Archeologia da giganti PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Garuti   
Mercoledì 25 Febbraio 2015 02:40

 

ARCHEOLOGIA DA GIGANTI   

 

Chi, come me, appartiene alla generazione degli anni sessanta, tra manifestazioni, cortei, sit-in (ci si siede in tanti e si "occupa" simbolicamente un dato luogo), ed in genere ogni forma di protesta popolare, ne ha viste davvero tante. Praticamente sempre, com’è presumibile, si protestava contro qualcuno, si chiedeva un qualcosa, si denunciava uno stato di disagio e, in definitiva, si agiva in tale maniera affinché a chi di dovere giungesse, non solo idealmente, la voce delle partecipanti e dei partecipanti.

Nel Natale 2014 è accaduto un qualcosa che francamente non avevo mai visto né sentito: la presenza, (silenziosa, senza cortei, striscioni, fischietti, vessilli, stendardi, urla, proteste e quant'altro) di tante volontarie e volontari a Mont'e Prama, Sardegna centro-occidentale, per proteggere e tutelare un sito archeologico aperto e rimasto sostanzialmente incustodito non certo per inadempienze da parte di chi opera sul territorio, bensì a causa di una sorta di corto circuito a livello di mezzi, addetti, comando e controllo. Le immagini, i commenti, i servizi televisivi, parlano chiarissimo. Volontarie e volontari sono accorsi sul luogo, mediante un tam tam sulla rete, fulmineo, appassionante ed appassionato, che ha coinvolto anche chi era impossibilitato ad andare sulla montagna, ma che almeno ha fatto rimbalzare, come meglio poteva, notizie ed aggiornamenti su pagine e gruppi, fornendo informazioni ed aggiornamenti  dettagliati e facendo soprattutto capire a chi era lì di non essere sola o solo. 

Straordinarie e commoventi le conseguenze. Grande l’entusiasmo come la passione e il sacrificio (temperature inclementi davvero) per dare un aiuto spontaneo a favore delle volontarie e volontari. Pane, salame e vino, davvero molto ma molto bello. Una pagina internet che ha funto da coordinamento (importantissimo) e che da sempre permette a lettrici e lettori di godere di immagini storico-archeologiche magnifiche, NURNET - LA RETE DEI NURAGHI, a cui, al pari di volontarie e volontari va tributato un grazie sincero.

E fin qui tutto comprensibile e bello. 

Poi, come sempre accade nel nostro ridente Paese, iniziano i distinguo, i "cosa c'è dietro", gli scarica-barile più o meno comici e per niente credibili in tempi di immagini e comunicazione globale (anche dall'estero), le velate ed assurde accuse a chi, sul territorio, fa quello che può con i mezzi che ha a propria disposizione, sopportando carenze (di materiali, organico, mezzi, comando e controllo, ribadisco) paurose e che non merita minimamente di essere additato, soprattutto  per fungere da capro espiatorio di italica tradizione. Critiche comiche a NURNET, a volontarie e volontari, roba da ridere, stante il decoroso e dignitoso silenzio di costoro, impegnati ad essere presenti su quella montagna, a difesa dei Giganti di pietra e di altri reperti ed a combattere soprattutto contro un freddo gelido ed un disagio logistico ben intuibile, lontano dalle famiglie (a Natale) e dalle attività lavorative, (meglio ricordarlo a qualcuno, o qualcuna, che non ha ben presente il tutto). 

Cosa ricavare da tutto ciò? Polemiche vacue a parte, dato che fatti, documenti  ed immagini sono più espliciti di tante parole, colpisce un fatto nuovo, importantissimo, basilare: la tutela del patrimonio (archeologico, storico, artistico) non è più un fatto distinto, scollato, distante dalla Gente, ma è parte di Essa, e ciò è, insisto, molto importante. Su quella montagna la gente ha voluto tutelare la propria storia, il proprio passato, desiderosa di vederci chiaro, di difendere reperti che possono contribuire in maniera notevole a scoprire la verità, per poter comprendere cosa sia accaduto per davvero millenni e millenni fa. Conoscere il proprio passato significa individuare le proprie radici. A chi non piace? Chi non ne è desideroso? D'altronde tanti altri reperti e tante altre testimonianze, che attendono solo ratifiche e conferme, raccontano di una civiltà notevole, antichissima, potente. Provate a costruire oggi ciò che hanno eretto o scolpito in Sardegna millenni e millenni fa. 

Una presenza silenziosa, senza polemiche, senza rumore, senza protagonismo, e come tale percepita dalla gente a casa come una grande prova di coraggio, di volontà, di giustizia. Qualcuno, arrampicandosi su specchi ormai sempre più lucidi e lisci, parla di sotto-cultura, di archeologia fai-da-te e commette uno sbaglio enorme: la passione non ha prezzo, l'affetto per i reperti è palpabile, vivo, rende le testimonianze dal passato un qualcosa di ancor più reale, percepito, amato. Commette uno sbaglio enorme perché a nessuno viene in mente di voler proclamare verità assolute: si pretende solo che si lavori su reperti e vestigia, che esse non vengano deturpate, o trafugate, o "ignorate", come talvolta, in passato, è capitato, non certo dolosamente ma colposamente sicuramente sì. Il silenzio quarantennale su tanti altri reperti già scoperti nel medesimo sito non ha alcuna possibile giustificazione logica. Nella migliore delle ipotesi incuria.

Proprio questo silenzio pluridecennale rende questo sito unico nel proprio genere, benché tanti siano i luoghi che meriterebbero ben altre attenzioni; ma non si è voluto che proprio qui, e di nuovo, come 40 anni fa, qualche altra omissione potesse ulteriormente ostacolare la ricerca e l'inquadramento storico-archeologico dell’Antica Civiltà Sarda. Non si crea, nell’antichità, un luogo simile, con tante e tante statue di mirabile fattura, senza avere alle spalle una civiltà socialmente ben strutturata ed organizzata. Impossibile.

Ed ecco che, finalmente, facendo per davvero la somma dei tanti e tanti riscontri che ormai a gran voce lo reclamano, si può e si deve riscrivere una bella fetta di storia non solo della Sardegna, ma di tutto il Mediterraneo.

Chi deve fornire le risposte archeologiche lo faccia, con serenità, profondità, ma soprattutto (sempre e da parte di tutti, ma proprio tutti), con la medesima onestà intellettuale di chi è andato su quella montagna: non per dimostrare "una verità", bensì per poter conoscere, nel migliore dei modi "la verità storica", che è solo una. Che piaccia o meno, che lo si voglia o meno. Che imponga o meno di riscrivere tomi su tomi. 

Soprattutto, e questo è un fatto epocale a mio avviso, la gente ha dimostrato di avere già e comunque  un "dubbio" enorme su come sia andata non solo in Sardegna, non solo nel Mediterraneo, ma dappertutto. E questo dubbio merita rispetto, va chiarito: la gente lo vuole, lo ha difeso sulla montagna, ed è giusto che venga accontentata. Il dubbio è sempre il primo passo verso la ricerca della verità storica. E vi assicuro che da questo passo, indietro non si tornerà più, comunque si girino e si rigirino le varie frittate, con argomentazioni che ormai fanno sorridere, al pari di attacchi, personalismi e "grida Manzoniane" che lasciano sempre più il tempo che trovano, ivi compresa (roba dell'ultima ora) anche una qualche incitazione a boicottare, e non solo, chi si sia macchiato della terribile colpa di aver protetto un sito. Siamo all'isteria, per fortuna ridotta a pochissime persone.

La gente percepisce il patrimonio archeologico, più che giustamente, come proprio, come la chiave di volta per acclarare finalmente la propria storia plurimillenaria, e come tale lo protegge, sempre e comunque. 

Al lavoro dunque: chi deve studiare, ricercare, asseverare e dare risposte lo faccia. Il materiale c'è, i reperti su cui lavorare pure. E per quei pochi scalmanati che non sanno più che pesci prendere, un consiglio amichevole: invece di blaterare cattiverie, prendano in esame i reperti, i contatti ormai evidenti con il nord Europa e la Scozia settentrionale ,oltre che la statuaria ed i reperti che ormai spuntano dappertutto, Mont'e Prama a parte. Se una tale quantità di reperti potesse essere ricollegata al periodo fenicio-punico, a mio avviso talune critiche, diffamazioni ed incitamenti negativi (peraltro limitati come numero, ma pur sempre assurdi)  non ci sarebbero. E' una sensazione, e non solo mia, molto sgradevole, perdonatemi, ma maturata alla luce di comportamenti francamente inspiegabili. 

 

   

 

Inoltre, dalle immagini allegate l'ipotesi che le statue raffigurassero personaggi dotati di una maschera (forse tradizionale o forse protettiva) trova un'altra interessante pista da seguire laddove si considerino le due feritoie che rappresentano i fori delle narici: assolutamente simili più ad aperture volute che non a riproduzioni, per quanto stilizzate. Solo uno spunto di riflessione, dal momento che la tematica delle "Maschere" (detto con estrema semplificazione) ha, in Sardegna, radici molto profonde e che vanno certamente indagate a fondo. Anche in questo caso si può agire: i reperti sono lì, da esaminare con attenzione e con occhio "aperto a 360 gradi".   

 

 

 

A tutte ed a tutti voi sottopongo una ulteriore riflessione condensata in un motto: "Antica Civiltà Sarda: passeggiare ancora oggi tra la storia in un museo a cielo aperto". Penso di essere stato chiaro...

Grazie ancora a chi, nel gelido Natale del 2014, ha scaldato il cuore di tutti noi.

Ne sentivamo il bisogno, tutti noi che amiamo l'Archeologia.

 

Fabio Garuti

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