Martin Eden PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Dotto   
Domenica 12 Aprile 2015 01:57

 

MARTIN EDEN di JACK LONDON     

 

 

Chi si avvicina al personaggio di Martin Eden non può che subirne il fascino. È illetterato, selvatico, la sua cultura sono il mare, i sobborghi, le bettole, le scazzottate con gli amici. Ha un modo di esprimersi sgrammaticato, ma non parla invano. È già poeta dentro, ha storie da raccontare.

Una volta conosciuta la ricca Ruth Morse, prende coscienza della distanza tra quelli come lui e il bel mondoÈ il momento del sogno. In Ruth vede la personificazione delle virtù, della bellezza; l’ambiente di cui fa parte rifulge della sua figura, fino a diventare un tutt’uno.

Non è tanto l'ambizione a muoverlo, quanto la concretezza del sentimento che lo lega alla ragazza che ha conosciuto dopo avere difeso il fratello da un’aggressione. Il dialogo tra loro prende avvio da un libro che raccoglie le poesie di Algernon Swinburne (1837-1909), le quali tracceranno con prepotenza la direzione che di lì a poco prenderà la sua vita, fino al tragico epilogo.

Per conversare con Ruth, Martin Eden ha bisogno di esprimersi come si deve. Studierà con profitto la grammatica che la ragazza gli consegnerà. Irruento e determinato, decide di bruciare le tappe.

Si impegnerà a fondo, lavorerà notte e giorno, non lascerà nulla di intentato. Si affida a Ruth per intraprendere un mestiere che necessita di opportuni strumenti, fino a pendere dalle sue labbra:

"Vedete” gli dice “fare lo scrittore deve essere un mestiere come gli altri. Non che io me ne intenda, ma mi riferisco all'ordine generale. Non potreste mai pensare di mettervi a fare il fabbro, senza passar prima tre anni a imparare quel mestiere, a meno che non ce ne vogliano cinque. Ora, gli scrittori sono tanto più pagati dei fabbri, che debbono esserci molte più persone a cui piacerebbe fare lo scrittore e cercano infatti di farlo".

Il risultato è insperato: è diventato colto, consapevole, meno barbaro.  Tuttavia è anche il momento in cui comincia a porsi domande urgenti e terribili:

Chi sei, Martin Eden. Cosa sei? A che classe appartieni? 

La risposta gli è già stata suggerita da un gruppo di verbosi socialisti e filosofi operai. Se in superficie appaiono rozzi e privi di buone maniere, nel profondo sono vividi e pugnaci.

Martin Eden è come loro. Non un marinaio ma un uomo. Un uomo che vuole emergere così come è emersa, con prepotenza ai suoi occhi, la figura di Ruth.

Ciò che lo lega a Ruth è una relazione tra individui, la classe sociale di appartenenza non riguarda l’essere, piuttosto un certo modo di porsi, la dimestichezza con il vocabolario.

I mondi paralleli (le sue passioni) che Martin frequenta cominceranno ben presto a mostrare le prime crepe.

La scrittura non esige solo la grammatica, l'ortografia, un nutrito lessico, la punteggiatura appropriata, il giusto ritmo del narrato. Occorrono anche:

 “innominabili fanghi dove pullulano desideri e aspirazioni, ricordi più vasti e oscuri di ogni parola, di ogni convenzione” [Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie 2012].

Il problema di Martin Eden è tutto qui: il mondo letterario e l’ambiente di Ruth sono in grado di accogliere ciò che va oltre le convenzioni e cioè questi innominabili fanghi, il racconto di esperienze vissute? Si è disposti ad accettare il crudo realismo delle pagine di uno scrittore che fotografa il mondo così come lo vede?

Il romanzo di Jack London è di un realismo tardo-ottocentesco, come testimoniano i richiami alle letture di Charles Darwin e del filosofo Herbert Spencer.

Solo che Darwin e Spencer sono dei falsi amici (mi si perdoni il termine). In un primo momento le loro pagine preludono al riscatto a portata di mano, a un’umanità spirituale, sempre più consapevole di se stessa. Dopo apriranno la porta al disincanto, a un determinismo impregnato di rassegnazione, tendente a dimostrare che per Martin Eden non c’è altro destino che quello narrato.

Martin Eden lentamente emergerà, si raffinerà nei modi. Non si accorge tuttavia di allontanarsi una volta di più da ciò che gli appartiene, per raggiungere un approdo che si sbriciolerà al solo toccarlo.

Consapevole della distanza tra lui e il bel mondo, Edith Wharton lo chiamava città della gioia, ignora i pregiudizi e prosegue imperterrito nella direzione che ha tracciato per sé. La sua è una sicurezza che lo rende ottuso. Le molle e le passioni che hanno ragion sufficiente su di lui sono l'amore che prova per Ruth Morse e la letteratura verso la quale la prima lo muove. Davanti a esse Martin dimostra una fede incrollabile e mal riposta.

L’educazione, la cultura, i libri, la grammatica, sono un di più che si aggiunge a qualcosa che già c’è: all’individuo con la sua storia e la sua voglia di vivere, di reagire, farsi avanti.

Il problema è quando Martin non capisce a cosa essi si aggiungano.

Qualunque siano i suoi interessi, deve produrre denaro, depositarlo in banca. Questo e nient’altro è la sua carta d’identità. A quello che sa ora (di grammatica, di cultura) aggiunge ciò che conosceva prima, ha superato coloro che con pochi salti ha raggiunto. E scopre che gli mancano risposte. Quelli del bel mondo, non ne hanno di più di quante ne abbia lui:

In quale nascosto scaffale della mente siano andati a riporre la cultura assorbita.

È tardi quando si rendo di aver assorbito un codice di comportamento non suo, oltre la cultura libresca che si rivelava necessaria per parlare con quelli del bel mondo. Ciò di cui vuole parlare, e soprattutto scrivere, non li riguarda affatto.

Che dire poi della teoria evoluzionistica che tanto l’ha folgorato?

In virtù di qualche processo misterioso… voi siete riuscito a persuadervi di credere nel sistema della competizione e nella sopravvivenza del più forte, mentre al tempo stesso date ogni vostro appoggio in tutte le misure che cercano di privare il forte di ogni sua forza?”

Scopre una borghesia che manca di iniziativa, ha poche ambizioni, è superficiale e chiusa in se stessa. La profondità di Martin è d’intralcio, esasperante.

Ebbene è proprio ora che dà scandalo, col desiderio di vivere della propria scrittura. L’impegno di Martin è straordinario. Dedica il tempo a impararne i trucchi, trascorre ore nelle sale di lettura, legge e confronta. È alla ricerca di una ricetta che consenta anche a lui di vendere racconti, poesie, romanzi.

Vuole capire cos’hanno in più e di meno gli altri. Scopre che molte pagine sono prive di spessore, smorte, senza alcun senso del vero. Martin ha molte più cose da raccontare, le ha vissute direttamente, ne ha tratto tesoro. Sa di cosa parla. C’è qualcosa in comune con Charles Bukowski che a Senza un soldo a Londra e a Parigi di George Orwell risponde scrivendo Factotum [v. Charles Boukowski, Il sole bacia i belli, Feltrinelli 2014].

Entrambi vogliono raccontare la vita, quella con la V maiuscola. Ed entrambi sono alla ricerca di modelli, di un canone dal quale partire.

Prima Martin rappresentava  una curiosità, il buon selvaggio. Ora che è munito degli strumenti per esprimersi e rendere comprensibile ciò per cui gli mancavano le parole, spaventa.

L’individuo vero, quello forte che doveva primeggiare, farsi strada, ha raggiunto vette che infastidiscono. Deve soccombere. Ruth cerca di farlo scendere al suo livello. Insomma: bastava un po’ di grammatica, scaldare un banco di scuola, avere studiato il latino senza la pretesa di averlo imparato. Martin è andato troppo oltre, questo non glielo si può perdonare.

Ruth è desiderosa di accoglierlo, persino di dividere la propria vita con lui, salvo dissipare e annullare l’ascendente che ha su di lei, riportandolo all’ordine, alle convenzioni universalmente accettate. Martin si ribella in modo chiaro e netto:

Obbligami a compiere quei lavori [lavorare in una scrivania, alla contabilità, dedicarsi alla professione legale] obbligami a vivere come gli altri uomini, a compiere il loro lavoro, a respirare l’aria che respirano, ad accettare i punti di vista che accettano, e avresti distrutto la differenza, distrutto la cosa che ami.

In fondo Martin Eden è tale e quale a prima: una persona forte, determinata, dai sentimenti profondi.

Non sa ancora di aver introdotto dentro di sé un veleno destinato ad annientarlo.

Si è sradicato per radicarsi in se stesso, come un albero si svuota nutrendosi della propria linfa.

In agguato opera il disincanto, l’ombra della disillusione. L’arte non è ammessa se non è finalizzata al business, se non produce denaro. E nessuno sembra agli inizi disposto a investire un centesimo sul suo talento.

Si rende conto che il mondo letterario non è quello che pensava. E che Ruth è più figlia dei suoi genitori che di se stessa, prigioniera di pregiudizi che si fanno metro di giudizio implacabile:

Gli altri vendono le cose che scrivono. Tu no! gli dice.

Se Shakespeare, come pretende Harold Bloom, ha il merito di aver scoperto l’umano (l’individuo), Martin Eden si è impadronito della propria individualità. Ruth, che dice di amarlo, è ben lontana da fare altrettanto, non rinuncerà al proprio nome.

Martin si pone in una situazione che non ha vie d’uscita:

Lui voleva sposare Ruth, non i parenti di Ruth.

È caduto in un tranello. Le sue utopie sono crollate e rimane abbattuto dal disincanto che lo avvolge. Ruth è ben lontana dalla donna che immaginava. Il successo letterario che gli arride all’improvviso ha il sapore della sconfitta. L’individuo è scomparso.

Il notevole benessere che segue gli consente di pagare tutti i debiti, ma non di risolvere il dilemma di fondo.

Un po’come nelle fiabe, la società accoglie Martin a braccia aperte perché ha guadagnato denaro. Molto denaro. Ed è quello che attira, non il suo essere scrittore, non l’uomo, nemmeno la produzione letteraria di cui più d’uno era al corrente. Ritorna con prepotenza la domanda iniziale:

Chi sei, Martin Eden. Cosa sei? A che classe appartieni?

 Un saggio filosofico che ha scritto, L’onta del sole, è apparso al momento giusto. I racconti, i romanzi, le poesie, quelli che mandava alle riviste e gli tornavano indietro, vengono contese, ciascuno vuole metterci le mani. Inascoltato è il monito di Russ Brissenden, l’amico poeta: abbandona le lettere, rimettiti in mare.

Ora quello che dice non fa scandalo, viene accettato. È celebre, è divenuto un marchio di fabbrica.

Tardivo è il successo, tardivo il tentativo di riavvicinamento di Ruth che, con parole vuote e insensate, sembra essere sul punto di rinnegare il suo nome, facendo grottesco verso alla celeberrima battuta shakespeariana:

Rinnegherò tutto ciò che è maggiormente stimato dalla borghesia, e non avrò più paura della vita. Abbandonerò mio padre e mia madre, e non mi importa se il mio nome sarà ricordato con orrore da tutti i miei amici.

Ma Ruth non è Giulietta, e Martin non è Romeo.

 

Davide Dotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disponibile su Libreria Universitaria.it

http://www.libreriauniversitaria.it/martin-eden-london-jack-mondadori/libro/9788804581932?a=415021 

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