Diritto d'amore PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Lunedì 28 Dicembre 2015 11:40

 

DIRITTO D’AMORE di STEFANO RODOTÀ 

 

 

   Poco più di due anni fa a Modena si è tenuto un Festival della Filosofia che aveva come tema portante l'Amare, declinato in tutti i suoi aspetti. Si trattava di un insieme di iniziative che spaziavano tra musica, letteratura, teatro, filosofia (ovviamente), arte, spettacolo, mostre fotografiche, radio. Le personalità che hanno dato il loro contributo erano del calibro di Zygmunt Bauman, Stefano Rodotà, Philippe Daverio, Umberto Galimberti. Per non parlare di Giovanni Reale (chi non ha studiato sui suoi manuali?), Sossio Giammetta (i suoi testi mi hanno consentito di affacciarmi al pensiero di Nietzsche).

A Modena i miei punti di riferimento sono stati il Palazzo dei Musei a Largo Porta sant'Agostino (all'entrata ho intravisto Massimo Cacciari), via Emilia, la biblioteca Delfini con la sua piccola fiera del libro filosofico, Piazza Grande.

Proprio a Piazza Grande, assai gremita, alle 11.30 di sabato 14 settembre del 2013 si è tenuta la lectio magistralis di Stefano Rodotà dal titolo Il diritto d'amore. La lezione poteva essere seguita comodamente in diretta da diversi locali, cosa che, ahimè, ho scoperto dopo. Ho assistito alla conferenza in piedi, a una decina di metri dal palco, appoggiato a una colonna immerso nella folla.

Traendo spunto da quella lezione, presso Laterza è uscito il volume intitolato, appunto, Diritto d’amore. Si tratta di un tema sul quale l’autore non ha cessato di riflettere.

Andando al sodo, la questione verte fondamentalmente sulla compatibilità tra due universi: il diritto e l’amore o, meglio, tra diritto e qualunque dimensione affettiva.

Il volume sviluppa il tema della conferenza portando al pettine nodi che, per motivi di tempo, potevano solo essere accennati.

Nella nostra carta costituzionale, contrariamente alla dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti (1776), non è contemplato il diritto individuale alla felicità. Né è contemplato l'universo affettivo, considerato non giuridicamente rilevante. È tuttavia tutelata, almeno a parole, la dignità della persona umana.

Il conflitto emerge laddove si argomenti, a torto o a ragione, che l’amore lasciato a se stesso sia destinato a dissolvere la compagine sociale. L’amore, come la vita, è un che di multiforme, irriducibile alla logica normativa. Esige libertà, esprime la massima soggettività; il diritto per definizione è uniformità, regola, restrizione, divieto. Eppure un punto di incontro devono averlo, perché in mancanza di regole, l'anarchia produce un ingovernabile caos, mentre un eccesso di restrizioni porta, pur con tutte le buone intenzioni del mondo, a una difficoltà insostenibile nel farvi fronte.

Il diritto e l’amore, insomma, riguardano entrambi la vita e le relazioni della persona. In assenza dello Stato è la stessa famiglia (società naturale fondata sul matrimonio, così la definisce l’art. 29 della Costituzione) a dettare le regole che le servono. Regole di diritto civile.

Ricordo che la prima lezione di diritto romano riguardava le Gai Institutiones (Le Istituzioni di Gaio), il primo manuale che dava una trattazione sistematica al diritto civile. Sintomatica la tripartizione in res, personae, actiones.

A dirla cruda, attraverso l’azione (processuale) si chiedeva ragione di un diritto essenzialmente patrimoniale che poteva riguardare tanto le cose (res) quanto la condizione giuridica delle persone. Il titolare di questo altri non era che il capo famiglia (il pater familias al quale erano assoggettate, appunto, persone e cose).

Questa logica proprietaria è confermata (anche se forse leggermente temperata) nel seguente passo di San Paolo:

La moglie non ha potere sul proprio corpo, ma il marito; e nello stesso modo il marito non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie (1 Corinzi 7).

Ebbene ancora non molto tempo fa il matrimonio era un contratto che in capo al marito costituiva un diritto di proprietà e rapporti di debito e di credito. Non poteva considerarsi un contratto sentimentale per la semplice ragione che i sentimenti non erano (e non sono) per loro natura negoziabili.

L’affettività nella relazione matrimoniale e familiare non trovava, giuridicamente, alcuno spazio.

Solo di recente si è fatta strada l'idea che il diritto non possa impadronirsi della vita e di ogni suo aspetto:

La famiglia è un’isola che il diritto può appena lambire [Arturo Carlo Jemolo]

L’idea che vi potesse essere uguaglianza tra i coniugi era inconcepibile nella logica gerarchica e autoritaria che reggeva originariamente il tutto. L’autore precisa che a un certo momento il concetto stesso di sovranità (dello stato) viene trasferito nella sfera familiare. Sia lo Stato sia la famiglia erano materia di diritto pubblico, avevano un sovrano. Ciò è avvenuto in massima parte attraverso il Code Napolèon del 1804, che registrò le forti impressioni che a Napoleone suscitò la campagna d’Egitto. Non l’avrei mai detto ma il primo codice civile europeo trasse ispirazione, nel trattare l’istituto del matrimonio, dal diritto islamico:

art. 213: Il marito è in dovere di proteggere la moglie, la moglie di obbedire al marito.

Se queste erano le premesse, era impensabile mettere sul piatto la questione dell’uguaglianza tra i coniugi. L’unico spiraglio l’aveva aperto un legislatore donna, Maria Teresa d’Austria, la cui opera fu portata a compimento nel Codice civile austriaco (vigente nel Lombardo Veneto), il quale consentiva alla moglie di amministrare da sé i propri averi, senza la necessità di ricorrere a convenzioni pattizie ad hoc.

E qui è bene aprire una parentesi piuttosto rilevante. In genere è grazie alle legislatrici più che al legislatore se sul piano dei rapporti tra diritto e affettività si sono fatti passi avanti. Non è un caso che, sotto un certo aspetto, il Codex Theresianus nei suoi principi fosse più evoluto del Code Napolèon.

Non sono pochi gli esempi che si possono fare. Una ventina d’anni prima della riforma del diritto di famiglia, fu grazie all’intervento di due donne (la senatrice Lina Merlin e la deputata Maria Pia Dal Canton) che con la L. 1064/1955 fu abrogata la norma che imponeva l’indicazione, nei documenti d’identità, della definizione di “figlio di N.N.” per i nati al di fuori del matrimonio. Per non parlare della Legge 15 febbraio 96 n. 66 in tema di violenza sessuale, reato disciplinato ora tra i delitti contro la persona e non più tra i delitti contro la moralità pubblica e il buon costume.

Bisogna attendere, in Italia, la riforma del diritto di famiglia (1975) perché le cose cambiassero veramente di prospettiva. Si consideri il tenore dell’art. 143 dell'attuale codice civile:

1.           Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.

2.     Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione.

3.          Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

e dell'art. 144:

1.          I coniugi concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.

2.             A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l'indirizzo concordato.

Dalle lettura emerge il venir meno dell’asimmetria propria di alcune disposizioni che fino a non molto tempo prima rappresentavano punti fermi: il reato di adulterio ascrivibile solo alla donna, i figli naturali considerati come figli della colpa, e ora in tutto parificati ai legittimi, solo per fare qualche esempio.

Si è fortemente attenuato il modello gerarchico autoritario, tanto da poter dire che oggi come oggi la famiglia non appartiene più al diritto pubblico. Ovviamente c'è il rovescio della medaglia. La famiglia va tutelata, come la dignità personale dei suoi componenti. Non per niente la carta costituzionale vi dedica tre articoli importanti. L'art. 31 è di cruciale importanza:

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Ciò significa che se il diritto deve essere meno ingombrante, è chiamato a essere presente in ben altro ambito.

La questione si pone con particolare drammaticità in questo periodo di crisi dove, soprattutto nel welfare, il diritto recalcitra.

Non a caso si cita una canzone in dialetto veneto di Gualtiero Bertelli del 1970, Nina ti te ricordi, interpretata anche da Francesco De Gregori, il cui testo non richiede chiose:

 

Nina ti te ricordi

Quanto che gh'avemo meso

Andar su sto toco de lèto

Insieme a fare a l'amor

 

Sie ani a fare i morosi

A strenzerla franco su franco

E mi che g'ero stanco

Ma no te volevo tocar

 

To mare che brontoava

Quando che se sposemo

E 'l prete che raccomandava

Che no se doveva pecar

 

E dopo se semo sposai

Che quasi no ghe credeva

Te giuro che a mi me pareva

Parfin che fusse un pecà

 

Adesso ti spèti un fijo

E ancuo ea vita z'è dura

A volte me ciapa ea paura

De aver dopo tanto sbajà

 

Amarse no xè no un pecato

Ancuo xè un luso de pochi

E intanto ti Nina ti spèti

E mi so disocupà.

 

Molte sono le strade sulle quali il diritto deve impegnarsi affinché non si verifichino discriminazioni. Il diritto stesso è invitato a non porne in essere, e a sgombrare il campo da quelle che affiorassero lungo il cammino.

Paradossalmente è proprio la sottovalutazione dell’affettività a produrre discriminazioni, laddove per esempio si vieti ad alcune persone di accedere al matrimonio. L’aspetto che viene sottolineato non può essere più chiaro:

Nel momento in cui, liberato da pretese naturalistiche, il paradigma matrimoniale viene ricostruito con riferimento all’eguaglianza delle persone, proprio l’argomentazione giuridica mostra che l’ampliamento dell’area dei soggetti che possono accedere al matrimonio, non significa che ad alcuni viene attribuito un diritto nuovo, ma più propriamente che viene rimosso un divieto che impediva a determinate persone l’esercizio di un diritto già riconosciuto ad altre.

A creare discriminazioni, però, concorrono anche problematiche legate all’uso della grammatica giuridica. Per esempio quando, nel leggere il dettato del citato art. 29, in via giurisprudenziale si sancisce la costituzionalizzazione del matrimonio eterosessuale, piantando un paletto contro cui lo stesso legislatore, in primis, diventa impotente. Si subordinano cioè i principi costituzionali all’interpretazione di quelli desumibili dalla legislazione ordinaria, soffocando nei fatti la dialettica tra due elementi che assumono un ruolo fondamentale nella vita civile. I quali più che a competere l’uno contro l’altro sono chiamati a interagire e a condizionarsi a vicenda.

 

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it

 

www.libreriauniversitaria.it/diritto-amore-rodota-stefano-laterza/libro/9788858121245?a=415021 

 

 

 

Commenti

Mostra/Nascondi modulo commento.
 

Ricerca nel sito

Syndication

We use cookies to improve our website and your experience when using it. Cookies used for the essential operation of the site have already been set. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information