che rimase lì, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia. 54
Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch’avea con le saette conte
di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, 57
quando la nova gente alzò la fronte
ver’ noi, dicendo a noi: "Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte". 60
E
Virgilio rispuose: "Voi credete
forse che siamo esperti d’esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete. 63
Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco". 66
L’anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte. 69
E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo, 72
così al viso mio s’affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi oblïando d’ire a farsi belle. 75

 

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante. 78
Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto. 81
Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. 84
Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. 87
Rispuosemi: "Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?". 90
"Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo vïaggio",
diss’io; "ma a te com’è tanta ora tolta?". 93
Ed elli a me: "Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ ha negato esto passaggio; 96
ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace. 99
Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto. 102
A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala". 105
E io: "Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie, 108
di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!". 111
’Amor che ne la mente mi ragiona’
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona. 114

 

Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente. 117
Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: "Che è ciò, spiriti lenti? 120
qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto". 123
Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, 126
se cosa appare ond’elli abbian paura,
subitamente lasciano star l’esca,
perch’assaliti son da maggior cura; 129
così vid’io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
com’om che va, né sa dove rïesca; 132
né la nostra partita fu men tosta.

 

 

Mariano Grossi

 

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Mario Geymonat, “Virgilio – Bucoliche”, Garzanti, 1981;

Marco Fernandelli,  ”Xenomede, Callimaco e le voci dell’ Ecloga 6”, Polymnia – Studi di Filologia Classica - Via Latina – Studi su Virgilio e sulla sua fortuna” – Edizioni Università di Trieste 2012, pp.4-10;

George E. Duckworth, ”Structural Patterns and Proportions in Vergil’s Aeneid -  A Study in Mathematical Composition” – University of Michigan Press, 1962;

Carlo Ferdinando Russo:

-  “Notizia della composizione modulare”, Belfagor, XXVI, 1971, pp. 493-501;

-  “Primizie di poetica matematica”, Belfagor, XXVIII, 1973, pp. 635-640;

-  “Iliade. Matematica e libri d’autore”, Belfagor, XXX, 1975, pp. 497-504;

-  “L’ambiguo grembo dell’Iliade”, Belfagor, XXXIII, 1978, pp. 253-266;

-  “Fisionomia di un manoscritto arcaico (e di un’Iliade ciclica)”, Belfagor,XXXIV 1979, pp.653-656

Franco De Martino:

-  “Omero fra narrazione e mimesi”, Belfagor, XXXII,1977, pp. 1-6;

-  “Chi colpirà l’irrequieta colomba…”, Belfagor, 1977, pp. 207-210

Giorgio Dillon – Riccardo Musenich, “I numeri della Musica - Il rapporto tra Musica, Matematica e Fisica da Pitagora ai tempi moderni

Vincenzo Capparelli - “Il messaggio di Pitagora – Il pitagorismo nel tempo” Vol. 2°, Edizioni Mediterranee, 2003

 Mariano Grossi:

-      “La composizione matematica del secondo canto dell’Iliade”, Bari, 1978, Università degli Studi - Facoltà di  Lettere e Filosofia;

-      “Ecloga VIII, Art Litteram, 14.07.2009;

-      “La composizione matematica della IV Egloga di Virgilio”, Art Litteram, 15.05.2015;

-      “L’architettura modulare e proporzionale dell’Ecloga III di Virgilio”, Art Litteram, 14.06.2015;

-      “Omero e Virgilio epicamente e bucolicamente modulo-proporzionali”, Art Litteram, 07.06.2015;

-      “Orazio e Virgilio armonicamente, simmetricamente, duttilmente leggibili”, Art Litteram, 11.06.2016;

-      “Dante omericamente e virgilianamente armonico, aureo ed aritmetico”,  Art Litteram, 30.06.2016;

-      “Sintesi e analisi di un’Epistola modulo-proporzionale”, Art Litteram, 05.10.2016;

-      “Il Virgilio “misto” di un’ Ecloga essenzialmente simmetrica”, Art Litteram, 15.10.2016; 

-      “Sileno prima e dopo il canto (Ecloga Vi di Virgilio), Art Litteram, 30.10.2016.

 

 

 

 

 

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